Più poveri e povertà in Italia: un rapporto della Caritas sollecita una nuova stagione di solidarietà

Gli aiuti europei dovrebbero incidere sulle criticità degli assetti economici e sociali

Più poveri e povertà in Italia: un rapporto della Caritas sollecita una nuova stagione di solidarietà

Aumenta in Italia la povertà e il numero dei poveri. Lo documenta il Rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia nella sua edizione del 2020 compilato sulla base dei dati di importanti istituzioni statistiche e sull’esperienza quotidiana dei 62 mila operatori Caritas sul campo. Esperienza e dati segnalano gravi effetti economici e sociali che si affiancano a quelli sanitari dell’attuale crisi generata dalla pandemia da Covid-19.

I poveri assoluti, cioè privi di beni essenziali sono oltre 4,5 milioni, più del doppio  rispetto alla crisi finanziaria del 2008 quando i poveri assoluti erano circa 1,7 milioni. I dati dei Centri di ascolto fanno presagire una crescita della povertà con una incidenza da un anno all’altro dei  “nuovi poveri” che passa dal 31% al 45% e quasi la metà di chi si rivolge alla rete Caritas non lo aveva mai fatto in passato. La Banca Mondiale per la prima volta dopo 20 anni attesta la crescita della povertà estrema: le persone costrette a vivere con meno di 2 dollari al giorno salgono da 60 milioni a una quota che oscilla tra gli 88 e i 114 milioni.

Suscita allarme un dato spia del tutto nuovo rispetto agli standard Caritas, la cui attività da una propaganda malevola e pretestuosa veniva accusata di occuparsi degli immigrati dimenticando gli italiani. Le cifre parlano chiaro: aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa; cala di contro la grave marginalità.

“Anche in Italia, lo sappiamo, - osserva don Francesco Soddu direttore nazionale di Caritas - e l’intero volume lo testimonia, a pagare il prezzo più alto della pandemia sono proprio le persone più fragili e vulnerabili. Richiamando, ad esempio, la dimensione occupazionale, l’impatto della pandemia e dei conseguenti contraccolpi economici produce effetti diversi nei lavoratori precari, intermittenti o lavoratori a chiamata rispetto a chi ha un impiego con un contratto a tempo indeterminato. O ancora, si pensi alle disuguaglianze educative: in tempo di lockdown molte sono state le famiglie che non hanno potuto assicurare ai propri figli le apparecchiature utili per la didattica a distanza”.

Il Rapporto documenta con evidenza che diventare “voce dei poveri” per la Chiesa di papa Francesco non è solo uno slogan di propaganda, ma una realtà che va facendosi sempre più concreta e capillare. Non a caso la trama del Rapporto Caritas si fonda sulla spinta pastorale di Francesco che dal tempo della sua elezione sta sollecitando le istituzioni mondiali a occuparsi seriamente della povertà e dei poveri. Richiami che si sono fatti più pressanti nel corso dell’esperienza del Covid 19.

Durante l’udienza generale del 19 agosto scorso ha ricordato come, oltre all’urgenza di trovare la cura per un virus, ci si debba attivare “per curare un grande virus, quello dell’ingiustizia sociale, della disuguaglianza di opportunità, della emarginazione e della mancanza di protezione dei più deboli”. Andare dunque alle radici della povertà, “per essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite” .

E di recente il papa ha ammonito: “Uscire dalla crisi non significa dare una pennellata di vernice alle situazioni attuali perché sembrino un po’ più giuste. Uscire dalla crisi significa cambiare, e il vero cambiamento lo fanno tutti, tutte le persone che formano il popolo. Tutte le professioni, tutti. E tutti insieme, tutti in comunità. Se non lo fanno tutti il risultato sarà negativo”.

Adesso, fronteggiata l’emergenza,- avverte la Caritas -  il rischio da evitare è che questa si trasformi in un eterno presente, diventando un alibi per non affrontare con sistematicità alcuni nodi del nostro welfare, del nostro sistema produttivo e del mondo del lavoro. Da questa prospettiva si evidenzia che l’azione della Caritas indica un percorso di comportamenti di piccoli segni, ma concreti, per rendere vera “la scelta preferenziale verso i poveri” richiesta non solo ai cristiani ma alla società in generale.

Dal Rapporto emerge che le Caritas diocesane, fin dai primi giorni dell’emergenza Covid-19, hanno continuato a stare accanto agli ultimi e alle persone in difficoltà, mettendo in atto risposte diversificate, mai sperimentate in precedenza:  si pensi ai servizi di ascolto e di accompagnamento telefonici o l’ascolto organizzato all’aperto, la consegna di pasti a domicilio e la fornitura di pasti da asporto, la distribuzione di dispositivi di protezione individuale e igienizzanti, la messa a disposizione di alloggi per i periodi di quarantena e isolamento, i servizi legati all’acquisto e distribuzione di farmaci e prodotti sanitari o i servizi di assistenza psicologica.

Ora è necessario guardare avanti  e anche la capacità di ascolto e di risposta pubblica dovrebbe fare un salto di qualità, sempre enunciato e mai completato. Accorciando in primo luogo le distanze tra le risposte e coloro alle quali esse sono destinate. “Il percorso che porta le persone ad accedere alle misure nazionali e locali non può essere punteggiato di lungaggini burocratiche e di difficoltà amministrative, né in tempi di crisi né ordinariamente. E non ci si può illudere – osserva il direttore Caritas - che la digitalizzazione amplifichi e migliori di per sé le opportunità di accesso delle persone agli interventi. Tutt’altro. Proprio le modalità digitali possono diventare una ulteriore fonte di esclusione per le fasce della popolazione più in difficoltà”.

In questo tempo che si fa un gran parlare degli aiuti europei  - del Recovery found in particolare - la Caritas ricorda che “intorno a una strategia per il futuro del nostro Paese occorre far convergere risorse umane prima ancora che economiche e in questo orizzonte stimolare azioni, interventi, progetti, proposte che vadano a favorire “il superamento dell’inequità” e la promozione di una “nuova economia” più attenta ai principi etici. Senza un piano definito “prolifereranno interventi giustapposti, comunque utili, ma non in grado di incidere una volta per tutte sulle criticità dei nostri assetti economici e sociali. Adesso bisogna avere il coraggio di creare una discontinuità rispetto al passato”.