[Il commento] Non chiamate sfortuna il dramma nella discoteca. Siamo un Paese di imbecilli

Neanche durante i concerti negli anni di piombo si era visto niente del genere. Manca la cultura della responsabilità, in tutte le fasce d'età

Polizia e soccorsi all'esterno dell'ospedale di Ancona, dove sono stati portati molti dei ragazzini rimasti coinvolti nella ressa in discoteca (Ansa)
Polizia e soccorsi all'esterno dell'ospedale di Ancona, dove sono stati portati molti dei ragazzini rimasti coinvolti nella ressa in discoteca (Ansa)

Non dite sfortuna no, non questa volta. Non dopo quello che è accaduto, non finché a terra ci sono le lenzuola e il sangue. E meno male che dicono che bisogna rendere più facile la circolazione delle armi. Un banalissimo spray urticante è diventato ieri - soprattutto perché usato in maniera criminale - uno strumento di morte: immaginate cosa sarebbe successo se qualcuno avesse sparato un colpo in aria. Mai in Italia c’è stata una strage come questa, durante un concerto, neanche durante gli anni di piombo quando qualcuno arrivó a minacciare Francesco De Gregori, con una pistola (e lui - per il trauma - rinuncio a suonare in pubblico per anni). Mai avevano assistito ad un evento così grave durante un concerto, nel nostro paese, un segnale di allarme che deve farci riflettere: misure di sicurezza, vie di fuga, comportamenti collettivi.

Senza cultura della responsabilità

È tutto intrecciato, tutto legato in questa vicenda, ma la prima cosa che ci manca è una cultura della responsabilità. Il tema è sotto gli occhi di tutti. Se l’ideale di una serata diventa solo la religione dello sballo, e se il senso del limite cade di fronte alla tentazione di una facile e demenziale provocazione, anche una discoteca può diventare un cimitero. 
Però non dite e non scrivete che è stata sfortuna. La tragedia del concerto di Sferaebbasta, a Corinaldo, ci fa venire in mente subito - per associazione - la strage dell’Heisel, e subito dopo la catastrofe di Torino, con la gente tritata in piazza per un falso allarme, forse originato da una bomba carta, ma aggravato dalla presenza di un tappeto di cocci aguzzi di bottiglia. Sfortuna ni di certo. Casomai è il contrario: quella che a Torino poteva diventare una strage drammatica, scampata solo per la benevolenza del fato, mentre a Carinando l’onda del panico ha innescato una serata infernale, perché il peso delle azioni dei singoli ha prodotto una drammatica contabilità di sangue.

Disabituati a gestire la situazione

Il primo motore di tutto, però, il gesto che innesca la lotteria del lutto è - ancora e di nuovo - l’imbecillità. Ecco perché, per cortesia, non bisogna invocare la malasorte, ma semmai interrogarmi la cultura del divertimento facile, la confusione sempre più frequente - nella cultura dei millennials - tra il mondo reale e quello del videogame, il tic di molti ragazzi che solo disabituati a vivere emotivamente una dimensione corale, che escono dalle loro camerette come dalle celle di una prigione e non sanno come comportarsi, che pensano che giocare con le vite delle persone in carne o ossa sia come sparare ai pupazzetti animati di Fortnite i di qualche altro gioco da consolle. Questi ragazzi sono convinti che le vite siano tre, come nei mondi virtuali, e legate ad una avventura ludica, e non uniche ed irrevocabili, e legate a quello che facciamo noi. 

Non è sfortuna

Come può non reagire male al panico un paese in cui non si riesce a comporre una fila in aeroporto o a disciplinare una entrata sull’autobus? Sono queste le domande da farsi: è questo quello che dobbiamo spiegare ai nostri figli. Che ogni causa produce un effetto. Non dite sfortuna perché in questi casi la sfortuna non esiste. Non ammazzate due volte i ragazzi di Corinaldo, e quella mamma, vittima della sua impotenza nel dramma: era andata per proteggere, ed è rimasta travolta. Solo l’idea mi fa star male. Non dite che sfortuna. La sfortuna non esiste. Esiste l’imbecillità.  E noi siamo un paese che ne produce in quantità industriale.