[Il ritratto] L’ala destra di talento costretto alla solitudine. Ecco chi è Cafiero De Raho, il nuovo capo dell’antimafia

Come è annotato nel suo curriculum, in questi quattro anni gli viene riconosciuto il merito di «aver dato impulso alla cattura di latitanti, alcuni dei quali ricercati da circa vent’anni, e all’aggressione del patrimonio delle ‘ndrine». Sotto la sua gestione, nel 2015, ci sono stati 13 collaboratori di giustizia e due testimoni, «un dato molto significativo», come hanno sottolineato i suoi vertici, «in un territorio governato dall’omertà»

[Il ritratto] L’ala destra di talento costretto alla solitudine. Ecco chi è Cafiero De Raho, il nuovo capo dell’antimafia

«E’ una grande ala destra», dicono di lui i suoi colleghi. Che non dev’essere solo un modo di fargli un complimento. Le grandi ali destre del calcio sono uomini solitari, abbandonati con il loro talento sulla fascia laterale al servizio della squadra, una linea ai bordi del campo per inseguire la vita e una partita, correndo sempre. In fondo, non c’è ritratto migliore per parlare di Federico Cafiero De Raho, il nuovo Procuratore antimafia. Appassionato di calcio e della sua Napoli, dove ha lavorato come pubblico ministero per 22 anni, prima come sostituto e poi dal 2006 come procuratore aggiunto, facendo parte pure della Dda, era anche un discreto giocatore di tennis, fino a quando come Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria non ha preferito rinunciare, come ha dichiarato non troppo tempo fa in un’intervista a Tv2000: «Ho smesso per timore di frequentare circoli contaminati. Questo è un territorio dove bisogna vivere sempre da soli, perché quello che caratterizza la ‘ndrangheta è la sua capacità di infiltrazione e di inquinamento in tutti i settori della società civile».

Come «una grande ala destra» non è semplicemente un uomo ricco di talento, ma forte e solitario, molto determinato. Non è un caso che la sua storia in magistratura, cominciata a Milano alla fine degli anni 70 con indagini sul traffico di droga e sull’omicidio del giudice Alessandrini, sia soprattutto segnata dal Processo Spartacus, l’equivalente a Napoli di quello che Falcone fece a Palermo: un’indagine sulla camorra e il clan dei casalesi avviata dalla Dda nel 1993 e partita di fatto cinque anni dopo, con quel pool di magistrati molto affiatato, formato da De Raho, Lucio Di Pietro, Franco Greco e Carlo Visconti, - che si era dato il nome di 3615, cioè il numero del processo -, prima di chiudersi nel 2010 con sentenze di ergastolo che decapitarono di fatto l’organizzazione criminale. De Raho rappresentò la pubblica accusa in aula. Quella fu un’indagine fondamentale per ricostruire non solo la storia e le vicende del clan da quando era guidato da Antonio Bardellino, scomparso misteriosamente in Brasile nel 1998, ma per conoscerne soprattutto i segreti e i meccanismi di potere, con i suoi tentacoli affondati nella cosa pubblica.

Nell’elenco dei primi 31 imputati c’erano i grandi latitanti, Michele Zagaria e Antonio Iovine, considerati ai vertici dell’organizzazione, Francesco Bidognetti soprannominato Ciccio ‘e mezzanotte, Francesco Schiavone detto Sandokan e il suo cugino omonimo, Vincenzo Zagaria e Raffaele Diana. C’era già tutto il gotha della camorra. Il certosino e infaticabile lavoro di De Raho e dei suoi colleghi portò in aula 115 imputati e addirittura 508 testimoni, fra i quali 25 collaboratori di giustizia, compreso Carmine Schiavone, il primo vero pentito della camorra. La requisitoria di De Raho durò 50 udienze, le arringhe della difesa 108. Il terzo grado di giudizio si chiuse con la conferma di tutti gli ergastoli, nel 2010. Un anno dopo fu arrestato Antonio Iovine, ‘o ninno, e il 7 dicembre 2011 anche Michele Zagaria detto Capastorta, dopo 16 anni di latitanza, il boss dei boss, come appena raccontato dalla fiction di Rai1. Il grande capo era soprattutto il re del cemento, a livello nazionale, una piovra potentissima, con interessi negli appalti pubblici di Campania, Lazio, Toscana, Abruzzo, Lombardia ed Emilia Romagna.

Ma più delle sue medaglie, nella carriera del nuovo procuratore antimafia, conta il suo lavoro. Durante le lunghe indagini che portarono al processo Spartacus furono arrestati numerosi latitanti e gli inquirenti riuscirono a convincere molti camorristi a collaborare con la giustizia. E’ un metodo che ha ripetuto con gli stessi risultati a Reggio Calabria, quando il 13 maggio del 2013 il plenum del Csm lo ha nominato con 12 voti a favore nuovo procuratore della Repubblica. Come è annotato nel suo curriculum, in questi quattro anni gli viene riconosciuto il merito di «aver dato impulso alla cattura di latitanti, alcuni dei quali ricercati da circa vent’anni, e all’aggressione del patrimonio delle ‘ndrine». Sotto la sua gestione, nel 2015, ci sono stati 13 collaboratori di giustizia e due testimoni, «un dato molto significativo», come hanno sottolineato i suoi vertici, «in un territorio governato dall’omertà». Da lì, De Rhao ora è approdato all’antimafia, che sembra un percorso quasi obbligato, sfogliando le pagine della sua carriera. Poco tempo fa, dopo una grande manifestazione contro la ‘ndrangheta in Calabria, disse che «il vento sta cambiando», che la gente comincia a denunciare il potere dei boss. Speriamo che sia vero. Lui, per adesso, dovrà ancora rinunciare al tennis. Per l’ala destra, invece, magari no. Quello è un modo di essere.