Prato, il killer di Varani, in carcere ripeteva: "Io mi uccido", ma non gli credeva nessuno. L'ultimo interrogatorio: "Ognuno di noi ha un lato oscuro"

Angosciato per la prospettiva dell'ergastolo, terrorizzato dalla certezza di non poter reggere il sistema carcerario, Marco aveva più volte annunciato: "Io mi uccido". Tra gli inquirenti, abituati alle sue bugie, e tra i famigliari, stroncati dal dolore, non gli credeva più nessuno

Marco Prato
Marco Prato

Nel suo interrogatorio più importante, con voce calma, flemmatica, così controllata da mettere i brividi, aveva spiegato il suo delitto con questa frase: "Ognuno di noi ha un lato oscuro, il mio, semplicementente, è venuto fuori". Il lato oscuro del potenziale assassino. Si muore come si vive, e Marco Prato ha vissuto ed è morto, tra due estremi che si toccano, da omicida e da suicida.

La sua era una vita caotica, incontrollata, animata da impulsi selvaggi incontenibili, fantasie violente, pulsioni omicide, traumi psicologici mai sanati, in una precipitazione di follia che era culminata con il delitto commesso in un appartamento del Collatino, a Roma, in cui era stato ucciso il giovane Luca Varani, un ragazzo dolce e indifeso, che non aveva mai fatto male a nessuno. Prato aveva già tentato di uccidersi con l'amaro del capo e il Minias, un potente psicofarmaco, prima dell'arresto. Simulazione, si era detto. Qualunque fosse la verità su quel gesto ieri è andato fino in fondo: si è suicidato nella cella del carcere di Velletri, in cui era detenuto.

Prato per il barbaro omicidio di Luca, era in principale accusato: il ragazzo era stato martirizzato a Roma nel marzo del 2016, nel pieno di un barbaro festino a base di sesso, supplizi e droga. Centinaia di ferite, colpi di lama e di martello, un coltello che era rimasto addirittura piantato nel petto del cadavere, dopo che il ragazzo era stato stordito con una droga dello stupro per fiaccare la sua resistenza, e quindi violentato, torturato. Prato -che nella vita era diventato un noto Pierre della Roma da cocktail - aveva agito in coppia con Manuel Foffo, il figlio di un ristoratore (un giovane senza lavoro facilmente suggestionabile), e aveva cercato nei suoi interrogatori di addossare la responsabilità del delitto al suo complice.

Lui omosessuale dichiarato, travestito con parrucca bionda anche la sera del delitto, Manuel un ragazzo con il cervello fuso dalle droghe , e con problemi ad ammettere la sua identità sessuale e perseguitato dall'anatema del padre: "Ai Foffo piacciono le donne!". I due killer dopo il macabro rito avevano dormito accanto al cadavere, storditi dalle emozioni scomposte, dall'eccitazione chimica, dall'alcol, dalle droghe.

Nelle ricostruzioni fornite agli inquirenti, entrambi avevano cercato di addossare all'altro l'ultima responsabilità dell'intenzione omicida. Domani per Prato - che al contrario di Foffo aveva rinunciato al rito abbreviato - avrebbe avuto l'udienza del suo processo. Invece è stato trovato morto durante il giro di ispezione con un sacchetto di plastica in testa: ha finito la sua vita soffocato. Il suo compagno di cella non si è accorto di nulla.

Marco era un ragazzo di buona famiglia, insospettabile, inserito nella Roma bene. Ma dilaniato da una doppia personalità, da un bisogno di sopraffazione e di infliggere dolore e sofferenza. Mascherava la sua calvizie con un vistoso parrucchino, aveva la passione dei selfies. La sera in cui nell'appartamento del Collatino Luca era caduto nella trappola tesa da Foffo e Prato, altre sei persone avevano rischiato prima di loro. Dopo l'arresto, con gli esami fatti in cella, si era scoperto anche che la vita spericolata di Marco lo aveva portato a contrarre l'HIV.

La sieropositività aveva aperto una tenue possibilità nella sua strategia difensiva: anche se fosse stato ritenuto colpevole - infatti - avrebbe potuto sperare in una pena scontata in qualche struttura medica alternativa al carcere grazie alla malattia. Ma adesso, nel grado zero della morte suicida, tutto si ricompone e si livella: angosciato per la prospettiva dell'ergastolo, terrorizzato dalla certezza di non poter reggere il sistema carcerario, Marco aveva più volte annunciato: "Io mi uccido". Tra gli inquirenti, abituati alle sue bugie, e tra i famigliari, stroncati dal dolore, non gli credeva più nessuno. Alla fine - nel suo ultimo gesto disperato - Marco è riuscito a farsi prendere sul serio.