Amatrice, le lacrime, le polemiche e il sindaco che “se ne frega” degli avvisi di garanzia

Sergio Pirozzi è un uomo di destra – eletto sindaco nel 2009 e riconfermato nel 2014 - e non fa nulla per nasconderlo

di Giovanni Maria Bellu

C’è il tempo delle lacrime, poi quello delle indagini, quindi quello delle polemiche. Il tempo delle lacrime – quello istituzionale, naturalmente – solitamente finisce con i funerali di Stato. Quello delle indagini parte con i primi avvisi di garanzia. Quello delle polemiche ha tempistiche diverse a seconda dei luoghi, delle dimensioni delle catastrofi, della personalità dei protagonisti. Quella sanguigna del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, ne ha notevolmente accelerato l’arrivo. Tanto che il tempo delle polemiche si è sovrapposto a quello della lacrime.

La frase che oggi Il Messaggero utilizza per titolare il lungo reportage di Mario Ajello da Amatrice è così “perfetta” da apparire inventata. Invece Sergio Pirozzi l’ha pronunciata per davvero. E chi lo conosce assicura che non gli è sfuggita: “Se mi arriva oppure no l'avviso di garanzia per il sisma? Sarebbe un atto dovuto. Ma me ne frego. Ho fatto tutto in regola per la scuola, e infatti ci vanno i miei figli, e sul resto”.

La “perfezione” non è nei toni. Non è nemmeno nell’evocare i propri figli come argomento a difesa. Argomento emotivamente forte, ma di poca sostanza. Nell’Italia delle catastrofi abbiamo avuto, purtroppo, anche il caso di un sindaco (quello di San Giuliano dove il 31 ottobre del 2002, 27 ragazzi e una maestra morirono nel crollo della scuola) condannato per l’omicidio colposo di uno dei propri figli. La “perfezione” sta nel “me ne frego”. Sergio Pirozzi è un uomo di destra – eletto sindaco nel 2009 e riconfermato nel 2014 - e non fa nulla per nasconderlo.

E’ anche un uomo che ama i riflettori e le telecamere. E che sa come fare perché si orientino verso la sua persona. Subito dopo la catastrofe, ha tirato fuori dal guardaroba la felpa col nome di “Amatrice” e l’ha indossata in innumerevoli interviste e apparizioni televisive. Un atto d’amore per la propria gente, per il proprio paese, veicolato da un amore forse non inferiore per se stesso. Che, in situazioni disperate come quella che si trova ad affrontare, può anche essere una spinta potentissima a fare bene. Per esempio a riportare in paese la cerimonia d’addio alle vittime. Ma può anche far commettere degli errori.

Tra gli incubi di Amatrice ce n’è uno che sovrasta tutti gli altri. E’ il sospetto che dietro il crollo della scuola ci siano delle responsabilità. Sospetto appena confermato dalla decisione della magistratura di porre sotto sequestro quel che resta dell’edificio. L’indagine è stata appena avviata, non se ne conoscono i particolari, anche perché molti dei documenti giacciono ancora sotto le macerie. Ma si sa con certezza che quella scuola era stata ristrutturata di recente, ed è crollata. Si sa pure che il crollo della scuola è l’unica consolazione rispetto allo sfortunatissimo giorno e alla sfortunatissima ora del sisma. Se il terremoto fosse avvenuto non ad agosto ma a settembre, non di notte ma di giorno, le vittime nelle case sarebbero state molte di meno, ma sarebbe stata una ecatombe di ragazzini. Come a San Giuliano nel 2002, forse peggio.

Anche quest’incubo ha contribuito alla sovrapposizione tra le lacrime e le polemiche. Intervistato, il titolare dell’impresa che ha realizzato la ristrutturazione della scuola, ha sostenuto di aver eseguito a regola d’arte i lavori che gli erano stati chiesti. Che non erano di “adeguamento”, ma di “miglioramento” antisismico. E ha aggiunto che della natura dei lavori il sindaco di Amatrice era perfettamente informato. La replica di Pirozzi è arrivata subito. Non solo con l’evocazione dei figli-studenti, ma anche con qual “chi se ne frega” che, unito al “barcollo ma non mollo” di un’altra esternazione post sisma, a un chiarissimo “sono di destra, mbé?” in un certo senso suggellato dalla comparsa, tra le macerie, dell’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha spostato questa precoce polemica in un ambito lontano nel tempo.

A difesa di Pirozzi è sceso in campo “Il Secolo d’italia”. Nel suo editoriale, Annalisa Terranova, dopo aver ricordato che l’inchiesta è in corso e che comunque nella scuola non è morto nessuno, domanda: “Perché allora questa frenesia di addossare il disastro colposo a un uomo che si sta dando da fare per far rinascere la sua comunità (come gli altri sindaci colpiti del resto)? Sta agendo, a quanto sembra, un mix di pregiudizio ideologico e di stupidità. L’inchiesta è alle prime battute, ma l’ansia di dare in pasto un capro espiatorio si riversa sul sindaco del “boia chi molla” (un copione già scritto in Italia e a proposito di altre tragedie). Una cosa molto grave. Una cosa inaccettabile. Le categorie di destra e sinistra non dovrebbero entrare nella reazione di una collettività nazionale alla tragedia. Pirozzi non ha fatto nulla per farcele entrare”.

“Nulla” forse è una parola grossa. Come dimostrano del resto i vari “me ne frego”. Ma certo è che assistere - a una settimana da un’immane catastrofe e mentre i funerali sono in corso - a discussioni che riportano gli anni Settanta fa uno strano effetto. E ci dice che ancora molto fuoco arde sotto la cenere del nostro passato. Tutti dovrebbero fare uno sforzo per spegnerlo. A partire dal sindaco di Amatrice. Al quale, del resto, non mancano le risorse.

Sergio Pirozzi, infatti, prima della tragedia che ha colpito la sua città era molto più famoso come allenatore di calcio che come sindaco. Anche quest’anno, il terzo consecutivo, se non fosse successo quello che è successo, avrebbe allenato il mister del Trastevere (la squadra dove esordì Totti) che proprio ad Amatrice, nelle amichevoli pre-campionato, aveva sconfitto il più blasonato Ascoli. Del suo ruolo nello sport, Pirozzi ha informato anche il premier Renzi al primo incontro:  "Gli ho detto che sono un allenatore di calcio e che non mollo. Lui mi ha detto che questa è una sfida importante per l'Italia. Amatrice deve vincerla. Da ieri sera porto la felpa con su scritto Amatrice (…) Ho detto a Renzi che sarebbe il caso si mettesse la felpa con su scritto Italia.” Ecco. Mettiamocela tutti questa felpa. O non mettiamone nessuna. Ma per carità, basta. Sgombriamo il terremoto dalla polemiche e faremo anche più in fretta a sgomberare le macerie.