La rivoluzione dell'amore di Papa Francesco nel giorno di Pasqua: "Costruire ponti, non muri"

Il messaggio complessivo che il papa trae dalla festa di Pasqua è che solo la fede in Gesù risorto renda possibile realizzare la rivoluzione nella Chiesa chiamata a mettere i poveri e la pace al centro anziché se stessa. E’ il contributo dei cristiani a società finalmente giuste

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Una Pasqua che segna un passo avanti decisivo per scegliere la rivoluzione di Francesco nel giusto modo non solo dell’essere cristiani nel mondo attuale, ma anche il perché e il come della Chiesa per trovare la forza e il coraggio definitivo di portare a termine la rivoluzione dell’amore inaugurata dal concilio Vaticano II.

La rivoluzione di Francesco

Una rivoluzione che all’istituzione ecclesiastica malata secolare di clericalismo chiede di fare un passo indietro per mettere al centro non più se stessa ma i poveri e gli esclusi di ogni specie emarginati dal banchetto della vita. Una rivoluzione che per riuscire esige anzitutto un cambio di passo e di testa e che solo una rinnovata fede in Gesù risorto può rendere possibile. Francesco si chiama fuori dalla semplificazione polemica di conservatori e progressisti per attivare invece una lettura della storia in chiave evangelica: solo seguendo Gesù, unico vivente a motivare la nostra speranza, è possibile smuovere le resistenze interne e spronare anche la società dei popoli a perseguire la giustizia e la pace.

Ora che le celebrazioni pasquali sono compiute, appare negli interventi di Francesco un disegno organico: riposizionare la Chiesa alla sequela di Gesù, non accogliendolo solo nel trionfo fittizio della domenica delle palme, ma seguendolo nell’insegnamento del servizio del giovedì santo, sollecitati nel ricordo della passione e morte di Gesù a farsi solidali con tutti i poveri della terra. Se la Chiesa non vive per i poveri e con i poveri, perde la sua capacità di insaporire la vita del mondo. Ma questo rovesciamento di una pratica millenaria di credere che, per stare nel vangelo, basti dare qualche cosa ai poveri anziché cambiare mentalità nei loro confronti adeguando norme della morale, della politica, dell’economia a partire dagli ultimi, non potrà mai accadere se non si attinge forza dalla speranza che un mondo diverso sia possibile perché Cristo è risorto, primo esemplare di una nuova umanità. E questo Francesco ha detto sia la notte di Pasqua, sia nel messaggio di pace ai popoli del mondo.

Resta complicata e fragile la pace in tante parti del mondo dove i tanti governi dei Paesi potenti e satelliti giocano in maniera mista a fare sia la pace che la guerra. Francesco di recente si è spinto fino a baciare i piedi a due leader sudanesi per incoraggiarli a scegliere soluzioni di pace. Ma il rumore delle armi non pare cessare e la pace resta un progetto a rischio. Ecco allora la convinzione che solo cambiando cuore e testimoni di quanti si dichiarano discepoli del Vangelo la pace potrà affermarsi davvero.

La strage

E proprio nel giorno di Pasqua il sangue ha ripreso a scorrere con l'attentato in Sri Lanka. "Ho appreso con tristezza e dolore la notizia dei gravi attentati che, proprio oggi, giorno di Pasqua, hanno portato lutto e dolore in alcune chiese e altri luoghi di ritrovo dello Sri Lanka. Desidero manifestare la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, colpita mentre era raccolta in preghiera, e a tutte le vittime di così crudele violenza. Affido al Signore quanti sono tragicamente scomparsi e prego per i feriti e tutti coloro che soffrono a causa di questo drammatico evento".

Ponti non muri

Nel messaggio 'Urbi et Orbi poi Papa Francesco ha poi concluso: "Davanti alle tante sofferenze del nostro tempo, il Signore della vita non ci trovi freddi e indifferenti. Faccia di noi dei costruttori di ponti, non di muri. Egli, che ci dona la sua pace, faccia cessare il fragore delle armi, tanto nei contesti di guerra che nelle nostre città, e ispiri i leader delle Nazioni affinché si adoperino per porre fine alla corsa agli armamenti e alla preoccupante diffusione delle armi, specie nei Paesi economicamente più avanzati". 

 

L’omelia della notte della veglia

Aspettando la risurrezione di Cristo resterà un punto fermo, una stella che guida l’agire di Francesco. Egli resta un gesuita, ossia un compagno di Gesù che tiene molto a che la Chiesa anziché della roba si interessi di Gesù e delle conseguenze di proclamarsi suoi discepoli. Evoca la nostra attuale condizione simile a quella dei discepoli e delle donne che, una volta morto crocifisso e sepolto, vanno al sepolcro a capire se davvero Gesù resti un morto come tutti gli altri.

