[L’analisi] Hanno ucciso il mondo di mezzo. Negare l’esistenza della mafia non aiuta Roma a uscire dalla morsa criminale

E la negazione dell’associazione mafiosa non può offrire alcun alibi: come è stato possibile non accorgersi di quanto fosse ampio e diffuso il verminaio romano? Come è stato possibile che uomini e donne delle istituzioni locali e nazionali e della politica non siano riusciti ad attivare i necessari anticorpi?

[L’analisi] Hanno ucciso il mondo di mezzo. Negare l’esistenza della mafia non aiuta Roma a uscire dalla morsa criminale
di Tano Grasso

I giudici del decimo collegio penale di Roma alle 13 in punto hanno emesso la sentenza di Mafia capitale. La decisione colpisce il cuore delle indagini ovvero che quella messa in piedi da Buzzi e Carminati fosse un’associazione mafiosa. Quindi, cosa non c’è più? Non c’è l’organizzazione mafiosa. Cosa c’è? La lunga serie degli episodi corruttivi che hanno coinvolto politici di destra e di sinistra: se la sentenza cancella il 416 bis, non cancella fatti concreti di reato, dalla corruzione alla turbativa d’asta. Su cosa resta di questa vicenda lo vedremo tra poco.

Sono sempre stato convinto che in una sentenza non ci sono mai vincitori e non c’è mai nulla da festeggiare, qualunque sia l’esito. Tutt’al più ci sono sconfitti, perché la condanna degli imputati è la sconfitta di ognuno di noi.  La dinamica vincitori-vinti ci porterebbe nella trappola di alcuni difensori che non hanno perso occasione per attaccare gli accusatori, come se i magistrati della procura romana agissero in forza di interessi privati e non fossero i rappresentanti della giurisdizione, rappresentanti chiamati dalla legge ad agire solo in nome del popolo italiano.

Poi, nel caso di Mafia capitale se qualcuno è sconfitto lo è chi per tanto tempo non ha visto o non ha voluto vedere. Al di là del merito della sentenza è questo il dato più grave, politico e non giudiziario. E la negazione dell’associazione mafiosa non può offrire alcun alibi: come è stato possibile non accorgersi di quanto fosse ampio e diffuso il verminaio romano? Come è stato possibile che uomini e donne delle istituzioni locali e nazionali e della politica non siano riusciti ad attivare i necessari anticorpi?

Paradossalmente, questa sentenza smentisce quel rosario di recriminazioni contro la giustizia del nostro Paese e segnatamente contro i giudici. Quando venne letta la sentenza del maxiprocesso di Palermo nel 1987 che assolse mafiosi come Luciano Liggio assieme ad altre decine di imputati, proprio quella sentenza dimostrò la forza del nostro Stato di diritto e dei suoi strumenti giudiziari capaci di valutare il merito della responsabilità penale. Ora che l’impianto dell’accusa sia stato smentito nel suo aspetto più importante, non può significare portare finalmente di nuovo la testa sotto la sabbia, come per tanto tempo si è fatto. Ciò che resta, le pesanti condanne inflitte, deve essere stimolo di grande riflessione, in primo luogo per la politica, i partiti, la stessa società civile. Guai a fare come lo struzzo. 

Il tema della mafia a Roma è da molto tempo dibattuto e non solo nelle aule di giustizia. Accadde già ai tempi dei processi alla banda della Magliana. Anche adesso va fatta chiarezza su un punto. Roma da molto tempo è attraversata da attività mafiose messe in atto da ‘ndranghetisti, da camorristi, da uomini di Cosa nostra. I tanti sequestri di beni sono lì a testimoniarlo. La sentenza ha negato che quella di Buzzi-Carminati fosse una mafia originaria. Ma ciò non significa che da oggi si può dire che il pericolo è stato scansato, che finalmente è stato restituito l’onore ad una città. Non c’è omertà, non c’è il controllo mafioso del territorio, non c’è il condizionamento dell’economia. Certo, allo stato, siamo in primo grado, dal punto di vista processuale è così. Ma tutti i rischi restano intatti. Cos’altro hanno rappresentato le corruzioni se non qualcosa che ha fatto saltare ogni legge di mercato? Attenzione a non sovrapporre livelli tra di loro diversi: una cosa è una sentenza che va sempre rispettata, altra cosa è l’iniziativa politica che deve avere la capacità, al di là del dato giudiziario, di alzare il livello di attenzione sui rischi in atto gravi. Adesso è il momento per dimostrare la dignità della “Politica” e la sua autonomia dai pronunciamenti penali. Adesso è il momento per far valere, finalmente, il giudizio di responsabilità politica indipendente da quello giudiziario. Sarebbe una grave iattura pensare ad un’autoassoluzione.

Ci chiedevamo cosa resta dopo questa sentenza. Restano molte parole. Non solo quelle sul “mondo di mezzo” e la particolare loquacità dei due principali imputati, autori “di fatto” di una volgarizzazione manualistica al confine di sociologia e criminologia volta a offrire una giustificazione ideologica alla propria funzione criminale tra il sovramondo e quello di sotto.

Ai margini restano alcune dure parole di qualche avvocato della difesa. Dicevamo come questo processo abbia dimostrato comunque la forza della giurisdizione del nostro Paese. Il difensore di Carminati non ha fatto mancare le sue sprezzanti valutazioni sul “processetto farsa”; non ha fatto mancare neanche le accuse alla procura e al suo capo, Giuseppe Pignatone, secondo un ben noto stereotipo: Pignatone sta compiendo “…una certa operazione di politica giudiziaria”; è convinto “che il crimine si debba combattere come nel Far West” e che quindi non si possono che “applicare metodi investigativi e processuali da Far West”; come se Roma fosse Reggio Calabria. 

Vogliamo ricordare che ai tempi del maxiprocesso di Falcone parole analoghe vennero pronunciate da avvocati e opinionisti preoccupati che l’alto numero degli imputati avrebbe reso impossibile l’accertamento della personale responsabilità penale. Il timore era di rivedere quella giustizia sommaria dei tempi del fascismo ad opera del prefetto Cesare Mori. Eppure, un grande scrittore, noto per non aver mai fatto sconti in fatti di giustizia, non esitò ad apprezzare quel processo. Leonardo Sciascia dopo le prime udienze scrive un articolo il 23 febbraio 1986. Lo scrittore si pone una domanda retorica: se il fascismo, ossia uno stato tirannico, non è stato in grado di annientare la mafia, potrà mai riuscirci uno stato democratico con tutte quelle garanzie che offre al cittadino? Nella risposta che si dà viene capovolto il senso della domanda nella concreta valutazione del maxiprocesso: “Ma appunto questo è oggi il vantaggio (o meglio: il dato della speranza): che a muoversi contro la mafia è finalmente lo stato democratico, lo stato di diritto […]”.

Ancora ai margini, a prescindere dall’esito della sentenza, emerge da questo processo una bella pagina del giornalismo italiano investigativo. Per una volta i cronisti non sono andati a rincorrere i pubblici ministeri o a scrivere sulla base delle carte giudiziarie, ma hanno anticipato con largo anticipo quanto poi emerso nelle stesse indagini giudiziarie. Mi riferisco alle indagini dell’Espresso e di Lirio Abbate.