Valeria non era solo "una di noi", ma una volontaria che voleva cambiare il mondo

Lavorava con Emergency, faceva parte di una generazione che, con mezzi propri e senza slogan, cercava di aiutare il prossimo

Valeria non era solo 'una di noi', ma una volontaria che voleva cambiare il mondo
di Giovanni Maria Bellu

Esiste ormai una ritualità del lutto nella Rete. In poche ore su Facebook sono state lanciate tre pagine pubbliche in ricordo di Valeria Solesin, che hanno raccolto complessivamente 20mila adesioni. Sono nati poi almeno tre gruppi, ma altri prevedibilmente nasceranno, che sostengono iniziative quali l’intitolazione di una piazza alla giovane donna italiana uccisa a Parigi. C’è un evento organizzato per mercoledì prossimo, alle 19, a Venezia, in Piazza San Marco. I partecipanti accenderanno una candela in memoria di Valeria e di tutte le vittime delle stragi di venerdì scorso.
Succede, anche se raramente in queste dimensioni e con questa rapidità, tutte le volte che se ne va tragicamente “uno di noi”. Dove il “noi” non presuppone solo il “noi italiani”, ma si articola in svariati modi, a volte con delicate e umane forzature, in uno sforzo collettivo di trovare un unico, e in realtà impossibile, comune denominatore del dolore. Nasce dal bisogno di dare un senso a una morte assurda e insopportabilmente ingiusta.

Sarebbe bastato un istante, un contrattempo, un mezzo pubblico in ritardo, una telefonata improvvisa. Le testimonianze dei superstiti – come quella di Sylvestre, il ragazzo salvato dal suo telefonino che ha “parato” il proiettile – rendono ancora più complessa la ricerca di un senso. In quelle situazioni ci si salva o si muore per un’inezia. Eppure ci ostiniamo, tenendoci per mano, a voler dare un significato al caso. A tentare di volgere il caso in fato. Come se ogni morte, quando ci colpisce tutti, dovesse produrre un identico percorso di elaborazione del lutto. A volte – incredibilmente – succede che tutti gli indizi convergano nella conferma di questa pretesa in apparenza assurda.

Valeria Solesin era molto “uno di noi”. A seconda dell’età, della generazione di appartenenza, era nostra amica, nostra figlia, nostra nipote. Ognuno di noi, in qualche parte della sua vita, l’ha incontrata. Era la compagna di scuola brillante che capisce rapidamente di dover andare all’estero per trovare un percorso professionale appagante. Era la figlia che ci inorgoglisce e un po’ ci addolora perché troppo presto ci fa capire che intende costruire il futuro con le proprie forze. Era la ricercatrice colta e poliglotta che bussa alle porta delle redazioni e senza alcun padrino, solo col frutto del suo lavoro, si propone. Così, anche se è un maledetto caso, alla fine non appare un caso che sia lei l’unica vittima italiana.

Se siamo, come siamo, in guerra, Valeria Solesin era in prima linea. Ma non perché ha avuto la disgrazia di essere nel momento sbagliato in un certo punto del mondo dove si scatenava la ferocia omicida di un gruppo di fanatici. Era già da prima nella prima linea di un generazione che, sostanzialmente con mezzi propri - senza ideologie di supporto, senza slogan – tenta di rendere effettivo quello che, per buona parte, è ancora scritto sulla sabbia: l’idea di un’Europa e, chissà, addirittura di un mondo, dove gli esseri umani valgono in quanto tali, si possono incontrare liberamente, possono mettere assieme le forze, lavorare duramente, ma anche divertirsi. Prefigurando – attraverso le loro relazioni, i loro talenti – quel sistema che a noi, i padri, è stato regalato dai nostri padri dopo la fine della guerra. E che abbiamo largamente dissipato assieme ai suoi valori fondanti. Valeria non declamava il principio di uguaglianza, andava con i volontari di Emergency ad assistere i clochard. E lo faceva col ciglio asciutto, senza pietismi, perché quello era anche un modo per conoscere meglio Parigi.

Lei tra l’altro, degli esseri umani aveva scelto di tenere la contabilità. Nello tsunami di documenti col suo nome che in queste poche ore si è abbattuto sul Web, non è facile trovare del materiale che riguardi Valeria prima della tragedia. Ma qualcosa c’è. La sua scheda da dottoranda all’Institut national d'études démographiques; il suo nome tra i relatori di un convegno organizzato nella primavera scorsa dall’università di Trento sul tema “districare il nodo genere-potere” e nel panel di un altro convegno che si tenne il 28 maggio ad Agadir, in Marocco, dove presentò una comunicazione sul confronto tra le politiche per la famiglia in Italia e in Francia.

Sul sito di Neodemos è stato subito riproposto un articolo che scrisse due anni fa e propose con tanto di titolo (che fu approvato) : “Allez les filles, au travail!”. Valeria Solesin rilevava le differenze tra Italia e Francia, due Paesi per tanti aspetti molto simili, oltre che confinanti, nei dati sull’occupazione femminile e la natalità. In Francia, nel 2011, il tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni era del 65 per cento, contro il 50 per cento dell’Italia. Eppure il tasso di natalità francese è (dati Istat 2012) di due figli per donna, mentre in Italia è di 1,4. In definitiva: l’Italia penalizza, assieme, il lavoro femminile e la maternità.

Val la pena di leggerlo per intero, anche perché è un articolo molto interessante. E ci dice che abbiamo perso una giovane studiosa che avrebbe potuto darci tanto. Ma il miglior ricordo – e la conferma di quel suo essere nella prima linea – è il breve testo distico che la redazione di Neodemos ha scritto per presentarlo: “Due anni fa ricevemmo, in Redazione, l’articolo di una giovane studentessa. Nessuno di noi la conosceva o l’aveva incontrata”.