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[Il ritratto] Di Matteo, il giudice che Riina voleva morto come un tonno ha dato il colpo di grazia al Berlusconi politico

Di Matteo ha detto che la sentenza sulla trattativa Stato - Mafia parla del Berlusconi politico. Di Maio e Di Battista l’hanno ringraziato. Riccardo Fraccaro, l’uomo più vicino al leader dei Cinque Stelle, ha affermato che «la sentenza sulla trattativa Stato mafia cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il paese nei suoi tentacoli. Dell’Utri fece da tramite fra Cosa Nostra e Berlusconi: politicamente è una pietra tombale sull’ex cavaliere»

Nino Di Matteo
Nino Di Matteo

Un giorno forse la chiameremo sentenza Di Matteo. Perché questo processo sulla trattativa Stato mafia l’ha fatto tutto lui, prima ereditando e poi ricostruendo il pool abbandonato da Antonio Ingroia, fra le minacce di morte e gli incubi di altre stragi, nell’isolamento politico e contro la diffidenza dei grandi poteri. «Deve fare la fine del tonno», diceva Totò Riina passeggiando nel cortile del carcere di Opera con Alberto Lorusso.

Le 37 cittadinanze onorarie

Dai partiti erano arrivate solo frasi di circostanza. Però non è mai stato abbandonato dalla gente, come dimostrano le 37 cittadinanze onorarie raccolte in tutto il Paese, dalle Alpi agli Appennini, dal Piemonte alla Sicilia, ogni volta per riconoscere il suo eroismo. La prima fu Modena, sindaco pd. Poi venne Rozzano, vicino a Milano, altro sindaco Pd. Dopo Messina, lista civica. Ma la grande maggioranza erano tutti comuni governati dal partito democratico, quasi a sottolineare la scollatura fra la periferia e il centro, la base e i vertici, che lui aveva attaccato pesantemente quando aveva detto che «Renzi e Berlusconi non hanno la legittimità per cambiare la Costituzione».

La prima sentenza sul Berlusconi politico

Adesso Nino Di Matteo ha detto che questa è la prima sentenza che parla del Berlusconi politico. Di Maio e Di Battista l’hanno ringraziato. Riccardo Fraccaro, l’uomo più vicino al leader dei Cinque Stelle, ha affermato che «la sentenza sulla trattativa Stato mafia cade come un macigno su un sistema di potere che tenta ancora di avvinghiare il paese nei suoi tentacoli. Dell’Utri fece da tramite fra Cosa Nostra e Berlusconi: politicamente è una pietra tombale sull’ex cavaliere».

Il discorso all’Associazione Casaleggio

Non c’è dubbio che Nino Di Matteo ha fatto la storia con questo processo, marchiando per la prima volta su una sentenza l’intreccio criminoso fra il potere e la mafia, la sua deriva stragista, il riconoscimento di Cosa Nostra come un interlocutore con cui trattare. Pochi giorni fa a Ivrea, accolto con una standing ovation della platea riunita dall’Associazione Gianroberto Casaleggio, aveva ammonito che «ancora oggi gran parte della politica, gran parte del sistema di potere, di cui quello mediatico editoriale è una articolazione fondamentale, non capisce o finge di non capire, o sottovaluta la gravità della situazione, perché accetta il sistema mafioso-corruttivo come una parte del sistema Paese, integrante, necessaria, per certi versi persino utile».

Il magistrato più protetto d’Italia

In tutti questi anni in cui ha portato avanti la sua inchiesta, è stato costretto quasi a ritagliarsi un ruolo monacale e austero, chiuso nei suoi bunker sotto le minacce di Totò Riina e Matteo Messina Denaro, i grandi capi di Cosa Nostra, dopo essere diventato il magistrato più protetto d’Italia: qualche anno fa gli cementarono persino i tombini sotto casa, ancora prima di dotarlo di misure di sicurezza antibombe mai viste. Vive sotto scorta dal 1993, in pratica da quando aveva appena cominciato a fare il magistrato, perché il suo è sembrato sin dall’inizio un destino segnato.

Gli esordi da magistrato

Ha raccontato Attilio Bolzoni che la prima volta che ha indossato la toga era ancora uditore giudiziario e faceva il picchetto d’onore in piedi davanti alle bare di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Maggio 1992. Poi venne luglio, Borsellino. Lui cominciava a Caltanissetta, primo incarico di pm per l’omicidio del giudice Antonino Saetta e di suo figlio Stefano: e quelle indagini lo portarono al primo ergastolo per Totò Riina, che Di Matteo era riuscito a individuare come il mandante.

