Hitler, la bocconiana e i miloni che spariscono

La polemica sul Mein Kampf e persino il tweet dileggiatorio sulla Appendino sono la fotografia di un passaggio all'attacco del Pd

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi
Matteo Renzi e Maria Elena Boschi

Dopo il caso del tweet sessista del portavoce del sottosegretario Lotti (che ha paragonato la candidata sindaco di Torino Appendino a Sara Tommasi), esplode la polemica fra Pd e M5S. I giornalisti Luca Telese e Monica Setta si confrontano su Tiscali.

Hitler, la bocconiana e i miloni che spariscono

Di Luca Telese 

Ma quale è la strategia del Pd in questi ballottaggi? Il combinato disposto tra la polemica sul Mein Kampf, i finanziamenti del parco della Musica di Torino che il ministro Boschi ha minacciato di revocare (in caso di Vittoria del M5s), e persino il tweet dileggiatorio sulla Appendino "bocconiana" (paragonata alla pornodiva Tommasi dal portavoce di Lotti) sono la fotografia di un passaggio all'attacco del Pd e di un dilemma che attraversa il partito.

Partiamo dal primo caso: si può dire e pensare tutto il male che si vuole della goffa iniziativa editoriale de Il Giornale, ma è ancora più strumentale provare a stabilire questo strampalato sillogismo: siccome il Mein Kampf di Hitler è stato dato in allegato con il quotidiano di via Negri, siccome il quotidiano di via Negri è vicino al centrodestra, e siccome il quotidiano di via Negri a Milano  sostiene il candidato del centrodestra che è Parisi, allora regalando l'autobiografia di Hitler il Giornale ha provato a raccogliere dei consensi di elettori nazifascisti intorno a Parisi. A parte il fatto che la consecutio logica è molto simile a quella dell'adagio romanesco secondo cui "Se mio nonno c'avesse le ruote sarebbe una carriola".

A parte il fatto che questo presunto elettorato nazifascista a Milano non esiste e non voterebbe Parisi nemmeno se il Giornale regalasse il plastico delle camere a gas, mi chiedo come mai una persona seria come Emanuele Fiano e l'onnipresente ministra Boschi abbiamo pensato di poter usare elettoralmente una argomentazione così fragile. Non è vero nulla e i primi a saperlo sono loro.

Secondo tema: prima la Boschi lancia il sasso del Parco, e dei 250 milioni in meno per Torino in caso di vittoria dei grillini, mette in imbarazzo Fassino che deve smentire. Poi però conferma, perché non vuole perdere il punto d'onore quando la polemica esplode. Di nuovo si pone  la stessa domanda: a chi giova? Quanto può spostare?

Terzo episodio. Il tweet sgangherato di un collaboratore del governo può essere veramente la più classica delle minzioni fuori dal vaso: però è rivelatore di un clima.  Anche se non fosse rappresentativo di una polemica pianificata a tavolino, è la spia di un umore di Palazzo. Nessuno, nemmeno in preda a sostanze lisergiche può immaginare affinità tra la quadrata Appendino e la svalvolata Tommasi. Né tantomeno che una rappresentazione così caricaturale porti voti. E quindi di nuovo la domanda: perché?

L'idea che mi sono fatto è che il Pd abbia iniziato a sbagliare impostazione già nella campagna del primo turno. Renzi e il suo gruppo dirigente hanno fiutato che il vento soffiava contro il governo fin dal referendum sulle trivelle. Hanno capito dopo quel voto che il 29% dei Si era un grande campanello di allarme. Hanno verificato, scomponendo il risultato, che in quel voto si erano perse tre componenti importanti in un colpo solo: il Sud, i giovani, è un pezzo fondamentale del voto cattolico progressista.

Le polemiche sull'Ala e sui brogli a Napoli hanno rotto il rapporto di fiducia con un altro segmento utile: il voto del ceto medio riflessivo "legalitario". La via scelta per uscire da questo cul de sac - complici i consigli del super spin doctor americano Jim Messina - è stata una trovata da illusionisti: far sparire l'immagine del Pd nei comuni, e sovrapporre alla campagna elettorale una prova anticipata della campagna elettorale di ottobre. Questo cambio di passo era rischioso e non ha ottenuto nessuno degli effetti desiderati. Ha indebolito gli amministratori che sul territorio avevano una immagine forte (per esempio Fassino), e ha proiettato una immagine negativa su quelli che si candidavano a rappresentare il partito della nazione (per esempio Sala).

Le uscite della Boschi - a partire da quelle cult sui partigiani e su Casapound - per dire - hanno scioccato molti elettori de Pd tradizionali (soprattutto in Emilia Romagna, dove Merola tocca il minimo storico di un candidato Pd).

La mossa referendaria ha avuto un effetto assolutamente opposto a quello immaginato (e sperato). Forse in questo conta una immagine edulcorata che è stata rappresentata a Messina, ex braccio destro di Obama, che per esperienza è abituato alle campagne americane dov'è il cardine di tutto è l'attivazione divisiva del gioco di contrapposizione (e non quelle italiane dov'è il perno di tutto è la raccolta del consenso). Questa mossa, invece di proiettare sui candidati sindaco un consenso di governo (che il governo malgrado le sue aspettative non aveva) ha portato a tutte le opposizioni il voto aggiunto del "vaffaculo utile".

