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[Il ritratto] Addio all’Italia nuda di Marina Ripa di Meana, contava solo fare soldi e comandare

Marina Ripa di Meana è stata il volto di quegli anni dell’abbondanza e dello spreco, il volto bello ma anche vuoto, perché aveva paura del dolore e del suo significato, l’icona di un’illusione acerba, quando anche la ricchezza era di sinistra ci facevano credere che potevamo esserlo tutti

Marina Ripa di Meana in una copertina di 'Playman'
Marina Ripa di Meana in una copertina di "Playman"

Marina Ripa di Meana è stata come l’urlo di Tardelli, la fotografia di un tempo che gridava alla luna e aveva colori più accesi, senza rifiniture, con le discoteche da sballare aperte tutta la notte e solo un tempo delle partite di calcio sul secondo canale della Rai, con i Duran Duran e i Righeira, Lucio Dalla e De Gregori, l’Italia metà giardino e metà galera, l’Italia nuda come sempre, con gli occhi asciutti nella notte scura.

Un’Italia diversa

Tutto era così diverso, allora, e pure le vittorie nello sport avevano un sapore strano perché erano le vittorie di chi era diventato forte per davvero, l’Italia di Pertini e della sua pipa, della Fiat padrona e di Craxi che diceva no a Reagan per Sigonella a muso duro. E una mattina alle 6 c’è Gelindo Bordin da Longare che corre più forte degli uomini degli altipiani e più forte di tutti, che rimonta uno a uno, come birilli, andando a vincere la maratona delle Olimpiadi di Seul in lacrime come un bambino, «perché la dedico a tutti quelli che non sono mai arrivati primi nella vita, ma che possono farcela col sudore e la forza della volontà».

Il volto di Marina era di quell’Italia

Era quella l’Italia di allora. Gli odi degli anni 70, il piombo e il terrorismo, li avevamo chiusi in un cassetto. Contava far soldi ed essere belli, contava vincere. Comandava la Milano da bere. E Marina Ripa di Meana è stata il volto di quegli anni dell’abbondanza e dello spreco, il volto bello ma anche vuoto, perché aveva paura del dolore e del suo significato, l’icona di un’illusione acerba, quando anche la ricchezza era di sinistra, e in quel caleidoscopio di luci e splendori ci facevano credere che potevamo esserlo tutti. Lei ha attraversato tutta quell’Italia che non c’è più, da Pasolini a Craxi, da Pannella all’Avvocato, con la sua figura elettrizzata, simbolo statuario dello yuppismo dominante, ma anche della sua nostalgia canaglia. E alla fine se n’è andata come se ne sono andati quegli anni, distrutta dal male che l’ha corrosa dentro, come quello stesso tumore che ha divorato la prima Repubblica dalle sue viscere.

Il suo album

Persone e luoghi di quell’epoca hanno riempito il suo album come pagine di storia. Così aveva cominciato a Roma, in Piazza di Spagna, nell’atelier di alta moda che divideva assieme all’amica Paola Ruffo di Calabria. Già prima che arrivassero gli Anni 80 era amica di Mario Schifano e di Tano Festa, frequentava Pasolini e diventò amante di Roman Polanski e di Bob Evans. Quando il Ciao si accendeva pedalando, il ghiacciolo costava 150 lire e con 500 facevi 5 partite a flipper o andavi sull’autoscontro al luna park, quando c’era il cubo di Rubrik e portavamo dei blazer blu doppiopetto con i bottoni dorati in quelle notti che non finivano mai, lei sembrava uscire da un film della dolce vita catapultato come per incanto nell’era di Craxi. Ma perché quel tempo è stato davvero una riedizione della dolce vita.

La cantava pure Mino Reitano

C’era la Fiat Panda, la 126 e la Ritmo, ma andavano di moda le Volvo, dei grandi cassoni che davano un senso di resistenza ad oltranza, prima che arrivasse il lusso teutonico delle Mercedes e delle Bmw. Non c’era facebook, non c’erano playstation, e per telefonare bisognava fermarsi alle cabine telefoniche. Non era roba da Marina, che era persino finita in una canzone di Rino Gaetano, Jet Set, «ma è Marina Lante, è bella e blu e qualche volta anche elegante», tutta dedicata a lei. Niente cabine. I suoi luoghi sono altri. E anche le frequentazioni. Gianni Agnelli le fa il filo («Ma non mi piaceva, mi faceva orrore il suo cinismo») e una volta capita a casa sua e la vede a letto con altri due, lo scultore Eliseo Mattiacci e l’artista Gino De Dominicis: «Siamo già in troppi», dice, e se ne va.

Inseguita da tanti

La insegue Vittorio Gassman. Le chiede di recitare Alberto Sordi (ma senza pagarla). Il grande amico, di lei e di suo marito, Carlo Ripa di Meana, esponente dei Verdi e ministro dell’Ambiente, è Bettino Craxi, che la chiama tutti i giorni dicendo che forse passa per pranzo, e passa tutte le volte. Invece quello che le piace è Marco Pannella che lei tampina una sera sì e una no sotto l’albergo, fino a quando lui scende arrabbiato: «Ma vedi di andartene a quel paese!».

Le nozze

I suoi testimoni di nozze sono Alberto Moravia e Goffredo Parise, fa la valletta di Maurizio Costanzo, conosce bene Guttuso e Lucio Magri, ma soprattutto Marta Marzotto: «Ci siamo volute bene e abbiamo tanto litigato». Degli Anni 80 ci sono le persone, ma anche i luoghi. A Cortina, quando sventa un duello fra Carmelo Bene e Lillo Ruspoli, la rissa naturalmente avviene al Posta. E a Parigi quando litiga con Carlo Ripa di Meana, che non è ancora suo marito, prendendolo a calci negli stinchi, è al Beaubourg davanti a Jacques Chirac. Of course. E’ sull’aereo della polemica, nel 1986, il volo di Stato per la visita ufficiale di Craxi in Cina, contestato per gli alti costi e per la corte al seguito. Tanto che Andreotti commenta acido: «Andiamo in Cina con Craxi e i suoi cari».

L’autobiografia

Scrive libri, racconta di se stessa, e finisce nei film di Carlo Vanzina, tra un cinepanettone e l’altro. La sua parte nei Miei primi 40 anni la fa Carol Alt, che guarda caso è una bellissima attrice americana che ha attraversato solo quel periodo. Ma Craxi quando guarda il film la boccia: «Preferisco l’originale».

La parabola discendente

Quando i favolosi Anni 80 volgono al termine, gli anni degli yuppies, della grande evasione fiscale, degli statali in pensione a 39 anni, degli sprechi assurdi a tutti i livelli come se non ci fosse mai un fondo, anche la sua parabola si spegne lentamente. Dagli eccessi della Dolce vita passa alle campagne contro lo sterminio di cuccioli delle foche, contro l’uso delle pellicce, le corride, gli esperimenti nucleari nell’atollo di Mururoa. Hanno chiuso a chiave il passato, dietro quella porta. L’ha fatto anche lei, perché ci pensa il tempo, che non si ferma mai e cambia gli uomini e i nostri cuori. Eravamo diventati più ricchi, è vero. Eravamo più forti. Toto Cutugno cantava «sono un italiano e sono fiero». Comunque sia andata, è stata l’immagine di un bel tempo. Come ha confessato lei: «Lo rimpiango non perché ero più giovane. Ma perché era migliore».

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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