Da martedì chiudono gli Ospedali psichiatrici giudiziari. Una riforma tra ritardi e paure

Da martedì chiudono gli Ospedali psichiatrici giudiziari. Una riforma tra ritardi e paure
di Giovanni Maria Bellu

Scade martedì il termine per la chiusura degli Opg, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, strutture a metà tra i vecchi “manicomi criminali” e il carcere. Luoghi che Giorgio Napolitano definì “estremo orrore, inconcepibili per un Paese civile”. Scade il termine fissato dalla legge approvata nel marzo dello scorso anno ma, paradossalmente, non è affatto certo che gli Opg – la loro “filosofia” - scompaiano per davvero, e scompaiono ovunque. Alla preoccupazione di una proroga della scadenza – esclusa in modo categorico dal governo – si è aggiunta quella che le piccole e diffuse strutture che dovrebbero sostituirli – si chiamano Rems (Residenze per l’esecuzione delle Misure di sicurezza) - diventino dei “mini-opg”. Per scongiurare questa ipotesi è in atto da alcune settimane un “digiuno a staffetta”. Contemporaneamente cresce l'allarme per la sicurezza: non è infatti ben chiaro che ne sarà tra qualche anno degli internati più pericolosi.

Attualmente gli ospiti dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari italiani - Montelupo Fiorentino, Napoli, Aversa (Caserta), Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) e Castiglione delle Stiviere (Mantova) - sono circa 700. Dovrebbero essere distribuiti su base regionale nelle nuove Rems. L'organismo di coordinamento, presieduto dal sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, ha annunciato che si provvederà al commissariamento delle Regioni che non avranno presentato i loro piani per l'inserimento dei reclusi nelle strutture alternative. Le Regioni già pronte sono dieci (Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna) alle quali va aggiunta la provincia autonoma di Bolzano. Altre avranno tempi più lenti e si prevede che la piena operatività sarà raggiunta in autunno.

La condanna degli Opg da parte di Napolitano arrivò quando furono resi noti i risultati dell'indagine condotto dalla commissione parlamentare presieduta dall'attuale sindaco di Roma, e all'epoca senatore del Partito democratico, Ignazio Marino. Durante i lavori fu anche girato un documentario che mostrò le condizioni di degrado assoluto nelle quali erano costretti a vivere gli internati. L'Italia sentì racconti agghiaccianti, come quello dei reclusi di Aversa che erano costretti a infilare le bottiglie nel buco del bagno alla turca per rinfrescare l'acqua durante i torridi giorni d'estate e anche per impedire ai topi di uscire. La commissione raggiunse la conclusione che tre dei sei Opg dovevano essere chiusi. E rilevò di aver incontrato, durante gli accertamenti, un atteggiamento poco collaborativo. Le cronache nelle settimane precedenti avevano raccontato vicende inquietanti, come la morte a Montelupo fiorentino di un internato che aveva inalato del gas e, ancora ad Aversa, l'arresto di due agenti della polizia penitenziaria accusati di aver abusato di un internato transessuale.

L'approvazione della legge che da domani dovrà essere operativa è stata accompagnata dalla progressiva riduzione degli internati (nel 2012 erano più di 1200 e sono ora poco più della metà) e all'elaborazione dell'idea delle Rems, strutture sanitarie con al massimo venti posti letto e diffuse nel territorio. Ma la condanna degli Opg viene ancora da più lontano. Fin dal 1982 una sentenza della Corte costituzionale stabilì che la “pericolosità sociale” - che è alla base dell'internamento – non poteva essere definita una volta per tutte, alla stregua di una condizione permanente. E che le misure di sicurezza andavano riviste e aggiornate con regolarità e frequenza. Altre due sentenze (nel 2003 e nel 2004) hanno dichiarato incostituzionale la non applicazione di misure alternative all'internamento e hanno rilevato che, per le persone prosciolte e ritenute socialmente pericolose, bisogna prevedere un programma terapeutico e l’esecuzione della misura di sicurezza in ambito territoriale.

Le preoccupazione per la tutela dei diritti dei reclusi si intrecciano con quelle per la sicurezza. Fin dal giugno scorso Paola Di Nicola, giudice del Tribunale di Roma, inviò all’Associazione nazionale magistrati una nota che individuava una grave criticità della legge. Si riferiva a una norma che impone la revoca delle misure di sicurezza “per internati pericolosi che abbiano superato il limite massimo della pena edittale”. Cioè la condanna che questi reclusi avrebbero scontato se fossero stati riconosciuti capaci di intendere e di volere. In una dichiarazione a La Stampa l'allarme lanciato dalla Di Nicola è stato confermato, con parole particolarmente dure, da Enrico Zanalda, segretario nazionale della Società italiana di psichiatria, che pure si batte da sempre per il superamento degli Opg: “E’ un pasticcio”, ha detto sottolineando la necessità di una modifica del codice penale che “in caso di vizio totale o parziale di mente, consenta di detenere e curare in case circondariali le persone più gravi”.