[Il ritratto] Pantani non fu ucciso, il caso è chiuso. Ma fu perseguitato sotto i nostri occhi

Il grande ciclista fu costretto a pagare per tutti, come accade troppe volte in certe inchieste giudiziarie, quando il nome più famoso finisce per coprire le colpe di tutti. Ecco come andò 

Marco Pantani (Ansa)
Marco Pantani (Ansa)

Adesso il caso Pantani è definitivamente chiuso. Almeno per la legge. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’avvocato Antonio De Rensis che rappresentava la famiglia del Pirata. E’ l’ultima, ennesima bocciatura, dopo quella del gip Vinicio Cantarini e del procuratore capo di Rimini Paolo Giovagnoli che avevano bollato l’esposto di mamma e papà Pantani come «una mera congettura di fantasia», senza uno straccio di prova.

Nessun omicidio

Marco Pantani non è stato ucciso quella mattina del 14 febbraio 2004, giorno di San Valentino, quando fu trovato riverso per terra fra le sedie e il tavolino rovesciati nella stanza D5 del residence Le Rose di Rimini. E’ morto per una overdose di cocaina. E in fondo, lo sapevamo già, anche se le cronache dei giornali avevano lasciato la porta aperta a qualche incongruenza di troppo e a qualche dubbio. Ma il Pirata non ha cominciato a morire quel giorno. E’ morto prima, di un’agonia senza fine, un calvario senza salite da rimontare e senza sogni da rincorrere a colpi di pedale, una lenta discesa verso gli abissi, di cui siamo tutti responsabili, anche noi che ci abbiamo creduto, che ci siamo commossi e abbiamo urlato di gioia sui tornanti dell’Alpe d’Huez e di tutte quelle montagne che scalava assieme a noi e alle nostre sconfitte.

La perfetta vittima sacrificale

Marco Pantani ha cominciato a morire una mattina di pallido sole affacciata sui prati verdi di Madonna di Campiglio, il 5 maggio 1999, mentre stava stravincendo il suo secondo Giro d’Italia, vittima sacrificale di un mondo devastato dal doping, di uno sport ormai reso irreale dalle sue abitudini esagerate e deformanti. Quel giorno il pirata fu fermato dai medici, perché la sua percentuale di ematocrito nel sangue era superiore al limite consentito, 52 anziché 50. Per legge fu giusto così. Ma l’impressione - e forse anche qualcosa di più di un’impressione - è che Pantani fu costretto a pagare per tutti, come accade troppe volte in certe inchieste giudiziarie, quando il nome più famoso finisce per coprire le colpe di tutti.

Quel "male" assai diffuso dell'ematocrito alto

E’ giusto che sia così? In quegli anni, è innegabile che la pratica del doping fosse molto diffusa nel ciclismo. Non vogliamo dire che ne facevano uso tutti. Ma la maggior parte crediamo proprio di sì, come testimoniava in fondo, proprio in quel giro d’Italia, il primo corridore fermato per l’ematocrito alto, appena cominciata la corsa, uno che aveva ottenuto il miglior piazzamento della sua carriera con un modestissimo venticinquesimo posto, quasi a dimostrare che pure gli ultimi non erano esenti da certe pratiche.

 

Sui rulli a smaltire... chissà cosa

Noi a quel Giro c’eravamo. Ed era incomprensibile per noi guardare tutti quei ciclisti che prima e dopo ogni tappa passavano ore e ore sui rulli a smaltire chissà che cosa, un circo delirante che sopravviveva ai margini della corsa. In quel clima e in quell’epoca - ma oggi è davvero cambiato tutto? -, Pantani era semplicemente come tutti gli altri. La verità è che era giusto fermare il ciclismo. Non Pantani da solo.

I controlli sul Pirata

Invece accadde questo. Raccontano le cronache più vicine al Pirata, che quella mattina i medici si fermarono nella sua stanza impedendogli di bere due litri d’acqua come facevano tutti i corridori prima di ogni prelievo e di scaricare pedalate sui rulli. Non sappiamo se questo sia vero: ma se lo fosse, è la prova che ci fu in qualche modo una persecuzione mirata. Noi seguimmo in macchina l’auto del Pirata e del suo entourage che scappava da Madonna di Campiglio. Si fermarono a Imola. Sapemmo dopo che avevano rifatto gli esami per due volte: e che il risultato era stato in entrambi i casi inferiore al limite consentito, cioè al 48 per cento. Ovviamente quei test non avevano valore legale.

L'inizio del declino

Pantani perse il Giro e cominciò a rotolare lentamente verso i suoi abissi, prigioniero della sua fragilità e della sua sconfitta, cioè di tutte quelle cose che l’avevano fatto grande, un campione che riscattava le nostre paure, che rimontava le montagne come noi sogniamo di rimontare le nostre piccole vite, il Pirata che schiacciava i pedali come in una canzone di Vasco Rossi, perché siamo solo noi quelli che muoiono presto, quelli che però è lo stesso, siamo solo noi quelli che ormai non credono più a niente e che vi fregano sempre.

Il processo

Il resto l’ha firmato la Cassazione. Marco Pantani è rotolato disperatamente verso la sua morte, dentro quella squallida camera del residence Le Rose, in balia del suo spacciatore, nei baratri della depressione e della cocaina. Noi lo incontrammo ancora una volta, affacciato da un balcone in una clinica vicino a Padova. Eravamo andati là per intervistarlo e avevamo fatto salti mortali per scovarlo. Ma quando lo vedemmo, smarrito nel suo vuoto, che parlava con gli altri pazienti come quei clienti senza futuro seduti sui trespoli di un bar, ci fece una pena così grande che non riuscimmo a parlargli.

La sfortuna sulla sua strada

Pantani aveva nel suo destino una stella avversa. Era nato il 13 giugno del 1970. E tutte le volte che doveva vincere cadeva. Nel 1997, prima di spiccare il volo, il suo Giro d’Italia fu fermato da un gatto nero che gli attraversò la strada. Quel rovinoso capitombolo sembrava averlo condannato per sempre. «Avrei voluto essere battuto dagli avversari», disse. «Invece ancora una volta mi ha sconfitto la sfortuna». Si riprese e vinse. Poi arrivò Madonna di Campiglio. «Questa volta per me rialzarmi sarà molto difficile», confessò. E’ vero. Non si è più rialzato ed è caduto sempre più giù.

La morte del campione

Giovagnoli nel bocciare l’esposto dei genitori aveva aggiunto che gli sembrava strumentale al fine di riscrivere la storia di un grandissimo campione morto per overdose. Il fatto è che purtroppo è andata davvero così. Ma in questo abisso, nel suo precipizio, c’è anche la nostra sconfitta, perché non riusciremo più a credere di salire quelle montagne più in fretta delle nostre paure, che potremo arrivare anche prima di noi stessi. Lui non è più tornato a farcelo sognare. Siamo solo noi quelli che muoiono presto, quelli che però è lo stesso.