[L'analisi] Crocetta, l'alibi dell'antimafia, la gaffe di Grasso sul prefetto fascista e i consiglieri prigionieri del vitalizio

Per il governatore uscente della Sicilia ogni occasione era buona, di fronte alle quotidiane difficoltà di una regione come la Sicilia, per battere sempre sulla mafia anziché sui problemi concreti da risolvere. Un atteggiamento che ha prodotto un generale disamoramento ai danni di tutti

Crocetta, l'alibi dell'antimafia, la gaffe di Grasso sul prefetto fascista e i consiglieri prigionieri del vitalizio

Il prossimo 5 novembre i siciliani sono chiamati a votare per eleggere il nuovo presidente e i nuovi consiglieri regionali. Ad oggi c’è un solo candidato certo, Giancarlo Cancelleri, designato dai cinque stelle con l’investitura di Beppe Grillo; Nello Musmeci, già candidato alle scorse elezioni, è in campo e il centrodestra prova a ricompattarsi per evitare che, per la seconda volta, due candidati divisi tirino la volata a quello della sinistra come avvenne cinque anni fa. Poi c’è Alfano “a giorni alterni” e la Sicilia diventa per Berlusconi di nuovo laboratorio politico: sì all’alleanza con l’ex delfino ma solo su base regionale, nessun accordo per le politiche. Perché chi vince in Sicilia, vince in Italia.E poi c’è il centrosinistra.

Le elezioni siciliane, per una di quelle insondabili astuzie del caso, coincidono con i giorni del centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Solo che in Sicilia non si scorge sulla linea dell’orizzonte alcun Lenin, il capo di quella rivoluzione russa che influenzò in larga parte la vita degli uomini del secolo scorso; nel bene (poco), nel male (tanto). Né risulta essere partito alcun treno piombato come quello che condusse da Zurigo in patria l’esule bolscevico. A dire il vero qualcosa di simile si è visto, mutatismutandis, cinque anni fa quando Beppe Grillo attraversò a nuoto le leggendarie acque tra Scilla e Cariddi. Ma anche quella nuotata, altri tempi.

C’è stato chi, tutto il centrosinistra siciliano e nazionale, beata consuetudine italica, per settimane ha invocato il salvatore della patria- rectius: del partito democratico- patologicamente in panne nell’isola della mafia e dell’antimafia. E, l’indicato, non poteva che essere un famoso giudice, uno dei magistrati che aveva giudicato i mafiosi del primo maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. L’”invocato” nel respingere la tentazione è, però, scivolato proprio sull’insidiosa dinamica alla base dell’invocazione stessa. Non c’è bisogno di scomodare i grandi sociologi del novecento per comprendere che la richiesta di una grande personalità come guida politica, è allo stesso tempo effetto della debolezza di chi richiede (la politica siciliana) e un modo (una scorciatoia) per provare a nascondere sotto il tappeto la polvere del caos. Perché di questo si tratta: anarchia, confusione, appunto caos, regnano sovrane dalle parti del centrosinistra siciliano. Del resto “chi semina vento raccoglie tempesta”.

Per tornare all’infortunio del Presidente del Senato, in un articolo del Corriere della sera del 24 giugno, Pietro Grasso parlando dei gravi problemi che affliggono la Sicilia ritiene che per risolverli serva quella “figura straordinaria che fu Cesare Mori”, il prefetto inviato in Sicilia dal regime fascista per combattere la mafia palermitana. Oggi, quasi tutti gli storici hanno ridimensionato i risultati di quell’offensiva fascista che si rivelò essere, soprattutto, una duratura azione di propaganda di regime: di fatto, di soppresso ci fu solo il nome (la mafia), scomparso per ordini superiori dall’informazione dell’epoca. Ma al di là dei limiti storici del fascismo, come ha sempre spiegato Leonardo Sciascia, dalle Parrocchie di Regalpetra al suo ultimo libro, il modo di opporsi alla mafia del “prefetto di ferro” è la negazione dell’antimafia: “il fascismo aveva soltanto anestetizzato la mafia”;il limite di fondo consisteva in un deficit di diritto: “Ci voleva, per dirla semplicisticamente, più diritto: nel senso che bisognava mettere i siciliani nella condizione di scegliere, appunto, tra il diritto e il delitto e non tra il delitto e il delitto”. Non a caso poi, lo scrittore sempre scettico sui fatti di giustizia, seppe individuare nel “grande processo” (così chiamava il maxi) il grande dato della speranza, finalmente la mafia combattuta con la forza del diritto.

Cinque anni fa vinse le elezioni Rosario Crocetta, il candidato di centrosinistra, pur prendendo in cifra assoluta meno dei candidati che si opposero a Cuffaro e a Lombardo; non fu una vittoria di poco essendo stata la Sicilia il granaio di voti di Forza Italia. Crocetta era stato un buon sindaco di Gela, dove la sua azione era stata caratterizzata da positive rotture sul fronte della lotta alla mafia, una mafia quella gelese tanto potente quanto sanguinaria. Ma l’inizio del suo governo regionale fu segnato da profonda ambiguità, mai risolta: quella che legava una parte del centrosinistra, la parte più vicina a Crocetta, alla esperienza di governo di Raffaele Lombardo. Da qui all’odierna agonia. C’è da dire che se Crocetta fosse stato il sindaco di una città, già da tempo sarebbe stato dimesso dai suoi; ma i consiglieri regionali (in Sicilia con il titolo di deputati) si sono autoincagliati tra indennità parlamentare e vitalizio.

La cattiva amministrazione di Crocetta ha avuto un’aggravante. A partire dalla campagna elettorale il presidente regionale ha fortemente esibito la sua identità antimafia sino a farla diventare il suo unico obiettivo programmatico. Su questo terreno si sono registrate due gravi distorsioni. La prima: sempre più frequentemente ha fatto finta di non capire che in quanto presidente di regione il giudizio su di lui sarebbe stato esercitato in quanto governatore e non per quanto aveva fatto come sindaco antimafia. Ovviamente colui che si presenta con una forte identità antimafia gode di un naturale recinto di protezione sotto il profilo del consenso sociale (si è esposto a differenza di altri, è stato coraggioso, vive con la scorta, ecc.); ma tutto questo ha un limite nel buon senso, superato il quale, abusando della propria identità, il richiamo alla propria storia diventa strumentalizzazione, alibi per sottrarsi al giudizio politico come governatore. La seconda: ogni occasione era buona, di fronte alle quotidiane difficoltà di una regione come la Sicilia, per battere sempre sulla mafia anziché sui problemi concreti da risolvere (ad esempio è accaduto nel famoso battibecco con PIF sui disabili). Al di là della questione politica, questi cinque anni sono stati negativi per quanti sono impegnati nell’antimafia: quegli atteggiamenti hanno prodotto un generale disamoramento ai danni di tutti.

Il centrosinistra, al netto di Crocetta, è impegnato a coltivare il “modello Palermo” ossia un’alleanza politica forte di una spinta civica come alle ultime vincenti elezioni amministrative di Palermo. A dire il vero è più adeguata l’espressione “modello Orlando” che in Sicilia già negli anni ottanta ha coinvolto il PCI-PDS; il sindaco di Palermo nello scenario politico è un gigante e sa ben esercitare un’attrazione a sinistra; purtroppo per la sinistra,incapace di una qualunque autonomia politica, questa alleanza, nel passato, la condusse elettoralmente ad una sola cifra.Naturalmente, ancora una volta è il caos nel PD.