L'immigrato che in cella è diventato scrittore: "Datemi la possibilità di ricostruirmi una vita"

L'immigrato che in cella è diventato scrittore: 'Datemi la possibilità di ricostruirmi una vita'
di Giovanni Maria Bellu

Scrive ogni giorno un brano di una versione moderna de Le mie prigioni su pezzi di carta da pacchi, sul retro di fogli recuperati dalla spazzatura, ma anche attraverso sms che invia regolarmente alle persone con le quali è riuscito a stabilire un contatto. Ma se andate a cercarlo su un motore di ricerca, non troverete che un documento sotto il nome di Sunjay Gookooluk. Si riferisce all'attribuzione del primo premio della sezione “Narrativa adulti a tema 'reclusi'” della IV edizione del concorso letterario “Amici senza confini”. Il titolo dell'opera – un racconto – riassume bene quanto Sunjay, cittadino delle Isole Mauritius, in Italia da più di vent'anni, molti dei quali trascorsi in carcere, va gridando da settimane nel Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria: “Ho un passato, vorrei avere anche un futuro”.

In quello “zoo per umani” - Sunjay si è palesato lo scorso 19 dicembre alla parlamentare europea Barbara Spinelli e a quanti l'hanno accompagnata in una visita al Cie romano. In quello “zoo per umani” delimitato da “una fitta foresta di sbarre d'acciaio” - come Spinelli l'ha descritto in un suo articolo - era avvenuto da pochi giorni il cambio della guardia tra la cooperativa Auxilium e i nuovi vincitori dell'appalto, la Gepsa, una società francese. E questo aveva causato una serie di disagi. Determinati oltre che da un radicale abbassamento del budget (e quindi dei servizi ai circa cento “ospiti”, come vengono eufemisticamente definiti in reclusi) anche dalla difficoltà per i nuovi gestori di orientarsi nella gigantesca struttura senza la guida dei loro predecessori. Anzi, contro di loro. Perché il cambio di gestione ha messo in forse i posti di lavoro dei 67 dipendenti della Auxilium i quali, nel lasciare la struttura, avrebbero fatto alcuni 'scherzetti': tipo eliminare le targhette identificative degli interruttori del quadro elettrico col risultato che per due notti consecutive le luci delle celle sono rimaste permanentemente accese.

Centro di espulsione - Ma quale sia stata la causa di quei disagi per gli 'ospiti' ha poca importanza. La vita quotidiana non cambia se si identifica un responsabile. Né cambia la condizione di spaesamento di chi – come Sunjay – una volta espiata la pena in un normale carcere (quello di Rebibbia, negli ultimi anni) anziché tornare in libertà si ritrova in un altro carcere chiamato Centro di identificazione e di espulsione. Dove la denominazione – per chi è stato da anni “identificato” da giudici, poliziotti, agenti di custodia – suona crudelmente beffarda. A maggior ragione a chi, ed è appunto il caso di Sunjay, ha messo a frutto gli anni di carcere per studiare, apprendere la lingua italiana (che si è aggiunta alle altre cinque lingue che già parla), e sperare, uno volta libero, di rifarsi una vita. Riconoscendo, tra l'altro, tutti i suoi errori. Nello specifico il coinvolgimento in un reato particolarmente odioso quale il traffico di droga.

I diritti di un immigrato - Certo, Sunjay è consapevole del fatto che questo non è il momento migliore per rivendicare i diritti di un immigrato che ha avuto guai con la giustizia. E per giunta guai per droga. Tuttavia pone un problema radicale al nostro ordinamento: crediamo davvero che lo scopo della pena sia il recupero del condannato? E quando questo recupero (che tra l'altro costoso per le casse statali) vviene, non dovrebbe essere assecondato e in qualche misura premiato? Accade invece che, addirittura, venga punito. Sunjay – come d'altra parte tutti gli immigrati che sono transitati per un carcere – è finito in un meccanismo infernale che colpisce la sua condizione, il suo status, indipendentemente da quel che fa. Non a casa firma i suoi scritti con lo pseudonimo “l'invisibile”.

