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[L'analisi] Da mostro assassino a vittima innocente che l'Italia deve risarcire: il caso di Amanda Knox

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo conferma le ragioni della studentessa americana, stritolata dal caso Meredith. Ora lo Stato le deve pagare i danni. Storia di un orrore investigativo, fra condanne e assoluzioni

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Amanda Knox
Amanda Knox

Anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha finito per dare ragione ad Amanda Knox, e lo ha fatto per il primo interrogatorio subito dopo l’omicidio di Meredith Kercher, durato addirittura 53 ore, certificando ai posteri che «vi è stata una violazione dei diritti di difesa dell’imputata», considerando che non era presente nemmeno un avvocato. E che per questo dovrà essere risarcita di 18.400 euro. Eppure lei e Raffaele Sollecito sono ormai diventati i nuovi Girolimoni della Giustizia italiana, il fotografo sospettato di aver ucciso 5 bambine nel 1924, completamente scagionato ma rimasto dolorosamente prigioniero per sempre di quella vergogna scandita da una violenta campagna di stampa. Morì di stenti e di solitudine, ridotto a fare il ciabattino per campare. Ancora adesso a Roma per dire a uno che è un pedofilo gli si dice Girolimoni. Certo, Amanda non vive in Italia e non deve cucire scarpe rotte per tirare la giornata. E’ una giornalista free lance del West Seattle Herald, impegnata in un’associazione per difendere le vittime degli errori giudiziari. Però, in un servizio andato in onda sulle Iene neanche due anni fa, tutti gli intervistati, a quello che gli domandava se sapevano chi erano Amanda e Raffaele, rispondevano così: «Sì. I due assassini di Meredith. Gli amanti diabolici». E non valeva niente che gli facessero presente che erano stati assolti: «Eh, ci siamo inchinati all’America», oppure «si sa che la Giustizia molte volte sbaglia. L’hanno uccisa loro, di sicuro».

Storia di un disastro

Tutti sbagliamo. E anche la Giustizia può sbagliare. Ma è incredibile ancora adesso far capire alla gente come, al di là dell’ultima sentenza di assoluzione, non c’era neppure una prova che fosse una della loro colpevolezza. La 5a Sezione della Corte Suprema della Cassazione che il 27 marzo 2015 ha annullato la sentenza di condanna mandandoli definitivamente assolti ha scritto proprio che il motivo principale di questa decisione risiede «nell’assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili nella stanza dell’omicidio o sul corpo della vittima». Mentre ne «sono state rinvenute numerose riferibili a Rudi Guede», il ragazzo di colore con precedenti per furti condannato per l’omicidio. Com’è possibile che ce ne fossero solo di lui e non di loro due? La Corte Suprema bocciò anche duramente le indagini di Perugia, parlando di una mancanza di «un insieme probatorio» contrassegnato da «un iter ondivago, le cui oscillazioni sono però la risultanza anche di clamorose defaillance o amnesie investigative». Non sono le uniche parole di severo giudizio contro gli inquirenti. Amanda è stata anche assolta da un processo di calunnia contro la Polizia, perché vi sarebbero stati «diritti negati», «omissioni» e «verbali inaffidabili», sentenza questa che deve aver pesato non poco sulla decisione di Strasburgo. Ma allora, se così stanno le cose, da dove nasce il giudizio popolare di inesorabile condanna nei confronti suoi e di Sollecito? E’ innegabile che un ruolo determinante l’hanno avuto i media. Il resto l’ha fatto una vicenda per certi versi contorta, cominciata male, che è stato difficile far tornare indietro. Oltre alla figura di Amanda, bella e gelida, che ha senza dubbio alimentato qualche forma di misoginia.

La morte di Meredith

La studentessa inglese Meredith Kercher viene assassinata l’1 novembre del 2007 con 47 coltellate. Sollecito e Amanda sono convocati come testimoni e subito dopo arrestati. Lui dice che quella notte si era addormentato e non poteva sapere se Amanda fosse uscita da casa sua per andare in via Della Pergola dove abitava con Meredith. Ma aggiunse che era impossibile che lo avesse fatto perché non aveva le chiavi e avrebbe dovuto suonare alla porta per rientrare e non aveva suonato nessuno. Peccato che questa parte sia stata omessa dal verbale. Lei, invece, va nel pallone e fa uno strano discorso dicendo che in sogno immaginava di essere lì mentre qualcuno uccideva la sua compagna. Poi racconterà che era sotto choc e che l’avevano costretta a dire certe cose: «Tutti mi urlavano e mi dicevano che mi avrebbero messo in prigione... La polizia mi ha suggerito di dire che Meredith era stata violentata, per farmelo dire mi hanno picchiata e sono stata picchiata due volte per farmi dire un nome che io non potevo dire: Patrick Lumumba». Per queste dichiarazioni verrà poi denunciata per calunnia dalla Polizia e assolta.

Condanne, assoluzioni, condanne

Per l’omicidio, invece, viene condannata in primo grado. Assolta in appello. Con sentenza annullata dalla Casszione che chiede di rifare il processo. E a Firenze il 30 gennaio 2014 è di nuovo condannata a 28 anni e 6 mesi (25 anni a Sollecito). Ma secondo quanto scritto dai giudici il delitto sarebbe avvenuto tra le 22 e 30 e le 23, 30, un orario in cui Sollecito e Amanda stavano guardando al computer il film «Il favoloso mondo di Amelie» a casa di lui, come risulta dal controllo tecnico effettuato, e poi erano stati visti in piazza Grimana da un testimone: quindi non avrebbero avuto il tempo materiale per compiere il delitto. Non è l’unica carta che fa crollare il castello. Quella principale è un’altra: la totale assenza di impronte insanguinate dei due, mentre ce ne sono un mucchio di Rudy Guede. Com’è possibile? La Cassazione rileva proprio l’impossibilità di ripulire sistematicamente le proprie tracce lasciando solo eslcusivamente quelle di Rudy. Una tale azione selettiva è da considerare assurda. E allora cos’è accaduto quella notte?

Non dimentichiamo mai Enzo Tortora

Forse, come hanno ricostruito gli avvocati di Amanda e Raffaele, la cosa più semplice. Rudy Guede sarebbe entrato in quella casa per compiere un furto. Aveva già collezionato alcune denunce per furti effettuati tutti sempre con le stesse modalità: rompeva il vetro di una finestra per entrare, armato sempre di un coltello, e poi si fermava in bagno a fare i bisogni. Anche nella casa di Perugia la finestra fu rotta e Guede andò in bagno lasciando tracce inequivocabili. E poi rilevarono sue impronte insanguinate, oltre che sul corpo della vittima, assieme a tracce di violenza sessuale, anche nella stanza del delitto. Probabilmente fu scoperto da Meredith (che lo aveva conosciuto qualche giorno prima), la minacciò con il coltello, cercò di stuprarla e per paura di essere denunciato la uccise. Se così è stato davvero, alla resa dei conti, era all’apparenza un caso semplicissimo, che sarebbe stato dimenticato dopo due giorni. Invece, attirò frotte di giornalisti. Forse rovinò la vita a qualcuno. E sono passati quasi 12 anni e ancora se ne parla. Amanda quando ha saputo di Strasburgo è scoppiata in lacrime: «Spero che sia l’ultima volta che devo ricordare quei giorni». Perché far la vittima della Giustizia e dei giornali per professione non è un bel mestiere. Ci si può anche morire. Come vi spiegherebbe uno che è passato alla Storia per questo: Enzo Tortora.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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