[Il reportage] Sedici ore sotto le macerie, così Ciro ha salvato i suoi fratellini

Si sono riparati sotto il letto. E’ stata la loro salvezza. Il dramma che diventa gioia

«Ciro è salvo!!». Più di 16 ore sotto le mura cadute su di lui. Sono le 13 e 12 minuti. Ciro e Mattia li hanno liberati. Abbiamo visto passare la mamma che accompagnava Ciro, il fratellino più grande, l’ultimo a essere venuto fuori da quelle macerie, steso su una barella: un lavoro lentissimo e delicato, perché c’era il forte rischio che venisse giù tutto durante le operazioni di recupero.

Alle dieci del mattino i soccorsi avevano fatto allontanare i curiosi, gli amici e i giornalisti che aspettano notizie davanti alle rovine della casa. Dicevano che era pericolante, che c’era il rischio di un crollo. Si era complicato ancora di più il salvataggio dei due bambini sepolti sotto le rovine dalle 20 e 57 di ieri sera, da quei quindici secondi in cui le scosse avevano bombardato Ischia arrivando dal mare.

E’ qui che è rimasto il terremoto, in queste immagini dei vigili arrampicati sopra quel tetto così fragile a guardarlo dal basso, mentre parlavano con Ciro di 11 anni e Mattia di 8, che si erano riparati sotto il letto per cercare di salvarsi. Casamicciola è il centro abitato dove il sisma ha colpito di più. Qui, dove si scava senza sosta con i badili e con le mani, è stata l’ansia per la sorte di questa famiglia a raccontare il terremoto di Ischia.

La mamma Alessia è stata la prima a essere salvata, «buttandosi fuori dalla finestra del bagno», come ha raccontato suo marito Alessandro Toscano, e ha spiegato subito che lì sotto c’erano tutti gli altri, il papà, due bambini e un neonato di 7 mesi. Dopo qualche ora hanno tirato fuori il babbo. Ha detto che era schiacciato fra il muro crollato e un’auto, che pensava di morire. Alle 4 Pasquale, il bimbo più piccolo. La gente ha urlato di gioia e ha cominciato ad applaudire. Tutti hanno creduto che fosse la fine dell’incubo. Ma non è così. Non ancora.

Quell’applauso alle 4 di notte era solo il senso della vita. Pasquale urlava di paura e di fame, e ha continuato a piangere anche quando il vigile del fuoco che lo sorreggeva avanzando cautamente fra le macerie e tutta quella polvere levata nel cielo nero, l’ha consegnato nelle braccia della madre. Ha continuato mentre attorno la gente batteva le mani e mamma Alessia piegava le labbra in un bacio e in una smorfia di gioia, ha continuato passando fra le divise sporche degli altri vigili, quei caschi e quelle tute rigonfie, con le sue gambe nude, una maglietta e le mutandine bianche, e le sue grida disperate. Salvare un bambino è qualcosa di più che salvare una vita.

Perché salvi il futuro, la speranza di una rinascita e tutte le cose che ricominciano. E’ questo il senso della vita, contro la distruzione del terremoto. Attorno ci sono pezzi di casa, mura sbriciolate, le nubi delle rovine che ricoprono e nascondono le prime luci, ci sono i vigli chinati sulle ginocchia a scavare con le mani. Alle 4 e 10 nel filmato postato sul loro sito, li vedevi dall’alto mentre estraevano il piccolo Pasquale dal buco che erano riusciti a ricavare dal tetto e sentivi le voci che guidavano il soccorso, «calma, calma, ce la puoi fare, ecco così...».

I vigili erano penetrati dal solaio crollato per avanzare verso le grida del bambino, dopo 10, interminabili ore di fatica. Qualche ora prima, erano riusciti a tirar fuori il padre, Alessandro: aveva delle ferite e l’hanno portato all’ospedale Rizzoli. Lui s’è fatto medicare alla meglio e ha voluto ritornare sul posto. Lì sotto, fra quelle macerie, ci sono ancora gli altri suoi figli, Ciro di 11 anni, e Mattia di 8. Sono riparati sotto il letto. E’ stata la loro salvezza.

La mamma, che è incinta del quarto figlio, ha guidato i soccorritori, sin dall’inizio, spiegando bene dove erano. Quando hanno preso Pasquale, l’ha accompagnato in ospedale e poi è tornata subito sul posto: il bimbo sta bene, hanno assicurato i medici, non ha ferite ed è tenuto in osservazione solo a scopo precauzionale. Poco dopo le sette del mattino, i vigili e gli uomini della Protezione Civile sono riusciti ad arrivare alle voci dei due bambini. Hanno chiamato papà Alessandro che ha cominciato a parlargli e a tranquillizzarli: «Ci vuole ancora un po’ di tempo, ma vi portiamo via da lì. Voi non dovete addormentarvi».

Per questo, continuano a dialogare con loro senza interruzione. Alle 7 e 30 sono riusciti a raggiungerli anche fisicamente e hanno consegnato a Ciro una bottiglia d’acqua minerale. Era stato lui a guidarli verso di loro. Ciro all’inzio piangeva disperato, ma adesso che parla con gli uomini dei soccorsi ha preso coraggio e fa forza anche al fratello più piccolo.

Adesso però comincia la parte più difficile. Sono crollati i solai in cemento armato e bisogna tagliarli per arrivare al punto in cui possono prenderli e tirarli su. Lo vedi bene guardando la palazzina dal basso, con il tetto piegato come un pezzo di cartone appoggiato sugli esili pilastri che sono rimasti torti e sbilenchi a sostenerlo da soli sullo sfondo delle macerie: i solai non ci sono più, sono caduti sotto. «Sarà un lavoro lungo», avvisa Luca Cari, il portavoce dei vigili.

Da sopra, avanzando fra i detriti, la palazzina distrutta apre lentamente le sue viscere. Da sotto, Ciro e Mattia vedono la luce del giorno e sentono la voce del papà e dei vigili che parlano senza sosta per tenerli svegli. Splende il sole. Il mare, da dove è arrivata la scossa, ora s’è quietato. Al porto i turisti si ammassano per scappare via. Il cielo annuncia una bella giornata. Fa già caldo. Papà Alessandro s’è asciugato il sudore sulla fronte. «Tieni duro, Ciro. Tenete duro...». Ce n’è voluto di tempo.