"Negro", "frocio", "storpio", "troia". Ecco la geografia dell'odio italiano

'Negro', 'frocio', 'storpio', 'troia'. Ecco la geografia dell'odio italiano
di Giovanni Maria Bellu

L'hanno chiamata “Mappa dell'intolleranza”, ma la si potrebbe anche definire “geografia dell'odio”. L'odio degli italiani verso le donne, l’odio razziale, l'odio antisemita e quello verso i “diversi”: gli omosessuali e i disabili. Il risultato è una serie di vere cartine dell'Italia dove, in base all'intensità dei colori che compaiono nelle diverse regioni, si ha una idea immediata del grado di intolleranza: più il colore è caldo, vicino al rosso, più è alta.

"Geolocalizzare" - Ma come è stato possibile “geolocalizzare” l'intolleranza e quale “materiale” ha consentito di individuarla e misurarla? Il materiale è costituito da due milioni di tweet, cioè di messaggi che possono contenere al massimo 140 battute. E che, anche per questa caratteristica, determinano semplificazioni brutali, favoriscono la radicalizzazione del linguaggio, eliminano i filtri e le mediazioni. Inoltre appartengono al mondo dei social, cioè al luogo dove – anche per via della garanzia dell'anonimato – i messaggi di odio proliferano. Certo, twitter non è il social più diffuso, ma è anche quello che garantisce l'accesso a tutti i contenuti postati. Il materiale che vi compare non solo è autentico, ma ha anche una enorme possibilità di diffusione.

Il metodo di Vox - Queste, in sintesi, il metodo che l'associazione no profit Vox - Osservatorio italiano sui diritti ha posto alla base del progetto della Mappa dell'intolleranza. Una ricerca che, ispirata da esempi stranieri (celebre la “Hate Map”, mappa dell'odio, appunto, della Humboldt State University), ha coinvolto tre dipartimenti di altrettante università italiane: quello di Diritto Pubblico italiano e sovranazionale della Statale di Milano, quello di Psicologia Dinamica e Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza di Roma e, infine, quello di Informatica della Università di Bari che ha progettato un software che – come spiega Vox nella nota che illustra il progetto - “utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti”.

Le mappe "fisiche" - Il primo problema da risolvere per realizzare un'analisi come questa è individuare i diritti che l'intolleranza mette in discussione. Questo lavoro è stato svolto dall'università milanese, mentre quella romana ha individuato le “parole d'odio”, quella che concretamente compaiono nei twitt esaminati. La rilevazione, avviata nel gennaio del 2014 e proseguita fino ad agosto, ha consentito di individuare i due milioni di twitt il 2,3 per cento dei quali è stato geolocalizzato con l’ausilio di Open StreetMap, un programma che consente di individuare i tweet che presentavano le coordinate geografiche. Attività che ha poi consentito di elaborare le mappe “fisiche”.

La Mappa dell'intolleranza - Questa premessa sul metodo è molto importante perché chiarisce che qua non si ha a che fare con impressioni e sensazioni inevitabilmente condizionate dalla sensibilità individuale, ma con dati statistici, con numeri. La Mappa dell'intolleranza ha, cioè, un grado di oggettività altissimo. E questo la rende ancor più allarmante.

I dati sensibili - “Ciò che emerge da una prima lettura dei termini sensibili – sottolinea Vox - è che l’offesa verso donne, omosessuali, immigrati, ebrei e disabili passa (quasi) sempre per la dimensione corporea e l’atto fisico: corpi sessualizzati, deformati, mutilati, mortificati, fino a essere picchiati o violentati. Non è in gioco soltanto un rifiuto generalizzato di chi da sempre è considerato 'diverso' (…). Si tratta di un bisogno primitivo, non elaborato, ma scaraventato lì fuori su gruppi di individui che culturalmente rappresentano ciò che è considerato inferiore. Ecco dunque che l’insulto offre una vera e propria difesa psichica che si esprime attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui. 'Un’avversione profonda – direbbe la filosofa Martha Nussbaum – simile a quella ispirata dagli escrementi, dagli insetti viscidi e dal cibo avariato'”.

Segni e parole - Ed ecco “Frocio di merda”, “negro di merda”, “ebreo di merda”, “handicappato di merda”, “troia di merda”: “Una ripetizione – scrive ancora Vox - quasi ossessiva del termine escrementizio che non si limita a reinterpretare l’altro manipolando segni e parole. È in atto un vero e proprio processo di disumanizzazione, per tenere l’altro il più lontano possibile da sé. Come se fosse impossibile anche solo pensarlo degno di occupare lo spazio vitale condiviso”.

Le tendenze - Due le tendenze che emergono dallo studio. La prima è che – considerando tutte le sue vittime – l'intolleranza è polarizzata soprattutto nei due capi opposti del Paese, al Nord e al Sud, ed è molto meno presente nelle regioni centrali come Toscana, Umbria, Emilia Romagna. Se però si prende in esame il solo antisemitismo, a balzare in vetta alla triste graduatoria è in Centro. Con un picco definitivo “significativo” in Abruzzo, nell’area tra L’Aquila, Chieti, Pescara e Teramo. L'altro aspetto è che, nell'ambito dell'intolleranza, quella verso le donne superare di gran lunga tutte le altre forme: il numero dei twitt misogini negli otto mesi della rilevazione è arrivato a 1.102.494.

