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[Il caso] Condividere foto e video hot in chat può costare anche il carcere

La vicenda della deputata Cinquestelle, Giulia Sarti, riporta alla memoria i casi drammatici di altre giovani donne travolte dalla diffusione virale sul web di contenuti hard

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
[Il caso] Condividere foto e video hot in chat può costare anche il carcere

La condivisione di una immagine hot sui social o su una chat può costare caro: anche il carcere. Non ha dubbi Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano che ha fatto il punto sul tema in una intervista rilasciata al quotidiano Il Giornale. “I gruppi di WhatsApp o altre chat sono piazze virtuali in cui il reato si produce per il fatto stesso di pubblicare il contenuto” ha spiegato il noto giurista. 

Diffusione di foto e video sui social  

Anche se non sono testate giornalistiche “sui social si pongono comunque le questioni della privacy e del copyright. Per postare qualsiasi foto di un’altra persona devo chiedere il permesso”. Se ciò non avviene “stiamo trattando illecitamente i dati personali della persona e in base all’articolo 167 del decreto legislativo 196/2003 sulla privacy si rischiano fino a 3 anni di carcere” ha affermato Razzante.

Reato vale anche per chat ed email

Il reato, contrariamente a quanto si possa pensare, non vale solo per i social ma anche per le chat private e le email. “Se mando a un mio conoscente la foto o il video hot di una terza persona dovrei comunque chiedere il consenso. Se poi condivido i contenuti in chat di gruppo possono scattare vari reati, dalla violazione della privacy alla diffamazione, dalla violazione del copyright alla diffusione di materiale pornografico” ha chiarito il giurista.

Nessuna responsabilità per ricezione

 “Se una persona riceve il video (o una immagine) hot di una terza persona e lo tiene per sé senza diffonderlo ulteriormente, il gesto non produce effetti pratici, anche se in linea teorica è avvenuto in violazione della legge sulla privacy”. La conclusione dunque è chiara: se riceviamo materiale pornografico su WhatsApp o altre chat non siamo responsabili di alcun reato, ma il discorso cambia se contribuiamo anche noi alla diffusione ovvero alla viralizzazione.

Il caso Giulia Sarti

Il tema affrontato da Il Giornale è di forte attualità a causa della vicenda che negli ultimi giorni sta coinvolgendo la deputata Cinquestelle, Giulia Sarti. Le immagini e i video hot che la riprendono nella sua intimità sono finite nel tritacarne del web diventando virali in Parlamento e nel resto del Paese. Non è la prima volta che una cosa del genere accade.

I drammi di Tiziana Cantone e Michela Deriu

Nel 2016 la giovane napoletana Tiziana Cantone si tolse la vita perché incapace di sopportare la vergogna per la diffusione di alcuni suoi video hot. L’ex fidanzato, Sergio Di Paolo, è stato rinviato a giudizio. Ma non c’è dubbio che chiunque abbia contributo alla viralizzazione di quei contenuti è in parte responsabile di quanto accaduto. E lo stesso si può dire per la vicenda che ha travolto un anno dopo la barista sassarese Michela Deriu, anch’essa suicida a causa della diffusione via chat di un suo video hard.

Necessario sviluppare una “ecologia” del web

Internet, i social, le chat sono un fenomeno relativamente giovane che ancora, purtroppo, sfugge di mano ai più. E’ necessario però che al più presto si sviluppi una sorta di coscienza “ecologica” del web analogamente a quanto avvenuto per il rispetto dell’ambiente, ovvero ad una serie di principi e valori che tutti tendono a condividere e rispettare autonomamente e spontaneamente.

Stop alla condivisione senza riflettere

Pensare di punire migliaia (o perfino milioni) di persone per la condivisione di una immagine o un video hot su WhatsApp è ovviamente irrealistico. Fenomeni simili (con le loro drammatiche conseguenze per le donne coinvolte) si possono evitare solamente se tra il breve lasso di tempo che passa tra la ricezione del contenuto e la condivisione con altri amici/conoscenti scatta un meccanismo interiore che ci impedisce di farlo perché profondamente sbagliato. Questo è l’unico modo per evitare che si ripetano casi analoghi a quelli di Tiziana, Michela e Giulia.

 

Michael Pontrellidi Michael Pontrelli   
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