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Ecco perché il vaccino contro il coronavirus serve, anche se non arriva subito

Nelle farmacie non ci sarà prima di 12-18 mesi.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Ecco perché il vaccino contro il coronavirus serve, anche se non arriva subito

La buona notizia è che, già nel giro di qualche settimana, inizierà la sperimentazione dei vaccini contro il coronavirus. La cattiva è che il vaccino non arriverà comunque nelle farmacie prima di 12-18 mesi. I test cominciano, negli Stati Uniti, ad aprile, ma solo ad agosto sarà possibile iniziare a verificare se, in effetti, sconfigge il virus, senza effetti collaterali. Perché tanto tempo? In realtà è vero il contrario: si sta procedendo ad una velocità record. Moderna, la start-up di Boston (la Silicon Valley della biogenetica Usa) che ha sfornato il primo dei vaccini che andranno alla sperimentazione, ha impiegato 42 giorni, dal momento in cui il genoma del Covid-19 è stato sequenziato all'annuncio che le fiale per il test erano pronte. Nel 2003, nell'emergenza Sars, ci vollero 20 mesi fra il genoma e le prime fiale. Il problema è che, anche se il potenziale vaccino è pronto in tempo record, poi ci sono tutta una serie di passaggi inevitabili da compiere: i test in laboratorio, poi la sperimentazione sugli animali, infine quella sull'uomo. Non si possono fabbricare miliardi di dosi di un vaccino che forse funziona, forse no. Qualcuno dice che l'elaborazione di un vaccino è più un'opera d'arte che di scienza. Si tratta, infatti, di individuare il sottile confine fra un preparato che scatena la risposta immunitaria, radicandosi nella memoria delle cellule del nostro organismo, e un prodotto che scatena, invece, la malattia.

I margini di incertezza sono accresciuti dal fatto che i vaccini che stanno per essere sperimentati sono frutto di una concezione nuova. Normalmente, i vaccini replicano la proteina del virus che intendono combattere. Si tratta, cioè, di un contagio in piena regola, anche se finto. Qui, invece, i vaccini proposti replicano solo  una parte del codice genetico del virus (esattamente il Rna, vaccini con l'intero Dna arriveranno più avanti): il nostro sistema immunitario si deve, in qualche modo, ricostruire da solo lo schema del nemico che deve affrontare. Questo rende il vaccino più facile e veloce da preparare e da produrre, ma i suoi effetti vanno verificati.

Anche se arriva tardi per l'epidemia in corso, che sta mettendo in quarantena tutta l'Italia, la disponibilità di un vaccino è decisiva, perché molti virologi ed epidemiologi si stanno convincendo che questo nuovo virus, il Covid-19, sia, molto probabilmente destinato a restare con noi. In altre parole, prima o poi, ce lo prenderemo tutti. Secondo questa tesi, il virus sarebbe, ormai, troppo diffuso e sparpagliato per sperare che si autoestingua, in quanto le vittime disponibili, ormai, o sono naturalmente immuni, o sono guarite o sono morte. La scommessa del contenimento del contagio, che fanno gli ottimisti, invece, dice esattamente l'opposto. Vedremo nel giro di una settimana o due cosa succederà. Le misure di contenimento appena varate, del resto, hanno una logica inoppugnabile, anche se si ridimensiona l'obiettivo: rallentare il contagio significa, infatti, impedire che le strutture sanitarie vadano in tilt e che i reparti di rianimazione siano costretti a rifiutare pazienti che non riescono più a respirare autonomamente.

Il paradosso – che è al cuore di tutta la politica della medicina e della salute – è che, probabilmente, solo se avranno ragione i pessimisti ci sarà anche il vaccino in farmacia. Un Covid-19 endemico, infatti, potrebbe entrare nel cocktail del vaccino antinfluenzale annuale che, a questo punto, diventerebbe pentavalente: oltre ai 4 virus del comune raffreddore sconfiggerebbe anche il nuovo coronavirus. In altre parole, il vaccino contro il virus che ci sta assediando in questi giorni, avrebbe un mercato potenziale e futuro, che giustifichi l'investimento per produrlo.