Misoginia - Vox la definisce “il vero fenomeno esplosivo”. I social rilanciano le brutalità registrate dalla cronaca attraverso una valanga di insulti e volgarità. In modo uniforme in tutt'Italia, con picchi in Lombardia, Campania, lungo il confine tra il sud dell’Abruzzo e il nord della Puglia. La maggior parte dei termini presenti nei tweet misogini “si riferisce a parti del corpo, a indicare necessità di degradazione o di punizione machista”.
I dati della violenza virtuale, d'altra parte, trovano puntuale riscontro in quelli sulla violenza reale. Dati che dicono che 6.743.000 donne italiane tra i 16 e i 70 anni sono state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita.

Antisemitismo - Il record dei tweet antisemiti va all'Abruzzo. Al Nord le zone più antisemite sono Milano, Bergamo, Brescia, Varese e Como. Nel Centro Italia i picchi sono stati riscontrati in Toscana, nella zona centrale della regione, e nel Lazio, in particolare nella provincia di Latina. Mentre al Sud le zone a più alto tasso di antisemitismo sono l’area di Napoli e Caserta, la zona compresa tra Bari e Taranto, il Salento e Catania. L’insulto più utilizzato è “rabbino”, spesso abbinato a “trans”, chiaro dunque il doppio pregiudizio. Seguono “usuraio” e “giudeo”. Altre indagini dicono che il 24 per cento degli italiani ha un pregiudizio antiebraico. E che sui circa 1.200 siti antisemiti in Europa, 100 sono quelli italiani, con un aumento del 40% rispetto al 2009

Omofobia - Stando all'analisi dei tweet, si concentra soprattutto in Lombardia, con una presenza significativa anche in Campania e Friuli-Venezia Giulia. Gli insulti vengono costruiti prevalentemente col richiamo a parti anatomiche. E spesso vengono 'rinforzati' con l'associazione a figure familiari, quali padri e sorelle. Frequente anche l'associazione omosessualità/pedofilia.
Altre indagini (per esempio una realizzata nel 2013 dal Gay Center) dicono che quasi tre persone omosessuali dichiarano di aver subito forme di discriminazione o di pregiudizio nel corso della loro vita. Sempre secondo il Gay Center, nel 2013 un gay su quattro è stato vittima di violenza.

Xenofobia - L'intolleranza verso “lo straniero” si concentra soprattutto in Lombardia, Friuli-Venezia
Giulia, Basilicata. “Un dato curioso – sottolinea Vox - è la netta crescita dei post a sfondo razzista in corrispondenza dei Mondiali e delle partite di calcio del Campionato, ma anche dopo i talk show con personaggi politici o i programmi con la presenza di soubrette”. L'insulto più utilizzato è il vecchio, ed evidentemente sempre florido, “terrone”. Seguono “zingaro” e “negro”.
Le ricerche svolte nel mondo reale dicono che in Italia gli stranieri sono poco meno di cinque milioni e rappresentano circa l'8 per cento della popolazione e che il 45% dei giovani tra i 18 e i 29 anni si definisce xenofobo o diffida degli stranieri. Inoltre due italiani su tre pensano che la quantità di immigrati in Italia sia eccessiva. Su Facebook, sono più di 350 i gruppi dichiaratamente anti-immigrati, alcuni dei quali arrivano anche a 5.000-7.000 iscritti; oltre 400, i gruppi “anti-meridionali”, e circa 100 i gruppi “anti-musulmani”, mentre sono più di 300 quelli contro gli zingari.

Odio verso i disabili - E' distribuito in tutto il Paese, ma si concentra soprattutto in Lombardia, Campania e nelle zone del Sud dell’Abruzzo e del Nord della Puglia. Le parole usate più frequentemente sono “vergogna”. Quando la “parola d'odio” è “storpio”, viene associata frequentemente alle parole “odio” ed “elemosina”. Frequente l'associazione dell'indicazione della disabilità col termine “cazzo” (“mongoloide del cazzo”, “cerebroleso del cazzo”): “Quasi a invocare – commenta Vox - la necessità di una punizione machista”.
La realtà dice che in Italia i disabili sono poco più di quattro milioni (il 6,7% della popolazione) e che siamo al 13° posto per il rischio di povertà ed esclusione sociale delle persone disabili. Solo il 6% dei disabili che ha partecipato a concorsi o a colloqui di lavoro è riuscito a ottenere un impiego. Il 70% dei disabili che lavorano hanno un compenso minimo, ma anche nessun compenso.

Questa, in estrema sintesi, la Mappa italiana dell'odio. I suoi autori non traggono conclusioni. Mettono a disposizione il materiale. “Doneremo la mappa – fanno sapere - ai comuni, alle Regioni, alle scuole, a chiunque abbia bisogno di fare un’efficace azione di prevenzione sul territorio”.