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Aiuti russi all’Italia per il Covid: e se fosse stata una missione militare? Il dubbio del sindaco di Bergamo

Nel nostro Paese arrivarono ufficiali e medici russi nella primavera del 2020. Ora Gori si chiede: “Fu aiuto, propaganda o intelligence?”

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Bassetti (Ansa)
Bassetti (Ansa)

L’ultima notizia è che l’Italia è ufficialmente catalogata da Mosca fra i “Paesi ostili”. Eppure, non più tardi di due anni esatti fa, la Russia mandava un contingente di medici in Italia e soprattutto a Bergamo per aiutare la popolazione italiana, considerando il nostro un “Paese amico”. E allora cosa è successo nel frattempo?

L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, certo, e la salda scelta occidentale del governo Draghi e del Parlamento italiano, lontanissimo da una certa equidistanza e da simpatie filorusse e filocinesi del governo gialloverde, il Conte uno. E continuata sostanzialmente allo stesso modo con il governo giallorosso, il Conte due.

Ma non è solo questo e allora vale la pena di raccontare la storia dei rapporti fra Italia e Russia anche in chiave Covid.

Il commento di Bassetti

Partendo da una circostanza che ha sempre sottolineato Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, il più grande d’Italia, commentando i primi mesi di tentativi per trovare le cure al Covid: “I dati che ci arrivavano dalla Cina erano pochissimi e non ci hanno permesso di comprendere immediatamente ciò che era arrivato e come affrontarlo”.

Proprio la frammentarietà, la contraddittorietà e la scarsità delle notizie provenienti da Wuhan fu il problema principale per Bassetti e per tutti gli scienziati che affrontarono le prime fasi del Covid, abituati ovviamente a ragionare su dati consolidati e immediatamente condivisi con il resto della comunità scientifica mondiale.

Non questa volta, non dai cinesi.

E, a partire da quel fine febbraio 2020, l’Italia precipitò nel dramma della pandemia, più e prima del resto del mondo (Cina esclusa, ovviamente) e – anche e soprattutto per le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo – la provincia di Bergamo fu la più colpita al mondo.

Dal primo al 24 marzo 2020, giusto per restare al primo mese, l’anagrafe del Comune di Bergamo registrò 446 decessi, 348 in più della media consolidata degli anni precedenti, che era di 98 morti nei primi 24 giorni di marzo.

Gori e "il senso di impotenza"

In questo quadro, Giorgio Gori, primo cittadino di Bergamo, è stato un sindaco eroico, in prima linea con i suoi concittadini, pronto a spendersi in prima persona e ha raccontato anche pubblicamente il “senso di impotenza per non poter fare di più”, con le giornate passate a Palazzo Frizzoni, sede del municipio di Bergamo, da mattina a notte fonda, in trincea e contemporaneamente disarmato.

Dal suo ufficio, Gori lottò con ogni mezzo a sua disposizione per essere utile in qualche modo ai suoi concittadini, anche con donazioni personali e piccoli accorgimenti, come il sistema di messaggi personali con cui chiamava gli anziani soli per sapere se avessero bisogno di qualcosa.

Il tweet

Ecco, questo è il contesto nel quale occorre leggere un testo pubblicato da Giorgio Gori nei giorni scorsi su Twitter e se non si capisce questo è inutile parlare: «Col senno di poi - ha scritto il sindaco di Bergamo - è inevitabile tornare alla missione russa in Italia della primavera 2020. Sono testimone dell'aiuto prestato a Bergamo dai medici del contingente, ma va ricordato che a Pratica di Mare arrivarono più generali che medici. Fu aiuto, propaganda o intelligence?».

Ecco, e se fosse stata una missione militare? Nel migliore dei casi per “carpire” segreti medici che poi portarono alla preparazione del vaccino russo Sputnik, o forse altro?

Fu il quotidiano “La Repubblica”, con una lunga inchiesta di qualche mese fa a sollevare dubbi su quella missione, evidenziando come l'invio di medici, ma soprattutto di militari potesse essere stato anche un modo per fare propaganda.

La missione russa

E oggettivamente, la missione russa  fu diversissima rispetto ad esempio a quella degli albanesi, splendida e commovente, con il premier di Tirana Edi Rama che, arrivando insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, fece un discorso commovente e bellissimo, diventato subito virale: "Siamo tutti italiani e l’Italia è ormai casa nostra, da quando i nostri fratelli e sorelle italiani ci hanno salvato, ospitato e adottati in casa loro. Stiamo combattendo lo stesso nemico invisibile".

