Daria Bignardi rinuncia alla poltrona e ai soldi, ma l'invidia social non perdona lo stesso

Che vergogna gli insulti a chi se ne va rinunciando a qualcosa. Che follia le invettive contro l'ex direttrice di Raitre.
Premessa. Non sono un amico di Dario Bignardi, anzi. Credo che fra noi ci sia ancora qualche ruggine arretrata per articolo che scrissi ormai un secolo fa sul caso Calabresi e sulla condanna di Adriano Sofri. Nulla di drammatico, ma i rapporti tra le persone - soprattutto nel mondo del giornalismo - spesso sono segnati dai dettagli. Detto questo ho trovato semplicemente vergognoso il piccolo coro di sberleffi, ingiurie, ironie, che hanno accompagnato il suo addio alla Rai e la notizia che l'ex direttrice di Raitre abbia rinunciato alla buonuscita. I motivi sono almeno due ed entrambi buoni. Il primo, Daria se ne va, in un paese in cui solitamente, tutti rimangono saldamente imbullonati alle proprie poltrone, ancora più volentieri - ovviamente - se si tratta di incarichi lautamente retribuiti. E non ditemi che Daria è ricca, perché - sempre in questo paese, l'altra regola è che più hanno soldi e più sono avidi di farne altri.
La Bignardi ne ne va (tra l'altro) senza che nessuno la cacci, per una scelta professionale, di stile, una scelta di opportunità che nessuno le ha comandato o imposto. Il secondo: nessuno di noi saprebbe di questa buonuscita, se lei non vi avesse rinunciato. E di certo, fra i tanti che le ingiuriano, la stragrande maggioranza sono persone che, se si fosse trattato di loro, non avrebbero rinunciato nemmeno un centesimo bucato. Forse, in questo paese, è il caso di iniziare a dire qualcosa su questo sentimento di gogna collettiva per cui si cerca sempre un bersaglio, un cattivo, un immorale da epurare. Per cui chapeaux - omaggio del cappello - a chi rinuncia, e pernacchia solenne per il coro degli invidiosi incoerenti per cui non è mai abbastanza.