Senza mercato, infatti - questa è la realtà dell'industria farmaceutica - il vaccino non arriverà mai nelle farmacie. Lo dice l'esperienza di questi anni. Dal 2000 in poi si sono succeduti Sars, Mers, Zika, Ebola. Solo per quest'ultimo virus, c'è un vaccino effettivamente disponibile. Se il vaccino per la Sars (pochi morti, pochi contagi, dunque poca domanda) non fosse stato accantonato, invece, dicono i virologi, la corsa a fermare il Covid-19 (un virus diverso, ma simile) sarebbe, oggi, più breve e più veloce. Il punto è che start-up come Moderna possono investire milioni di dollari nella ricerca di un vaccino e poi produrre milioni di dosi. Ma, in una emergenza come questo Coronavirus, occorrono miliardi di dosi. E miliardi di dosi le possono produrre solo giganti come Sanofi, Novartis, Johnson&Johnson, GlaxoSmithKline, Merck. In altre parole, Big Pharma.

Ma Big Pharma preferisce concentrare il suo impegno sulle malattie croniche (l'artrite, il colesterolo) che assicurano lauti profitti per tutta la durata del brevetto. I vaccini sono un investimento rischioso, in cui la domanda, magari, non si materializza oppure, dato che i virus mutano facilmente e d'improvviso, è una rincorsa continua nei laboratori, con l'incognita di trovarsi i magazzini pieni di scorte di vaccini diventati obsoleti. E' quanto vediamo già per gli antibiotici, vanificati dalla diffusione dei virus, che imparano a resistere. E' l'incubo al rallentatore della medicina di oggi, con 700 mila vittime l'anno, nel mondo:i persone che non riescono più a sconfiggere le infezioni. Anche qui, il problema è di mercato. Solo 5 dei 16 antibatterici introdotti fra il 2000 e il 2015 hanno incassato più di 100 milioni di dollari l'anno. Fa molti più profitti un trattamento antitumorale che può costare 100 mila dollari l'anno, che uno antibiotico che, al massimo, ne porta 10 mila. Il punto è che, dal punto di vista medico, un nuovo antibiotico va usato con molta parsimonia, per non accelerare l'acquisizione di resistenza da parte del batterio. Prima si usano i vecchi antibiotici, solo alla fine i nuovi. Ma, a questo punto, è anche scaduto il brevetto. Il risultato è che nel 1990 c'erano 18 multinazionali del farmaco nel settore antibiotici. Oggi, ne sono rimaste tre. Sanofi e Novartis, ad esempio, sono uscite dal settore. E, poiché sviluppare un nuovo antibiotico costa circa 2 miliardi e mezzo di dollari, la ricerca si è fermata. Negli ultimi 20 sono state brevettate solo due nuove classi di antibiotici.

E' l'imbuto di mercato in cui rimane intrappolata la tutela della salute dell'umanità. Lo stiamo vedendo in diretta, in questi giorni, proprio con il vaccino anti Coronavirus. Moderna arriva a portare il suo prodotto ai test, perché la logica di mercato è stata aggirata. La ricerca è stata effettuata grazie ai finanziamenti forniti dalla Cepi, la Coalizione per le innovazioni alla preparazione contro le epidemie. I soldi nella Cepi li hanno messi  i governi di Norvegia e India, una Ong come il Wellcome Trust, Bill e Melinda Gates. E' la prova che il mercato non basta e che, per i vaccini come per gli antibiotici, bisogna pensare ad un intervento diretto, fuori mercato, dei governi, possibilmente tutti insieme. Con premi – di miliardi di dollari – per chi si presenta con prodotti efficaci. Con l'impegno preventivo ad acquistare scorte massicce di farmaci. Forse anche con dilazioni sulla durata dei brevetti. Una verifica sul campo si può fare già subito, con il Covid-19 che incombe: due giganti di Big Pharma – la francese Sanofi e l'americana Johnson&Johnson – si sono fatti avanti per produrre, quando sarà pronto, il vaccino. Si tratta di capire come ottenere che rispettino gli impegni.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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