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"È mio figlio Michele, il giovane precario suicida che ha commosso il web con quella lettera drammatica"

La madre esce allo scoperto dopo il clamore e le polemiche. Ma Il contesto di questa vicenda è una grande questione sociale. Uomini e donne scarnificate dall'attesa e dallo sfruttamento, che non ce la fanno più e precipitano nel vuoto

Antonio Mennadi Antonio Menna   
'È mio figlio Michele, il giovane precario suicida che ha commosso il web con quella lettera...

L'abbiamo letta tutti. Quaranta righe glaciali. Un cadenzato, impietoso, atto d'accusa. Verso chi? La politica, certo. Ma c'era un'analisi sociale, uno sguardo sul tempo, la reazione a un modo di stare al mondo, perfino la ricerca di senso, che sembra smarrita dentro una corsa troppo veloce, con troppi ostacoli, senza che si veda il traguardo, e tutti che danno più di gomito che di gambe. L'abbiamo letta, la lettera di Michele, il trentenne veneto che si è tolto la vita raccontando in quelle poche righe di scuse ai genitori, il momento esatto in cui si rompe l'argine e il sangue impappina il cervello, annebbia tutto e ci fa dire ora basta.

Un piccolo giallo

Ma su quella missiva, oggi, si accende un piccolo giallo. Nessuno aveva informato gli inquirenti che esisteva un messaggio del ragazzo morto. Così il caso giudiziario non era proprio stato aperto. Poi è spuntata la lettera. Pubblicata direttamente sul Messaggero Veneto, a cui sarebbe stata consegnata direttamente dai genitori. Pare che il ragazzo avesse espresso questa volontà. Ma la procura, adesso, vuole capire. I magistrati intenderebbero fare accertamenti contro ignoti per capire se quella morte si sarebbe potuta evitare; se c'è stata, quindi, istigazione al suicidio. 

Il dubbio su una nuova lettera

Ma c'è di più. Nelle ore successive alla lettera di Michele, sempre sul Messaggero Veneto, sia su carta che sul sito, è stata pubblicata una nuova lettera, firmata dalla presunta ex fidanzata di Michele, una certa Federica, che spiegava di averlo lasciato tre mesi prima del suicidio perché non riusciva più a stare insieme a lui, a quanto pare ossessionato dal precariato e dalla questione lavoro. La lettera è stata pubblicata senza una verifica. Dal Messaggero Veneto, innanzitutto, ma anche da altri siti web.  

La smentita

Immediato, però, proprio da parte dei genitori di Michele sarebbe arrivato il dubbio che quelle parole appartenessero davvero all'ex fidanzata del ragazzo. Il direttore del Messaggero, così, ha rimodulato l'articolo on line, inserendolo nel pastone dei commenti e delle reazioni. La vicenda è stata poi ripresa dal sito Valigia blu, che ha chiesto spiegazioni e chiarimento al quotidiano. Immediata la risposta del direttore Monastier: “La lettera che abbiamo pubblicato attribuendola alla fidanzata – ha dichiarato– potrebbe essere un fake. Non lo sappiamo, perché non abbiamo parlato con lei. L’abbiamo pubblicata senza ulteriori verifiche. Ci siamo fidati e abbiamo commesso un errore. Me ne scuso pubblicamente”.

La lettera scomparsa

La lettera di Federica, così, è scomparsa da gran parte dei giornali on line che l'avevano pubblicata. Resta, però, come caso di scuola su difficoltà, trappole, insidie dell'informazione che, complici la velocità e le rapide condivisioni, sono ancora più incalzanti e necessari ai tempi del web e chiedono un supplemento di verifiche e responsabilità (peraltro da fare anche sui mezzi tradizionali). Intanto, qualcuno comincia anche a farsi domande anche sulla lettera che ha dato il via al dibattito, proprio quella di Michele.

Quella è autentica

Sarà autentica? Cominciano, a questo punto, a chiederselo un po' tutti. Come se un fake dovesse chiamare l'altro, quasi quanto una verità non potesse che annunciare altre verità. In una intervista a Elena Del Giudice, del Messaggero Veneto, la mamma del ragazzo, Grazia Zuriatti, sembra fugare ogni dubbio. Quella lettera è stata trovata in una giacca estiva insieme alla carta di identità. E' stata cercata per ore, in tutta la casa. Perchè i genitori volevano un segno, sapevano che il figlio lo avrebbe lasciato. E adesso che sono certi vogliono si dicano nome e cognome, per rendere giustizia al dolore di un ragazzo e di una intera generazione.

"Scriveva molto bene"

«Michele Valentini, figlio di Grazia Zuriatti e Roberto Valentini, ha urlato, nella lettera, tutto il suo dolore», così dicono i genitori al Messaggero Veneto.  «Se qualcuno vuole pensare che quello scritto proviene da E.T., da qualche giornalista di grido... faccia pure. A me non interessa».
«Sinceramente - continua la donna - dei dubbi non mi interessa nulla. Ognuno può pensare quel che crede, anche che sia stata tradotta dal sanscrito. Mio figlio scriveva molto bene, e nuotava anche molto bene, ma mi rendo conto che le sue capacità non possono essere dimostrate essendo lui ormai... partito»

Un dolore autentico

Una lettera vera, quindi. Un dolore autentico. Su cui si è aperto il dibattito. I precari, anche quelli ormai meno giovani, l'hanno adottata come un manifesto. In quelle righe c'è tutto il dramma, il disorientamento, lo scardinamento della vita, questo battere non liberi ma indifesi su un mercato dove - altro che posto fisso, chi ci pensa più? - mancano gli elementi minimi di civiltà dei rapporti, di prospettiva di realizzazione, di uguaglianza, di rispetto, di nutrimento dell'esistenza, che vive di futuro, di sguardo lungo, perchè è lì che si respira, non certo nell'affanno dell'ora dopo ora. Un dramma di tanti, che non si sentono riconosciuti, valorizzati, sostenuti, ma solo divorati da chi, su bassi salari e mansioni asfittiche e durate inesistenti e lunghi vuoti e sfruttamenti a catena, costruisce la sua ricchezza. Perchè se io lavoro il doppio e guadagno la metà, qualcuno lavora la metà e guadagna il doppio.

Le critiche

Ma la lettera di Michele ha anche acceso anche qualche critica. C'è chi ha parlato di dramma, in fondo, personale; di disagio psicologico, di situazione individuale complessa. "Se tutti i precari e i disoccupati dovessero uccidersi - si è letto - non resterebbe più nessuno. Il suicidio è una scelta estrema e nasce dentro un disagio psichico. La persona, invece, per sua natura combatte contro le avversità". Pensieri, forse, addirittura ovvi ma che non oscurano le ragioni. Il gesto estremo è sempre individuale, e matura sempre dentro un proprio cammino fatto, per sua natura, di tante cose. Ma il contesto di Michele è una grande questione sociale. Uomini e donne scarnificate dall'attesa e dallo sfruttamento, che non ce la fanno più e precipitano nel vuoto. Per questo le parole di Michele restano e ci parlano e dicono per tutti, quello che ha detto solo lui. Forse dovremmo almeno dirgli grazie.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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