L’allarme di Bono ad di FIncantieri: “Fra 10 anni nessuna nave verrà più costruita in Europa”

La presentazione della Scarlet Lady, la prima di quattro navi da crociera commissionate a Fincantieri da Virgin Voyages, diventa l’occasione per una riflessione sul futuro dell’industria metalmeccanica italiana

Giuseppe Bono
Giuseppe Bono

Ufficialmente è la presentazione ufficiale della “Scarlet Lady”, la prima nave costruita per la nuova compagnia da crociera di Richard Branson, il “signor Virgin” che dai dischi si è allargato alla radio e poi alle palestre e quindi alle mongolfiere, agli aerei e ora alle navi da crociera e in futuro ai viaggi nello spazio, giuro che è vero e che la Virgin Galactic già esiste. Ma il viaggio in bacino alla scoperta della prima nave di Virgin Voyages diventa l’occasione per una lectio magistralis dell’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono sul futuro della navalmeccanica, ma anche su quello dell’Italia e del mondo.


E nelle parole di Bono, come sempre, c’è una voglia di andare in direzione ostinata e contraria contro ogni politicamente corretto, contro ogni comfort zone dialettica, dicendo pane al pane e peperoncino al peperoncino – Bono non dimentica e non rinnega mai la sua origine calabrese – anche a costo di scontentare quelli che gli dicono: “Ma chi te lo fa fare?”. E lui ad amici e collaboratori dà sempre la stessa risposta: “Me lo fa fare l’amore per questo Paese”. Che è anche amore per Fincantieri: “Tanti di noi, se andassimo fuori di qui, da altre aziende che ci chiamano, prenderemmo stipendi molto maggiori. Ma Fincantieri è quasi una missione”.


Al suo fianco il governatore ligure Giovanni Toti e il sindaco di Genova Marco Bucci si inchinano metaforicamente a “questi manager che hanno creato un’assoluta eccellenza mondiale e futuro per Fincantieri e per il loro Paese” e Toti suggerisce il “metodo Bucci” per l’Italia. A poche centinaia di metri dal cantiere, infatti, sta salendo la maxitrave del Ponte che sostituirà il Morandi e che è costruito proprio da PerGenova, joint venture fra Salini Impregilo e Fincantieri, e che è un’eccellenza italiana anche grazie alla legge speciale, il “decreto Genova”, che ha permesso al commissario Bucci di scavalcare tutta la burocrazia e di ottenere il nuovo Ponte in pochissimo tempo, entro l’estate prossima.

E a incoronare Bono, oltre ai manager di Branson, ci sono anche i suoi uomini: operai, impiegati, sindacati metalmeccanici, il presidente di Fincantieri Eugenio Massolo, che nella sua prima vita faceva l’ambasciatore, e il direttore generale della divisione Navi Mercantili Luigi Matarazzo, che condivide con Bono la caratteristica di non guardare ai venti giorni, né ai venti mesi successivi, ma ai vent’anni successivi, come fossero statisti applicati all’azienda. Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Alberto Beneduce, i nomi di quelli di questa razza in Italia non sono moltissimi….

Insomma, questo è il quadro in cui arriva l’esternazione di Bono oggi a Sestri Ponente – patria dell’industria navalmeccanica e metalmeccanica italiana, dal Rex in poi come raccontato anche in uno splendido spettacolo di Massimo Minella – la più cruda e devastante sulla politica industriale italiana degli ultimi anni, con uno sguardo al futuro. Che è tutt’altro che tranquillizzante: “Fra otto-dieci anni, se non cambia qualcosa, i cantieri dell’Italia e dell’Europa non costruiranno più una nave”.


Detto dall’amministratore delegato dell’impresa che ne costruisce più al mondo è un pugno nel ventre molle delle incapacità nella politica industriale italiana ed europea. Quello che segue è un diario minimo indispensabile del Bono-pensiero odierno, partendo dalle sue battute in latino: “Repetita iuvant, sed stufant”, riferito al fatto che l’allarme l’ad di Fincantieri lo lancia da parecchi anni, ma spesso è come Cassandra e resta inascoltato. E ancora: “Maiora premunt”.
Ed ecco le maiora di Bono che premunt: “Siamo orgogliosissimi di ciò che stiamo facendo, ma certe volte ci sentiamo un po’ soli. Qui a Sestri Ponente io e i miei collaboratori abbiamo fatto né più né meno che un miracolo, una nave prototipo – con tutte le criticità che si porta dietro costruire navi mai realizzate prima – in un cantiere dagli spazi limitati e che qualche anno fa era tecnicamente chiuso ed è adatto a costruzioni più piccole”.

La domanda seguente è la diretta conseguenza: “Perché questi miracoli devono restare isolati?”. E qui Bono racconta la “gelosia” di molti nei confronti del modello Fincantieri e del miracolo economico italiano realizzato dalla sua azienda. Poi, torna ad affrontare il tema che più gli sta a cuore, quello dei giovani che non trovano lavoro e della contestuale esistenza di migliaia di posti di lavoro scoperti: “Mi hanno appena detto che servono una settantina di saldatori e insieme a loro ne servono molti altri, ma non ne troviamo, non troviamo un italiano che lo faccia. Abbiamo chiamato i romeni, e poi i croati, e poi i vietnamiti, ma quando li finiremo dove andremo a prenderli? Su Marte?”.