Le indagini sulle stragi Falcone e Borsellino

Da lì a Palermo, nel 1999, e prende in mano le indagini sulle stragi Falcone e Borsellino, oltre che sull’omicidio di Rocco Chinnici. E’ diventato il giudice che insegue gli assassini dei suoi colleghi. Poi arriva la trattativa Stato mafia. In tutte le sue inchieste il maggiore imputato è sempre lo stesso, il capo dei capi, Totò Riina.

Le minacce intercettate

Nel dicembre 2013 il boss è intercettato dalla Dda mentre chiacchiera durante l’ora d’aria con un bosso pugliese della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso. Gli dice che i pm che lo accusano lo stanno processando «perché vogliono fare carriera». Ce l’ha soprattutto con Di Matteo: «Ma che vuole questo da me? Perché mi guarda? A questo gli devo far fare la stessa fine degli altri». Si vanta di una delle sue stragi di giudici con i pezzi della vittima che volavano fin sui balconi delle case. «Bisogna fargli fare la fine del tonno», dice di Di Matteo. «Tanto deve venire al processo. E’ tutto pronto. Organizziamo questa cosa, facciamola grossa, in maniera eclatante, e non ne parliamo più. Dobbiamo fare un’esecuzione come quando c’erano i militari a Palermo».

Le dichiarazioni del pentito Brusca

Dopo queste intercettazioni Di Matteo non poté partecipare all’udienza di Milano dedicata a Giovanni Brusca, che nel ‘96 svelò i contatti fra il Ros e Riina tramite Ciancimino. Gli inquirenti scoprono un progetto di attentato contro di lui con 15 chili di tritolo, fatto venire apposta dalla Calabria su ordine di Matteo Messina Denaro, come gli racconta Vito Galatolo, ex boss dell’Acquasanta, diventato collaboratore di giustizia: «Dottore, i mandanti per lei sono gli stessi del dottore Borsellino». Cosa Nostra aveva preparato un agguato a colpi di bazooka e kalashnikov da eseguire quando il magistrato era a Roma, ma il potenziamento della scorta aveva fatto saltare quest’ipotesi.

Una vita blindata

La sua vita cambia completamente, prigioniero di guardie del corpo che lo seguono dovunque, barricato dentro macchine superblindate. Non va più a nuotare alle 7 di mattina, non va più alla Favorita a vedere il suo Palermo. Per fare jogging ogni tanto lo portano di nascosto in qualche caserma. «A volte mi chiedo se è giusto andare avanti, per me e per la mia famiglia. Razionalmente penso che non ne valga la pena, ma poi un impulso di sentimenti si fa largo e mi trascina a una sola risposta: sì, ne vale la pena». Attorno a lui, si stringe la gente comune («Borsellino e Falcone erano molto più soli di me: oggi io sento la vicinanza della gente») e lo abbraccia il Movimento 5 Stelle.

Il processo cui non credeva nessuno

L’anno scorso si parlava di lui come possibile ministro dell’Interno in un governo grillino. Poi la proposta è caduta. Di Matteo prima voleva chiudere il suo processo sulla trattativa, quello in cui all’inizio non ci credeva nessuno. E’ andato avanti, mentre in tutta Italia lo chiamavano o per dargli la cittadinanza d’onore: dopo Modena, Rozzano e Messina, è arrivata anche la Torino di Fassino, Volpiano, Rivoli, Grotte (Agrigento), Gubbio, Taormina, Bologna. Il 15 febbraio del 2016 addirittura nove comuni in un colpo solo, da Pescara a Chieti. E dopo è toccato a Milano, Agrigento, Grugliasco, Jesi, Livorno, Trapani, Reggio Emilia, Grosseto, Pavia e ultima Roma, che ha scatenato la mica tanto comprensibile polemica dell’assessore alla cultura della Regione Sicilia Vittorio Sgarbi: «Perché si onora un vivente? Perché la sindaca di Roma prende uno di nascita meridionale che si chiama Nino Di Matteo, considerato da tutti un eroe per quello che non ha fatto. Che cosa ha fatto per Roma? Perché la cittadinanza a lui? Io ho anche qualche dubbio sul fatto che sia un eroe». Sgarbi però ha questo potere. Di unire tutti. Tutti, beh. Quasi tutti. Pd e Cinque Stelle chiedono le sue dimissioni. Ma il presidente della Regione glissa. E qualcun’altro sta zitto. E’ il suo destino, per Di Matteo. Anche oggi in molti sono stati zitti.             

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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