Un termine che io traduco così: qualsiasi voto contro il governo è utile per mandare un messaggio di malcontento per la crisi a Palazzo Chigi. Questo ha prodotto il risultato a macchia di leopardo che ha mandato in ballottaggio in condizioni di sfavore i candidati del Pd. La conseguenza sono state le dissociazioni più o meno pubbliche di Sala, Zedda, Fassino, Merola & C. Che hanno cortesemente invitato Renzi e la Boschi a restare a casa.

D'altra parte anche dire: "Se perdo Roma e a Milano non mi dimetto", ha dato di Renzi una immagine due volte timorosa: in quello scenario ci sono insieme paura di perdere, e presunzione di essere al di sopra di ogni bocciatura degli elettori. La stessa sindrome che prese Massimo D'Alema nel 1999 (e come è andata si sa).

Adesso l'ultimo effetto collaterale della cambio di passo referendario potrebbe essere che dopo i ballottaggi il fronte del No sarà più forte anche ad ottobre. Anche perché mele metropoli strangolate dalla crisi del titolo V della Carta sembra davvero non importare nulla a nessuno.

Questo vuoto strategico produce l'assalto alla baionetta di queste ore. Perso per perso - è questo il mood - qualsiasi argomento demonizzante è utile per provare a ribaltare la situazione. O meglio: se siamo sotto e non abbiamo nulla da perdere meniamo, e proviamo a serrare i ranghi dei nostri ai ballottaggi contando sul l'astensione degli altri. Tutto chiaro, strategia semplice: anche se scommetterei più di un nichelino che, se il piano è questo difficilmente potrà funzionare.

 

Quel tweet sessista che disonora il Governo

Di Monica Setta

Metto subito in chiaro una cosa: non sono un elettore di Chiara Appendino, anzi, ho molta stima per un sindaco del " fare" come Piero Fassino, uno che nella sua lunga militanza a sinistra si ē sempre speso generosamente contro ogni ingiustizia o disuguaglianza. Ma quando ieri, navigando in rete, mi ē capitato sotto gli occhi il tweet di Antonio Funiciello, portavoce dell'uomo forte del governo Renzi, Luca Lotti, sono rimasta letteralmente senza parole.

La candidata sindaco dei 5 stelle a Torino veniva paragonata - in quanto bocconiana- ad un personaggio fragile e discusso dello show biz, l'ex naufraga dell'Isola dei famosi Sara Tommasi. Ovvio che l'accostamento fosse di natura provocatoria, marcatamente sessista, un'offesa doppia direi: a Chiara ( che ha un curriculum vitae esemplare ) e alla povera Sara che, prima di finire nel gorgo del sottobosco tv - più vittima che connivente- aveva effettivamente completato gli studi universitari nel prestigioso ateneo milanese.

In tempi di femminicidio ( l'accostamento ē apparentemente eccessivo, ma la sostanza c'è tutta), ogni offesa alle donne diventa pretesto per spostare l'attenzione dal " contenuto" alla " forma" istigando perfino gli elettori più civili ad una competizione che di agonistico non dovrebbe avere nulla visto che non stiamo parlando della vittoria della Champions ma della gestione di una grande metropoli del nord.

Appendino, la ragazza dallo sguardo intenso e limpido, maglietta candida e pantalone, niente tacchi vertiginosi o scollature mozzafiato, viene attaccata in modo diagonale, subdolo, subliminale su un piano terragno che richiama immediatamente immagini o metafore sessuali. E dunque la stessa sorte che ē toccata a noi femministe che volevamo fare del nostro corpo ciò che volevamo ( ricordate lo slogan, io sono mia?) tracollando su sandali traforati, infilate in mini abiti di sapiente aderenza, ē capitata pure al l'incolpevole Chiara che davvero non ha dimostrato nulla di " eccessivo" che andasse ad urtare il sempreverde senso del pudore borghese.

Se la mannaia del discredito cala, impietosa, su una donna incolore come lei, ē vero allora che il paese ha bisogno di una cura ricostituente che immetta nella linfa vitale del sistema un elemento imprescindibile: il rispetto per le donne intese come persone, non come meri oggetti sessuali. L'incauto maschio che ieri ha lanciato su Twitter la sciocca provocazione - forse figlia di un renzismo senza limitismo che non piacerebbe neppure allo stesso Renzi- ha poi asciugato il campo di battaglia dal sangue versato, si ē scusato, ha corretto il tiro, ha cercato di cancellare l'offesa. Chiara non ha alimentato polemiche, ē andata dritta per la sua strada.

Se vincerà domenica 19 sarà probabilmente per questa lucida razionalità che la mette al riparo dal nervosismo emotivo di Fassino, dal suo essere, a dispetto del fisico asciutto, rarefatto, un uomo profondamente passionale ed appassionato. Comunque vada, per Chiara o per Virginia Raggi a Roma, ma per tutte le candidate di ogni schieramento politico, vi chiediamo, noi donne, il rispetto che si deve ad un essere umano di qualunque sesso esso sia.