C’è il problema e c’è la soluzione di Bono che per l’ennesima volta assume inevitabilmente il ruolo di supplenza rispetto alla politica: “Occorre farsi carico del coraggio di parlare di crescita delle persone, di invertire la cultura attuale, di sostenere le famiglie per fare figli. Queste sono le priorità e invece da mesi stiamo a parlare di concorrenza e antitrust europeo per un’operazione nemmeno di fusione, ma di collaborazione per poter stare meglio sul mercato globale.  L’operazione con Chantiers de l’Atlantique è la cosa più naturale, ma se non si vuole che si faccia noi campiamo uguale, solo quest’anno consegniamo otto navi e nessun cantiere al mondo ne fa così tante, è un record irraggiungibile. Il punto centrale è che bisognerebbe iniziare a ragionare sul mondo, mentre troppo spesso chi decide e si occupa di norme spesso lo fa senza pensare alle conseguenze”.


Bono è probabilmente il manager più glocal al mondo, local nel senso di italianissimo, ma con lo sguardo rivolto al mondo, tanto ad esempio da aver firmato una joint venture per il mercato asiatico con i cantieri cinesi CSSC e infatti, unico in un’Italia che si è svegliata sinofoba, ha il coraggio di dire: “Mi spiace non vedere una solidarietà mondiale nei confronti della Cina, come avviene per altri Paesi colpiti da disgrazie naturali. Mi sembra di vivere una sorta di Promessi Sposi cinesi dove l’untore sono i cinesi. Mentre l’untore, come nei Promessi Sposi con la peste, poi era un topo…”.L’amministratore delegato di Fincantieri ribalta (a mare) tutta la narrazione sbagliata che è al centro di tanti problemi italiani: “Si ragiona troppo spesso con le categorie ottocentesche o novecentesche e tutto è scivolato a parlare di finanza, mentre l’economia reale passa in secondo piano”.


La forza e la cocciutaggine di Bono sono quelle che hanno portato Sestri a costruire queste Virgin – e Branson e i suoi manager avevano praticamente chiuso con un altro cantiere – lavorando ventre a terra, con una politica commerciale che ha fatto di Fincantieri il numero uno al mondo. Con attenzione alle famiglie e ai diritti, con un ma: “A furia di dare solo diritti si perde la poesia della vita”. E quindi l’appello per Fincantieri è quella non di avere aiuti o sostegni esterni, “ma semplicemente quello di lasciarci continuare a lavorare, abbiamo il vento in poppa”. E’ il preludio alla seconda inarrestabile parte dell’esternazione di Bono. Che risponde a domande e parte anche autonomamente per demolire tutti i luoghi comuni, contro tutto e contro tutti.

Per il bene di Fincantieri: “Ci sentiamo soli, molto soli”. E se gli si fa notare che, però, tutti portano in palmo di mano il “modello Bono”, lui sorride: “Appunto, quando in un Paese sei additato come esempio, sempre lo stesso, ci si domanda quanto possa durare questo Paese. Siamo giusto una rosa nel deserto”. Il livello immaginifico del Bono pensiero odierno è altissimo: “Il primo punto è il cambiamento culturale, occorre adeguarsi anche ai cambiamenti tecnologici, a partire dalla scuola e dal recupero della gloriosa tradizione della formazione professionale italiana”.


E la mancanza di saldatori in qualche modo è come quella di chi raccoglie pomodori e olive: “Esportavamo pomodori e oggi li importiamo, esportavamo olio e oggi lo importiamo solo perché nessuno raccoglie più i prodotti della terra. Ecco, il rischio senza saldatori e figure specializzate è esattamente questo”. Le navi come il pomodoro.
Chiedono: servono infrastrutture e investimenti? “Questo è un falso problema, prima serve gente che lavora, se non la troviamo il problema è questo e questo è un elemento di fatto da cui partire. I problemi li risolviamo noi, non gli altri, dobbiamo essere noi la nostra salvezza. E quindi non bisogna guardare ciascuno al proprio pezzettino, ma al contorno, rinverdire le scuole professionali che hanno fatto grande l’Italia”. Ecco, qui si è partiti e qui si torna.

All’intuizione di un manager che oggi avrebbe avuto gioco facile a firmare discorsi autocelebrativi sull’ennesimo successo della sua azienda, che macina utili e commesse, che ha appena dato una nave a un gigante come Virgin, e che invece ha detto che il re è nudo, che la rivoluzione è dentro di noi e che, se non si parte dalla scuola, non si va da nessuna parte. Che le navi rischiano di diventare come i pomodori. Bono non ha alcuna intenzione di fare politica. Ma questa intervista vale più di un discorso programmatico degli ultimi venti governi, di qualsiasi colore.