“Il permesso di sorridere” - “Ognuno di noi – annota in un manoscritto dal titolo “Il permesso di sorridere” - ha il proprio passato e i problemi che non finiscono mai. Tutti noi vogliamo ricostruire la nostra vita, tagliare con il passato, e vorremmo una vita sana, onesta, alla luce del sole. Non più brancolare nel buio senza documenti finendo emarginati, abbandonati nella strada, come degli invisibili che sopravvivono interno ai parchi, alle case abbandonate, alle sale d'attesa degli ospedali... C'è chi, dopo aver lottato senza successo, senza fissa dimora, senza documenti e senza un lavoro, col tempo finisce o nella microcriminalità o fa in modo di tornare in carcere per trovare almeno un pasto, o un letto, o comunque assistenza o riparo”. Il “buonismo” non ha nulla a che fare coi problemi che Sunjay pone. Ed egli stesso pare volerlo sottolineare nella forma della scrittura, e dunque della rivendicazione dei suoi diritti basilari. Mai toni pietistici, ma la descrizione puntuale, quasi da cronista, delle violazioni. Un sms di pochi giorni fa: “Sono diabetico e da quando c'è la nuova gestione il mio vitto non è adeguato a quanto ha prescritto il medico. Ho avviato uno sciopero della fame”.

“Comitato LasciateCiEntrare” - La visita di Barbara Spinelli e della delegazione del “Comitato LasciateCiEntrare” è stata per Sunjay Gookooluk una specie di vacanza dalla sua condizione. Per qualche ora si è trasformato in una specie di cicerone del Cie del quale, in poche settimane, grazie a uno spirito d'osservazione fuori dal comune, aveva individuato con precisione i meccanismi di funzionamento. Fino a mettere a confronto – con puntigliosità spietata – le differenze tra la vecchia e la nuova gestione, a partire dall'insufficienza dei mediatori culturali e dall'assenza, almeno in quei primi giorni, di uno psicologo.

Mediatore culturale “di fatto - La sua conoscenza delle lingue l'ha trasformato in un mediatore culturale “di fatto”. E' lui a mettere in comunicazione gli ospiti tra loro e alcuni degli ospiti con gli operatori. E a dare voce a uomini che altrimenti non l'avrebbero. Come quel cittadino pakistano che se ne stava in disparte, come se avesse paura di tutto. E' stato Sunjay a presentarlo all'europarlamentare e ad aiutarlo a spiegare la sua condizione: è cristiano, come possono confermare diversi religiosi con i quali ha avuto a che fare in Italia prima del suo trasferimento nel Cie. Se fosse davvero espulso e rispedito nel suo paese, rischierebbe seriamente la vita. E' nella condizione tipica di quanti hanno diritto all'asilo e invece si trova dietro le sbarre.

Il diario carcerario - Sunjay, negli anni di prigione, non solo ha imparato l'italiano, ma ha anche letto molto. Praticamente tutto ciò che la biblioteca del carcere offriva. Colpisce trovare, nelle pagine del suo diario carcerario, una citazione classica, perfettamente attinente al tema: “Dostoevskij scriveva che se avessimo il potere di decidere dove nascere, ognuno di noi avrebbe scelto di nascere in una famiglia vera, agiata o almeno benestante. Ma tutto questo non è stato concesso da Dio a noi comuni mortali: perciò ognuno deve sopportare il proprio fallimento, la propria croce. Anch'io desidero ricostruire una vita sana e onesta, basata sul lavoro”. Che poi è quanto l'ordinamento giuridico si aspetta di sentirsi dire da tutti quanti hanno espiato le loro colpe in carcere. La vicenda di Sunjay è dunque un successo delle istituzioni. Un guadagno per tutti. Che, però, rischia di essere dissipato.