Le parole del primo ministro albanese colpirono i cuori ed era impossibile non piangere in quei giorni, soprattutto per noi bergamaschi: "Non siamo privi di memoria, non possiamo non dimostrare all'Italia che l'Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà. Oggi siamo tutti italiani, e l'Italia deve vincere e vincerà questa guerra anche per noi, per l'Europa e il mondo intero".

Insomma, una cosa molto diversa dalla missione battezzata "Dalla Russia con amore", con richiami a Jemes Bond, Ian Fleming e Sean Connery, che arrivò a Pratica di Mare il 22 marzo, dopo una telefonata personale e diretta di accordi tra Putin e l'allora premier Giuseppe Conte: c’erano 13 quadrireattori che trasportavano donne e uomini in tuta mimetica e 23 camion. Tra gli arrivi, 106 persone, due epidemiologi, unici civili della task force che è rimasta a Bergamo per due mesi, lavorando negli ospedali e nelle Rsa e acquisendo moltissime informazioni sul virus.

Ventilatori e mascherine

Le cronache dell’epoca parlarono di diverse dozzine di ventilatori, di qualche migliaio di mascherine e tute di protezione per il personale medico italiano, provenienti dal ministero dell’Industria russa, e di circa centomila tamponi per effettuare i test di positività inviati dal ministero della Salute di Mosca. Dalla Difesa russa erano date in arrivo otto squadre con dieci medici esperti in virologia ed epidemiologia fra i quali un anestesiologo, un terapeuta, un epidemiologo, personale tecnico e un traduttore”.

E arrivarono anche mezzi per sanificare le strade, idea che – in completa assenza di informazioni nei primi mesi di pandemia – prese corpo in molte città d’Italia, ma poi la pratica venne accantonata come inutile, se non addirittura controproducente e non vedemmo mai più i mezzi che spargevano candeggina ed acqua per strada.

Le parole di Gori non sono piaciute alla Lega e il deputato, bergamasco anche lui Daniele Belotti, ex capo degli ultras atalantini che pianse in aula di Montecitorio ricordando i morti bergamaschi, ha contrattaccato: "Capisco le tensioni per la guerra e l'astio verso Putin, ma come si fa a rinnegare un'operazione pacifica che era stata apprezzata ed elogiata da tutti come la sanificazione delle case di riposo della bergamasca da parte dei militari russi, nel momento più drammatico della pandemia? Certo, potrà essere stata propaganda, ma per pensare che fossero venuti a Bergamo per cercare segreti al Don Orione o al Gleno ci vuole proprio una bella fantasia".

Per la cronaca e per i non orobici il Don Orione e il Gleno sono due case di riposo.

Spie russe?

E il  riferimento alla presenza di spie russe nel contingente atterrato a Pratica di Mare è contenuto anche nella relazione annuale del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che esercita il controllo parlamentare sull'operato dei servizi segreti. L’ipotesi però rimase solo un sospetto, visto che non furono trovate prove a dimostrazione di questa tesi. Scrissero i commissari del Copasir, presieduto da Adolfo Urso, di Fratelli d’Italia, nella relazione annuale: “La missione del contingente militare russo inviato in aiuto all'Italia nel contrasto all'emergenza sanitaria da Covid-19 nelle province di Bergamo e Brescia nel marzo e aprile del 2020 ha avuto compiti esclusivamente sanitari. La notizia secondo cui sarebbe stato presente personale dei servizi segreti russi è stata oggetto di una richiesta di informazioni al Dis e di richieste di chiarimenti durante le audizioni del ministro della Difesa e dei direttori dell'Aise e dell'Aisi. Da quanto si è appreso, la missione russa si sarebbe svolta esclusivamente in abito sanitario con il compito di sanificare ospedali e residenze sanitarie assistenziali (Rsa) e il convoglio si è mosso sempre scortato da mezzi militari italiani”.

Ma, nonostante la relazione del Copasir, alla luce dei fatti e anche della testimonianza di Bassetti sulla poca condivisione di notizie sul Covid da parte dei sanitari cinesi, pensare anche alle missioni “di solidarietà” in chiave di geopolitica non sembra una fantasia assurda, anzi.

E i dubbi di Giorgio Gori ci stanno tutti. Al limite per autorizzare il dubbio che più che una missione umanitaria sia stata una missione di propaganda o di studio dei russi per correre a realizzare il “loro” vaccino con i dati del dramma bergamasco.

Il piano Next Generation UE, il Recovery e tutto il resto sono arrivati dall’Europa, non dalla Russia ammirata in quei giorni.

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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