"Ho le prove che il ministero della Difesa ha coperto per anni omicidi plurimi e disastri ambientali"

La relazione del deputato sardo Mauro Pili: “Gravi interferenze del ministro Pinotti. E Mattarella tentò di mistificare la realtà”

Un carabiniere in Bosnia nel 2005
Un carabiniere in Bosnia nel 2005

In una conferenza stampa che si tenne il 31 agosto 1995 nel quartier generale della Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (Nato) a Napoli, Leighton Warren Smith Jr, ammiraglio della Marina Usa, annunciò la duplice Operazione Deliberate Force, la campagna militare aerea condotta nel 1995 dalla Nato contro le forze della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. L’ammiraglio spiegò che i raid sarebbero stati effettuati con proiettili all’uranio impoverito. Alla conferenza parteciparono anche i vertici delle nostre Forze Armate (FF.AA.).

Partendo da questa certezze, Mauro Pili, ex presidente della Regione Sardegna e deputato del gruppo misto della Camera, ha redatto una ‘controrelazione’ alla relazione sull’uranio impoverito presentata dalla Commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Gian Piero Scanu. Nel ponderoso documento – 900 pagine – Pili ha accusato i vertici dello Stato e delle FF.AA. di non aver tenuto conto dell’avviso ai ‘naviganti’ lanciato dall’ammiraglio. Sia chiaro, Pili non ha ‘bocciato’ il lavoro della commissione, lo ha tuttavia valutato incompleto: perché lascia ai soli vertici militari le responsabilità di quanto accaduto; e perché ha lasciato fuori dai giochi i ministri della Difesa che dal 1995 a oggi si sono succeduti a Palazzo Baracchini.

“Pur riconoscendo – ha spiegato Pili - il lavoro svolto dalla Commissione teso ad accertare cause e responsabilità delle evidenti negligenze nella gestione della sicurezza e della tutela dei militari e dei civili operanti nel comparto della Difesa, si deve prendere atto della mancata individuazione di responsabilità oggettive e soggettive che avrebbero dovuto comportare espliciti e definiti capi d’imputazione sia per quanto riguarda l’aspetto primario della tutela della salute che delle gravissime ripercussioni sul piano ambientale”.  Oltre ai generali ("che sapevano") Pili colloca sul banco degli imputati i ministri della Difesa che si sono succeduti dal 1995 a oggi, compresi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l’attuale titolare del dicastero Roberta Pinotti. Il filo rosso che collegherebbe Mattarella alla Pinotti sarebbe legato al caso del militare Salvatore Vacca morto nel 1999 a soli 23 anni per una leucemia contratta in Bosnia. “In quell’occasione, rispondendo a una interrogazione parlamentare Mattarella, sostenne che in Bosnia non era stato utilizzato uranio”, ha svelato Pili a tiscali.it.

Anni dopo, la Pinotti “in totale dispregio" della Commissione d’inchiesta e del suo lavoro aveva disposto attraverso il suo responsabile della comunicazione, una "fraudolenta intervista su una rete pubblica nazionale con la quale faceva dichiarare a un Generale, Carmelo Covato, l’inesistenza di tale legame tra insorgenza della malattia e i teatri di guerra”.  A rendere ancora più grave la vicenda, “la decisione di far svolgere l’intervista nell’ufficio di gabinetto del Ministro della Difesa”. Pili racconta di uno Stato “vigliacco” che avrebbe prima negato e poi mancato di chiarire “quello che in altri paesi era già annoverato come un diritto sacrosanto di militari e civili”.  A questo, ha sostenuto, si dovrebbe aggiungere “l’evidente e reiterato negazionismo dei vertici militari che come si evince dagli esami testimoniali che si allegano in alcuni casi integrali per comprendere la gravità delle affermazioni rese e il tentativo impacciato e a tratti ridicolo di sfuggire alle proprie responsabilità”.  Un “negazionismo” che sarebbe cominciato con Mattarella e che si è concluso la Pinotti. Queste sarebbero le responsabilità politiche. Gravi anche le altre accuse rivolte ai militari di alto rango.

Nel corso dei lavori della Commissione, ha scritto ancora Pili, “è emerso il livello di grave compromissione di taluni rilevanti vertici militari con le industrie belliche. Si è trattato di una commistione omessa, coperta ed avvallata dalle parti politiche che mai hanno posto in essere azioni concrete tese ad eliminare siffatta collusione”. In particolare, il parlamentare sostiene che nei documenti e negli atti vagliati in commissione è rilevabile “un’architettura affaristico – lobbistica che è passata dalla vendita dei missili Milan – contenenti torio – generatori di contaminazioni gravi e letali, alla gestione di interi poligoni come il caso di Vitrociset a Quirra e Capo Frasca”. Per Pili non è un caso che a capo della Vitrociset sia stato chiamato “il più alto in grado dei generali, il Capo di Stato Maggiore della Difesa Gen. Mario Arpino che, lasciato l’incarico di primo vertice, assumeva quello di Presidente operativo proprio di Vitrociset”.  La stessa Vitrociset che a Capo Frasca si occupava di movimento terra per una “presunta bonifica”, mai attuata, a Quirra gestiva l’intero poligono, e a Teulada vinceva con procedure molto dubbie "la realizzazione e di villaggi islamici e mittle europei”.  

Per Pili è evidente “senza tema di smentita una palese, evidente, correlazione tra il livello politico, militare e affaristico bellico”. E ancora: “Si è giunti ad una situazione paradossale per quanto riguarda la vicenda dei famigerati missili Milan. Si è arrivati alla spregiudicatezza che l’esercito comprava i missili Milan da sparare nelle basi sarde e poi i vertici militari che ne avevano disposto sostanzialmente l’acquisto diventavano presidenti della fabbrica d’armi che li produceva”. I vertici di primo della Difesa hanno assunto con continuità che appare persino spregiudicata incarichi diretti e di primo piano nelle principali industrie belliche non solo italiane: “Da generali facevano consumare i missili al Torio nelle basi della Sardegna e poi diventavano amministratori delle società che producevano e vendevano gli stessi missili. Una gestione scandalosa del rapporto pubblico privato nell'acquisto, la vendita e l'utilizzo delle armi”. Armi che hanno poi generato “vittime e devastazione ambientale”.

La Pinotti, commentando la relazione della Commissione ha sostenuto che "le forze armate hanno in massima attenzione la salute dei militari", quindi "è sbagliato criminalizzarle" e in Italia non è mai stato "utilizzato e acquistato un munizionamento con l'uranio impoverito". Il problema è un altro: all'estero e in Italia, i nostri soldati hanno agito in ambienti in cui è stato utilizzato l'uranio impoverito? Per Pili, ma anche per Scanu, c'è solo una risposta: sì.