[La polemica] La pistola entra in classe. La scuola pubblica insegna agli studenti a sparare

La singolare didattica di un Istituto tecnico commerciale di Vicenza che porta gli studenti a sparare al Poligono di tiro. La rivolta dei genitori: “Corso assurdo”

[La polemica] La pistola entra in classe. La scuola pubblica insegna agli studenti a sparare

Imparare a sparare in giovane età, tra una poesia a memoria e un quesito di geometria. Imparare a premere il grilletto da adolescenti, chissà con quale obiettivo. Diventare pistoleri? Giustizieri della notte? Oppure, semplicemente, apprendere una tecnica sportiva, vecchia come il mondo, quella del tiro a segno? Domande che agitano, in queste ore, il mondo scolastico veneto, alle prese con una curiosa esperienza fatta nell'Istituto commerciale Almerico da Schio, di Vicenza. Una scuola all'avanguardia per progetti didattici, che fa ragionare gli alunni su bullismo, internet, pace, mondo, e che però ha trovato anche la voglia e il tempo di iscrivere alcuni studenti al Poligono di tiro, potandoli a sparare con la pistola. 

La denuncia di una mamma 

La denuncia è arrivata da una mamma, che non avrebbe voluto che il figlio partecipasse ma che non ha potuto dire di no, e ha fatto sapere tutto a un consigliere regionale del Pd, Andrea Zanoni, che ne ha fatto una denuncia pubblica.  “Mi giunge da parte di un genitore di un ragazzo di prima superiore – ha scritto il consigliere regionale Zanoni - una segnalazione che, a maggior ragione di questi tempi, ritengo sconcertante. Una scuola ha deciso di prevedere tra le proprie attività formative anche quella di avvicinare i ragazzi minorenni alla pratica del tiro a segno portandoli al poligono. L’utilizzo di pistole ed armi, seppur ad uso sportivo, non deve essere promosso in alcun modo dalla scuola pubblica. Non è accettabile che la scuola diventi luogo nel quale facilitare l’avvicinamento e la pratica di strumenti che, al netto del risvolto sportivo, restano drammaticamente ed in via prioritaria strumenti di offesa e morte”. 

Il dibattito 

«Ero assolutamente contraria - ha raccontato la signora successivamente anche all'Ansa - ma non potevo rischiare che mio figlio avesse un brutto voto in pagella». Dalla denuncia pubblica è scaturito un dibattito che ha interrogato operatori scolastici e culturali, istituzioni, politica e gli stessi genitori. E' giusto insegnare l'uso delle armi con progetti scolastici? Si chiedono in molti. E' una pratica sportiva come ce ne sono tante, rispondono altri. Sulla vicenda, molto interventi: La Chiesa cattolica, con la diocesi di Vicenza, ha scritto in una nota che «La scuola ha fatto una scelta strana e discutibile».  «Sono sorpreso e perplesso di questa proposta – ha osservato sul Corriere Veneto, Fernando Cerchiaro, direttore dell'Ufficio pastorale educazione e scuola della Diocesi di Vicenza -. L’istituzione scolastica ha un compito educativo primario e deve avere una forte caratterizzazione sociale: vorrei capire meglio le ragioni della scuola, ma in un progetto educativo non metterei il tiro a segno fra le priorità da trasmettere». 

Una pratica sportiva 

«Posso capire che il tiro a segno sia una disciplina sportiva che, come tutte, punta a creare vivai e promuove la diffusione tra i giovani – ha chiarito poi il consigliere regionale Zanoni, al Corriere Veneto – ma ritengo che l’utilizzo di pistole ed armi, seppur ad uso sportivo, non debba essere promosso in alcun modo dalla scuola pubblica». “Voglio ribadire – ha chiarito ancora su Facebook - che non intendo criticare chi va al poligono di tiro. Dico e ribadisco che la formazione sulle armi a mio avviso deve essere fatta da maggiorenni, da coloro che vogliono intraprendere la carriera militare, le professioni di pubblica sicurezza, eccetera. Credo sia profondamente sbagliato prevedere questa formazione per ragazzini di 14 anni e addirittura in una scuola pubblica. Le priorità per ragazzi di quell'età devono essere altre. Poi al di fuori della scuola pubblica ogni genitore è libero di fare quello che vuole”. 

La difesa del preside 

La pensa diversamente, invece, il preside dell’istituto, Giuseppe Sozzo. «Facciamo questi corsi da quattro anni – ha dichiarato al Corriere Veneto - per tutti i ragazzi di prima del tecnico-commerciale, fanno ginnastica in una palestra piuttosto lontana, così abbiamo ampliato l’offerta formativa con l’alternativa, a volte, di attività extracurricolari: lezioni di tiro a segno ma anche di rugby e pugilato. I genitori non hanno mai manifestato contrarietà, anzi». “Per il tiro a segno – dice ancora il dirigente scolastico - si tratta in tutto di quattro lezioni, la prima di teoria, la seconda e terza di dimostrazione pratica, la quarta di simulazione di gara. Sempre con armi ad aria compressa e con istruttori federali. Abbiamo avuto ragazzi che, partendo da queste lezioni, sono diventati rappresentanti veneti nei campionati nazionali». 

La pistola come un pallone? 

Quindi, una pratica sportiva. Niente altro che questa. Una formazione precisa in uno sport che è anche olimpico e potrebbe alimentare un vivaio di piccoli campioni. Ma resta il dubbio: mettere un'arma in mano a un adolescente può considerarsi un'attività educativa? E con quale scopo, quale obiettivo? La pistola può davvero essere considerata come un pallone da calcio, una palla ovale da rugby, o un guantone da pugilato? Gli spari alla sagoma possono essere valutati alla stregua di un'arte marziale, di una mossa di karate? Sembra difficile da sostenere, soprattutto in un tempo drammatico in cui proprio le scuole, in paesi come gli Usa, a volte pagano prezzi molto alti al culto delle armi, alla loro proliferazione, al sottinteso tragico di chi le propone pensando che sia solo uno sport mentre sono soprattutto strumenti di morte. Forse davvero la scuola avrebbe bisogno di ben altri attrezzi.