Morto Hans Kung, il teologo cattolico dissidente. Lo loda anche la Pontificia Accademia per la Vita

Lavorò al concilio Vaticano II e con la sua teologia in evoluzione ha contribuito a cambiamenti profondi

Hans Kung (foto Ansa)
Hans Kung (foto Ansa)

Nell’ultimo decennio del Novecento fu pubblicato in Germania prima e poi in Italia un Lessico dei Teologi per informare “sui più importanti teologi dagli inizi del cristianesimo” fino al momento della pubblicazione. Teologi di notevole importanza e già morti, complessivamente 400. Da morto, sicuramente allora sarebbe stato selezionato anche Hans Kung, il più giovane teologo al concilio Vaticano II, brillante è discusso negli anni seguenti. Per capire la fede alcuni suoi libri come Essere cristiani sono diventati best seller pure tra laici cattolici e non cattolici. Il suo pensiero manifesta un teologo in cammino preoccupato di esprimere la fede cattolica in termini comprensibili per l’uomo di oggi. Un obiettivo che ha richiesto una elaborazione anche audace di trascrizione di linguaggio di antichi dogmi spiegati nel contesto della modernità.

Il suo cammino culturale ha trovato una sintesi indovinata: dalla teologia ecumenica alla teologia delle religioni. E’ questo il titolo che apre le 11 pagine che gli dedica un’importante opera di grande valore pubblicata poco dopo il Lessico dei Teologi. Si tratta di un volume di 700 pagine La Teologia del XX Secolo. Scritto da Rosino Gibellini, eccellente e acuto teologo, editore della teologia postconciliare, raccolta nella collana Biblioteca di Teologia Contemporanea edita dall’editrice Queriniana che oggi conta più di 200 titoli degli autori più prestigiosi. Gibellini conosce bene Kung, suo compagno di studi all’Università Gregoriana e pertanto è credibile scrivendo che “tra i teologi del XX secolo che più si sono impegnati in campo ecumenico è da menzionare Hans Kung”.

Nato nel 1928 “il suo itinerario teologico esemplifica il dilatarsi della teologia ecumenica in teologia delle religioni”.  Il grande pubblico si è fermato al dissidio con Roma sulla questione dell’infallibilità del papa e la sua figura è rimasta intrappolata in quella del ribelle, lasciando così in ombra il contributo di riflessione su questioni difficili ma importanti per far comprendere l’attualità del messaggio evangelico nel nostro mondo globalizzato. In realtà abbiamo assistito a una evoluzione – dovuta anche al contributo di Kung - nel modo di svolgere e percepire il ruolo del papato dagli stessi papi tale negli ultimi sessant’anni, da poter dire che le sanzioni stabilite nel 1979 dalla Congregazione della dottrina della fede furono per lo meno affrettate e sotto la spinta della paura. La stessa paura che ha guidato i tentativi di arginare le riforme chieste e avviate dal concilio Vaticano II.

Le buone riforme non s’improvvisano e sono anche combattute. E’ successo anche nella Chiesa e succede tuttora. Si è molto chiacchierato sul dissenso insanabile tra Kung e Ratzinger di un anno più anziano. Entrambi giovanissimi teologi conciliari, Ratzinger deve a Kung (e lo ha sempre riconosciuto) gli inizi della sua carriera universitaria. Le loro divisioni successive (che non hanno impedito un lungo e storico incontro tra loro) per molti aspetti sono dovute al temperamento diversissimo più che alla sostanza. Entrambi hanno lavorato a scavare in profondità la tradizione, con occhio al futuro, per trovare un paradigma innovativo di comprensione della fede. Valga per tutti un esempio. “Il Vangelo stesso appare qui come il fondamento non solo di discontinuità, ma anche di continuità in teologia” scriveva Kung nel 1987 nel suo volume Teologia in cammino. Ratzinger, diventato Benedetto XVI, nel discorso natalizio alla Curia nel 2005 pose la questione della Riforma quando il contrasto tra conciliari e anticonciliari rischiava di diventare nuovamente insanabile.

Spiegò che la Riforma è fatta di elementi di continuità e discontinuità. “È proprio in questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi – disse - che consiste la natura della vera riforma. In questo processo di novità nella continuità dovevamo imparare a capire più concretamente di prima che le decisioni della Chiesa riguardanti cose contingenti – per esempio, certe forme concrete di liberalismo o di interpretazione liberale della Bibbia – dovevano necessariamente essere esse stesse contingenti, appunto perché riferite a una determinata realtà in se stessa mutevole. Bisognava imparare a riconoscere che, in tali decisioni, solo i principi esprimono l’aspetto duraturo, rimanendo nel sottofondo e motivando la decisione dal di dentro. Non sono invece ugualmente permanenti le forme concrete, che dipendono dalla situazione storica e possono quindi essere sottoposte a mutamenti”.

Il momento più polemico del pensiero di Kung sulla Chiesa si ebbe nel 1970 con il suo libro sul ruolo del papa: Infallibile? Una domanda. Scritto senza alcun intento polemico ma come tappa di una riflessione teologica in corso, a Roma venne letto come un attacco al ruolo del papa. L’opera che tanto spaventò, alla luce degli eventi successivi in realtà aiutò l’evoluzione della stessa Chiesa di Roma (a cominciare dall’enciclica Un unum sint di Wojtyla fino alla commemorazione di Lutero da parte di Francesco nel V centenario della Riforma luterana). Il volume va letto all’interno del più ampio pensiero di Kung sulla riforma della Chiesa che, a suo parere, deve rispecchiarsi sul Nuovo Testamento da dove partono linee evolutive diverse

Vi è una evoluzione legittima perché è secondo il Vangelo; una evoluzione estranea al Vangelo, tollerabile e una evoluzione non tollerabile perché contraria al Vangelo. Kung da teologo ecumenico pone analoga domanda a tutte le chiese cristiane tracciando una possibile evoluzione condivisa del ruolo del papa. La via della riforma da parte cattolica potrebbe passare dalla rinunciare a un potere di Pietro per un servizio di Pietro; da parte non cattolica dal riconoscere un primato di servizio, primato ministeriale come primato pastorale “che è qualcosa di più ma anche di meno del primato di giurisdizione”.  Oggi secondo Kung  “essere cristiani veramente significa essere cristiani in senso ecumenico”.  

Ma poi fa un passo avanti: l’ecumene non può restringersi alla comunione delle chiese cristiane, essa deve includere la comunione delle grandi religioni poiché l’ecumene designa l’intero mondo abitato. E dunque approda nel Progetto per un ethos mondiale. Non può esservi che una teologia al servizio dell’umanità. Kung è morto, la teologia ha perso una delle grandi voci del Novecento che ha contribuito ad aprire la teologia delle religioni tuttora in cammino. E in questa teologia Hans Kung, a buon diritto, può essere considerato un teologo cristiano e quindi anche cattolico.