“Le donne portano gli aromi alla tomba, ma temono che il tragitto sia inutile, perché una grossa pietra sbarra l’ingresso del sepolcro. Il cammino di quelle donne è anche il nostro cammino; assomiglia al cammino della salvezza, che abbiamo ripercorso stasera. In esso sembra che tutto vada a infrangersi contro una pietra: la bellezza della creazione contro il dramma del peccato; la liberazione dalla schiavitù contro l’infedeltà all’Alleanza; le promesse dei profeti contro la triste indifferenza del popolo. Così pure nella storia della Chiesa e nella storia di ciascuno di noi: sembra che i passi compiuti non giungano mai alla meta. Può così insinuarsi l’idea che la frustrazione della speranza sia la legge oscura della vita”.

La rimozione delle pietre

Oggi, però, scopriamo che il nostro cammino non è vano, che non sbatte davanti a una pietra tombale. Una frase scuote le donne e cambia la storia: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?», perché pensate che sia tutto inutile, che nessuno possa rimuovere le vostre pietre? Perché cedete alla rassegnazione o al fallimento? Pasqua, fratelli e sorelle, è la festa della rimozione delle pietre. Dio rimuove le pietre più dure, contro cui vanno a schiantarsi speranze e aspettative: la morte, il peccato, la paura, la mondanità. La storia umana non finisce davanti a una pietra sepolcrale, perché scopre oggi la «pietra viva»: Gesù risorto. Noi come Chiesa siamo fondati su di Lui e, anche quando ci perdiamo d’animo, quando siamo tentati di giudicare tutto sulla base dei nostri insuccessi, Egli viene a fare nuove le cose, a ribaltare le nostre delusioni. Ciascuno stasera è chiamato a ritrovare nel Vivente colui che rimuove dal cuore le pietre più pesanti. Chiediamoci anzitutto: qual è la mia pietra da rimuovere, come si chiama questa pietra?

La pietra della sfiducia

Quando si fa spazio l’idea che tutto va male e che al peggio non c’è mai fine, rassegnati arriviamo a credere che la morte sia più forte della vita e diventiamo cinici e beffardi, portatori di malsano scoraggiamento. Pietra su pietra costruiamo dentro di noi un monumento all’insoddisfazione, il sepolcro della speranza. Lamentandoci della vita, rendiamo la vita dipendente dalle lamentele e spiritualmente malata. Si insinua così una specie di psicologia del sepolcro: ogni cosa finisce lì, senza speranza di uscirne viva. Ecco però la domanda sferzante di Pasqua: Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Il Signore non abita nella rassegnazione. È risorto, non è lì; non cercarlo dove non lo troverai mai: non è Dio dei morti, ma dei viventi. Non seppellire la speranza!”.

Le donne che vanno al sepolcro di Gesù

“Di fronte alla pietra rimossa, restano allibite; vedendo gli angeli rimangono, dice il Vangelo, «impaurite» e col «volto chinato a terra» (Lc 24,5). Non hanno il coraggio di alzare lo sguardo. E quante volte capita anche a noi: preferiamo rimanere accovacciati nei nostri limiti, rintanarci nelle nostre paure. È strano: ma perché lo facciamo? Spesso perché nella chiusura e nella tristezza siamo noi i protagonisti, perché è più facile rimanere soli nelle stanze buie del cuore che aprirci al Signore. Eppure solo Lui rialza. Una poetessa ha scritto: «Non conosciamo mai la nostra altezza, finché non siamo chiamati ad alzarci» (E. Dickinson, We never know how high we are). Il Signore ci chiama ad alzarci, a risorgere sulla sua Parola, a guardare in alto e credere che siamo fatti per il Cielo, non per la terra; per le altezze della vita, non per le bassezze della morte: perché cercate tra i morti colui che è vivo?

Dio nel peccato

“vede figli da rialzare; nella morte, fratelli da risuscitare; nella desolazione, cuori da consolare. Non temere, dunque: il Signore ama questa tua vita, anche quando hai paura di guardarla e prenderla in mano. A Pasqua ti mostra quanto la ama: al punto da attraversarla tutta, da provare l’angoscia, l’abbandono, la morte e gli inferi per uscirne vittorioso e dirti: “Non sei solo, confida in me!”.  Con Gesù “possiamo compiere anche noi la Pasqua, cioè il passaggio: passaggio dalla chiusura alla comunione, dalla desolazione alla consolazione, dalla paura alla fiducia. Non rimaniamo a guardare per terra impauriti, guardiamo a Gesù risorto: il suo sguardo ci infonde speranza, perché ci dice che siamo sempre amati e che nonostante tutto quello che possiamo combinare il suo amore non cambia. Questa è la certezza non negoziabile della vita: il suo amore non cambia. Chiediamoci: nella vita dove guardo? Contemplo ambienti sepolcrali o cerco il Vivente?”.

Francesco rivolge ai cristiani interrogativi esistenziali: dalle risposte che sapranno dare dipenderà il cammino dei popoli verso la speranza o verso il conflitto e l’ingiustizia permanente. Francesco che tanto è schierato dalla parte dei migranti, propone ai cattolici una migrazione straordinaria: “Fratelli e sorelle, ritorniamo a Galilea”. Li vedranno il risorto e potranno valutare la maniera di essere suoi discepoli.