Roberto Zanda: "L'inferno di ghiaccio non mi ha sconfitto, tornerò a correre anche con le protesi"

Seguire la via del guerriero, questo è sempre stato sin dal giorno della sua nascita l’obiettivo dell’extreme runner sardo. Il racconto dell’ultima disgraziata avventura nello Yukon Arctic Ultra: una storia fatta di freddo, dolore e amarezze, ma anche di sogni, speranze e progetti

Roberto Zanda, professione extreme runner
Roberto Zanda, professione extreme runner

Anche quando il fato sembra aver deciso che quello è il tuo ultimo stramaledetto giorno conviene combattere: perché solo la lotta può ancora salvarti la vita. E’ la via del guerriero, questo è stato Roberto "Massiccione" Zanda dal giorno della sua nascita sino alla sua ultima avventura nello Yukon Arctic Ultra, una serie di gare no-stop in più giorni disputate in Canada, con partenza dalla città Whitehorse che si svolge ogni anno a ogni fine di febbraio.

Dentro l'inferno gelato

Una corsa contro il tempo, “in quel freddo – racconta ora l’ex graduato della Folgore – che ti entra dentro e che ti gela l’anima”.  Una corsa iellata. “La mani non crescono più, neanche le gambe”, ha detto a tiscali.it Zanda, che per affrontare quel mondo fatto solo di ghiaccio e neve ha dovuto sacrificare i suoi arti. “Bisogna farsene una ragione: a volte vivo questo stato senza apprensione, altre volte soffro, anche perché ogni tanto là dove c’erano i miei arti sento una forte scossa elettrica: i medici m’hanno spiegato che questa è la sindrome dell’arto fantasma”. Ascoltarlo, a quasi un anno dall’evento, si capisce che ha attraversato e sta attraversando un tunnel fatto di dolore, ma anche di tante speranze. Perché un uomo come lui non può smettere di sognare, di ricordare i colori, le albe, i tramonti di questa Terra.

Lui è ancora l'uomo del deserto

Lui è “l’uomo del deserto” che ha sfidato “il mondo del gelo”. E’ l’atleta che voluto affrontare un generale inverno che spesso in quegli angoli sperduti del mondo scende a meno 40. Certo, ora vuole “rilassarsi mentalmente”, ma Roberto si sta davvero riposando? Difficile crederlo, perché i neuroni delle persone come lui sono – nel bene e nel male - sempre in moto. “Per ora penso a ritornare a camminare ed eventualmente, più in là, correre”. Ma per poterlo fare ha bisogno di poter indossare “protesi perfette: il moncone si sta rimpicciolendo, quindi deve essere rimodificato”. Questo dunque il prossimo step. “Per ora devo avere pazienza, ogni cosa a suo tempo: fra un mese dovrei cominciare a camminare come si deve”.  Camminare per lui sarà come rinascere. Pazienza dunque, mica tanta però, perché Zanda si sta facendo “travolgere” dal successo che sta avendo il libro scritto con la collaborazione di Salvatore Vitellino “La vita oltre. Una storia vera di coraggio e rinascita” (edito da Baldini-Castoldi).

L'avventura diventa racconto

Roberto Zanda durante la Yukon Arctic Ultra

Un libro impastato con dolcezza, coraggio e sofferenza. Nella presentazione si legge: “Oggi, con le sue protesi ipertecnologiche, il nuovo Zanda è già intenzionato a ritornare sui sentieri dell’avventura, e ad aprile 2019 correrà nel deserto della Namibia. Intanto, la sua storia sta appassionando media italiani e internazionali, per il suo esempio di tenacia, di una vita al massimo capace di rinascere, oltre i limiti del corpo e della rassegnazione. Questo libro racconta il segreto di tanta forza e ci fa riscoprire una verità ignorata da molti di noi: che la vita va amata oltre ogni misura”. “Sono felice del successo che sta avendo la mia confessione – conferma Zanda -, mi scrivono anche persone che non hanno mai letto un libro, spesso ragazzi di vent’anni. Molti mi chiamano, altri vogliono una dedica. Forse perché con le mie parole hanno capito che dopo il dolore anche più brutale bisogna dare spazio alla luce delle speranza”. Faresti ancora quella gara? E’ la domanda che tutti giornalisti in questi casi fanno, anche se sanno che è la stessa, sotto mentite spoglie, che si fa a chi gli è caduto la casa in testa. “Ho imparato una cosa da questa avventura: non devo mai guardarmi indietro, perché devo evitare di avere rimpianti. Dello Yukon devo dire che sino al momento di impasse l’ho saputa gestire molto bene, avevo fatto una specie di patto con il ‘dio freddo’ e tutto nei primi 300 chilometri è andato molto bene. Poi l’ingranaggio si è inceppato”. Perché? Roberto non lo dice, “perché non è giusto levare ai lettori il ‘gusto, della lettura”.   

Ecco cosa è la vita per Roberto

“All’ultimo punto di controllo, avevo già percorso, 300 chilometri, me ne mancavano 180, ero tranquillo sereno, un po’ stanco, ma tutto sembrava girare per il meglio (mi ero anche fermato per vedere l’aurora boreale) … Certo è una gara che sarei pronto a rifare, ma con una diversa organizzazione, più vicina agli atleti, soprattutto durante la notte. La rifarei, anche con i monconi, ma non con quella organizzazione”. Il freddo, la neve, quel senso di gelo, molto meglio ora per lui pensare alla corsa nel deserto del Niger nel 2006, quando “ho potuto vivere a contatto con i tuareg che portano il sale ad Agadez”. Flash, gioie, sudore, disperazione, un impasto di emozioni con cui Zanda ci insegna che “la vita va amata oltre ogni misura”. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.