La strage di Montagna Longa, “sull’aereo c’era una bomba”. Un perizia riapre il giallo

Quarantasei anni dopo il disastro i parenti delle vittime chiedono un supplemento di indagini. Testimoni videro il velivolo fiamme ancora prima dell’impatto

La strage di Montagna Longa: 115 vittime e nessuna verità ufficiale
La strage di Montagna Longa: 115 vittime e nessuna verità ufficiale
di PSO

Ore 22.24 del 5 maggio 1972, un Dc 8 dell’Alitalia proveniente da Roma, il volo AZ 112, si schianta contro la parete rocciosa di Montagna Longa, vicino all’aeroporto Punta Raisi di Palermo. Muoiono 115 persone. All’epoca si parlò di “incidente” e di “errore umano”, ma presto si sollevarono dubbi sulla ricostruzione ufficiale. Solo dopo poche settimane la vicenda fu messa nel dimenticatoio, senza che nessuno si fosse preoccupato di analizzare tutte le contraddizioni contenute nelle indagini. Una drammatica domanda è rimbalzata da allora sino ad oggi: era stato un semplice incidente o qualcuno aveva avuto interesse a colpire proprio quell’aereo e i suoi passeggeri? Ora, a 46 anni dal disastro, una perizia affidata dai parenti delle vittime al professore Rosario Ardito Marretta parrebbe dimostrare che c’era stata una detonazione a bordo. Con questa perizia a disposizione, l’avvocato Giovanni Di Benedetto ha chiesto ai magistrati di Catania di riavviare un supplemento di indagini.

Le cronache dei quotidiani ricordano che il giorno della strage non soffiava neppure un alito di vento e che la visibilità, nonostante l’ora notturna, era perfetta. Il Dc 8 dell’Alitalia, classe 43, costruito nel ‘61, portava 108 passeggeri più 7 uomini di equipaggio da Roma. Da quel tragico impatto non si salvò nessuno, lasciando affranti 98 orfani e 50 vedove. Era stato il più grande disastro nella storia dell’aviazione civile italiana. Non tutte le vittime poterono essere identificate. Quasi tutti stavano tornando a casa per votare: era l’ultima sera di campagna elettorale per le elezioni politiche. Una casalinga affacciata al balcone vide l'aereo sparire dietro la montagna con un rumore assordante e poi scorse un bagliore sul costone. Un uomo, sul versante opposto della roccia, ebbe l’impressione che volasse come avvolto dalle fiamme.

Si pensò subito ad un attentato ma le autorità italiane scartarono subito l’ipotesi. Per i giudici, gli unici responsabili erano i piloti. L’anno successivo alla strage, fu eretta sul posto una croce per ricordare le 115 vittime. Oggi un sito internet, montangnalonga.it, ricorda quella strage dimenticata raccogliendo articoli di giornale, video e testimonianze. La commissione ministeriale concluse le proprie indagini affermando che si era trattato di un semplice incidente. Così furono processati il direttore dell’aeroporto e due tecnici dell’aviazione civile. L'Associazione nazionale piloti ANPAC aveva difeso i piloti, negando la possibilità di un errore umano, per la loro lunga esperienza e perché sarebbe stata smentita la perizia tossicologica fatta a loro carico per dimostrare la loro "esclusiva" responsabilità. Altre polemiche sono state inoltre sollevate relativamente alla cattiva posizione dell'aeroporto di Punta Raisi; una delle prime denunce provenne da Giuseppe Impastato, in seguito assassinato dalla mafia.

Era stato un errore umano? Impossibile accertarlo anche i due piloti erano morti nel disastro. Qualche giorno dopo una nota d’agenzia della “Reuters” lancia la tesi di una bomba a bordo, ma nessuno ne tenne conto, relegando la strage nell’ambito della strategia della tensione. L’accostamento con Ustica sorge spontaneo. A bordo dell’aereo c’erano personaggi noti: il regista Franco Indovina e il presidente del Tribunale di Palermo, Ignazio Alcamo, che qualche giorno prima aveva spedito al confino la moglie di Totò Riina, un noto costruttore palermitano e il figlio dell’allora allenatore della Juventus, Cestmyr Vycpaleck. Ma anche la giornalista Angela Fais, che da giorni stava approfondendo il tema delle trame “neofasciste” in Sicilia.

Ecco – si sono chiesti gli estensori del sito montagnanostra.it - la loro presenza a bordo c’entra qualcosa? Silenzi, omissioni, depistaggi, insabbiamenti e complicità istituzionali. Emerge però il coraggio del vicequestore di Trapani Giuseppe Peri. Che crede nella pista dell’attentato e, nel 1976, pubblica un dossier. Trentasei fogli che scrivono una storia misteriosa, sulla scia delle confessioni di un neofascista brindisino. Peri imbrocca la pista del patto tra mafia e neri: ipotizza che la strage di Montagna Longa fosse uno dei tasselli del mosaico della “strategia della tensione”. Attentato di matrice “neofascista”, intrecciato nel quadro di rapporti tra mafia, servizi segreti deviati e poteri occulti. Fu un nulla di fatto.

Che cosa c’è di nuovo? La vetrificazione silicea – ha spiegato Marretta – avrebbe dovuto avere un effetto Napalm: avrebbe dovuto cancellare ogni filo d’erba per 50 anni, ma così non è stato. Inoltre la tesi dell’errore umano non regge. La soluzione proposta dall’ingegnere potrebbe rimettere a posto il puzzle. “Qualcosa, la bomba - ha spiegato l’ingegnere aereonautico a Repubblica - ha determinato la fuoriuscita di kerosene dall’aereo e il resto lo ha scaricato il pilota, tentando una disperata manovra di atterraggio”. Tutte cose che fanno il paio con le osservazioni di chi vide precipitare l’aereo. Secondo il professor Marretta, la bomba, “grande quanto un pacchetto di sigarette” sarebbe deflagrata vocino all’ala destra. La scatola nera, che avrebbe potuto raccontare almeno un parte di verità, aveva smesso di funzionare sette ore prima. Quell’aereo non avrebbe dovuto volare.