[L’intervista] “Aumenterà la produzione e aumenteranno le emissioni nocive. I Cinque Stelle sull’Ilva ci hanno tradito”

Parla il fondatore di Pacelink, una delle associazioni più impegnate contro l’inquinamento delle acciaierie Ilva: “Il M5s in questo modo viene meno al suo contratto di governo che parlava di chiusura delle fonti inquinanti per Taranto”

L'Ilva di Taranto
L'Ilva di Taranto

Alessandro Marescotti, fondatore di Peacelink, associazione antimilitarista e ambientalista tarantina, i Cinque Stelle hanno tradito quella città che voleva la chiusura dell’Ilva?
«Per tutta l’estate siamo stati convocati a Roma dandoci l’impressione che la partita fosse aperta e che le nostre proposte servissero a qualcosa e invece era tutto deciso. Il M5s aveva fatto una campagna elettorale aggressiva sulla chiusura dell’ILVA. Chi parlava anche solo di chiusura della sola area a caldo veniva considerato un moderato. Proporre il superamento dell’attuale ciclo produttivo con nuove tecnologie senza l’impiego del carbone era un traditore. E adesso Di Maio sposa l’attuale ciclo produttivo tradizionale di Arcelor Mittal. Avremo in prospettiva anche un aumento di produzione che non credo si possa realizzare senza un aumento delle emissioni. Il M5s in questo modo viene meno al suo contratto di governo che parlava di chiusura delle fonti inquinanti per Taranto».

Il fronte variegato ambientalista, di cui Peacelink rappresenta una delle anime storiche, alle ultime comunali del 2017 ha raccolto complessivamente il 27% dei voti. Minoranza rumorosa e litigiosa. Alle ultime politiche di marzo, i Cinque Stelle che chiedevano la chiusura dell’acciaieria e la riqualificazione ambientale, hanno fatto il pienone di voti sfiorando il 50% dei voti. Come spiega questo voto a distanza di pochi mesi dalle fallimentari comunali?

«PeaceLink per statuto non partecipa alle attività politico-elettorali e svolge il ruolo di cane da guardia dei partiti. Per questo è una associazione percepita con un malcelato senso di fastidio dal mondo della politica. Ai partiti chiedevamo rigore e verità. Ma il M5s ha privilegiato una campagna elettorale fatta di slogan, senza un progetto serio di riconversione, che infatti ha dimostrato di non avere, visto l’epilogo della trattativa Ilva. I pentastellati hanno rifiutato alle comunali un accordo con tutti, creando polemiche e alimentando dissidi che hanno contagiato lo stesso movimento locale che si è spaccato a metà, generando una rissa all’interno dell’area pentastellata locale. Alle politiche la fazione pentastellata vincente ha dettato le sue regole e il M5s a Taranto si è mostrato più compatto e ha sfruttato l’effetto traino nazionale ottenendo un successo senza precedenti facendo leva sulla convinzione che i problemi di Taranto si potessero risolvere solo cambiando il governo nazionale».

Molti lavoratori dell’Ilva hanno votato alle politiche per i rappresentanti di Grillo. Ma non per far chiudere la loro fabbrica, secondo l’analisi del sindacato sul voto politico. Condivide questo giudizio?

«Sì, i lavoratori ILVA hanno votato per il M5s perché non ne potevano più del PD, è stato un voto di protesta. Ho chiesto ai lavoratori e mi hanno confermato che solo una minoranza dei lavoratori ILVA votava il M5s per la chiusura dell’ILVA, la maggioranza votava contro i privilegi della Casta. Il M5s aveva una modalità di comunicazione semplice ed efficace, facile da capire. E gli operai hanno provato verso il M5s quel senso di fiducia che un tempo era appannaggio del PCI. Il M5s avrebbe in ogni caso risolto i problemi perché lo Stato è in grado di fare tutto, è il potere, e quando è usato a fin di bene può fare miracoli. In questo senso la chiusura dell’ILVA declamata dal M5s non faceva paura in quanto lo Stato pentastellato avrebbe in ogni caso pensato agli operai».

Il voltafaccia pentastellare. Giovedì sera al presidio di protesta per la firma dell’accordo siglato a Palazzo Chigi, la parlamentare dei Cinque Stelle, Rosalba De Giorgi, se n’è andata scortata dalle forze di polizia. Il sospetto è che la decisione di confermare la cordata Arcelor-Mittal fosse stata presa in campagna elettorale.

«In effetti avevano già preso la decisione di tenere aperta l’Ilva anche quando dicevano di volerla chiudere. Lo ha detto candidamente lo stesso on. Gianpaolo Cassese, del M5s tarantino, che ha dichiarato: "Già ad aprile avevo capito che Ilva non avrebbe chiuso"».

La vicenda giudiziaria dell’Ilva, al di là delle sue conclusioni (quando ci saranno), è stata, è per Taranto uno spartiacque. Ha svelato l’inquinamento ambientale, le relazioni pericolose tra l’azienda e le istituzioni locali della città. E da questo punto di vista non credo che in futuro si riproporranno queste relazioni. Per Taranto l’Ilva con l’Arsenale e il polo chimico garantiscono il lavoro. Una soluzione di chiusura delle fabbriche ad alto tasso di inquinamento non è praticabile. Lo ha certificato anche il governo dei Cinque Stelle.

«Credo invece che le relazioni fra politica e industria inquinante si riformeranno e si ricreerà un blocco di potere di fronte al nuovo padrone del vapore, che per di più avrà l’immunità penale. Il futuro di Taranto non passa per la desertificazione produttiva ma per un progetto di sviluppo sostenibile basato sulla green economy, solo che se chiedi ai politici cosa sia la green economy nove su dieci non lo sanno, l’ho constatato di persona. C’è un’ignoranza abissale. Taranto avrebbe bisogno di una classe dirigente informata e preparata, invece la città è in mano a gente che non legge libri e che lancia slogan, dall’una e dall’altra parte. In questa situazione un progetto di riconversione ecologica dell’economia - che è possibile - non può partire perché mancano le competenze che in altre parti d’Europa hanno consentito di cambiare l’economia nel senso della sostenibilità e dell’innovazione green. Purtroppo Taranto è la città della furbizia elettorale, non della cultura».

Tamburi, la moderna Pompei. Un quartiere sommerso dalle polveri della grande acciaieria. Ora c’è il cronoprogramma che stabilisce la copertura dei parchi minerali entro il 2019.
«Ci risentiamo fra un anno, non sono per nulla convinto che gli attuali lavori - timidamente avviati con i soldi dello Stato - vengano proseguiti dal privato che avrà come obiettivo primario quello di far quadrare i conti. Attualmente non è stato coperto nulla, sono stati piantati solo dei pali. E nel contratto c’è scritto che gli investimenti ambientali sono subordinati alla disponibilità di risorse economiche. Sono quindi una variabile dipendente, non una variabile indipendente. E non vi è nessuna penale da pagare se non saranno attuati».

I Cinque Stelle e il movimento ambientalista non devono ripensare una proposta politica per Taranto?
«Secondo me il movimento ambientalista deve fare il cane da guardia della politica. Deve fare proposte, sfornare dati, denunciare quello che non va. Questo abbiamo fatto come PeaceLink offrendo alla politica una marea di informazioni su quello che veniva ignorato. Abbiamo anche una nostra vision, una nostra progettualità in campo ecologico ed economico. Ma non vogliamo entrare nell’area della politica in senso stretto. Forniamo già la pappa pronta ai politici, che però i politici lasciano spesso nella ciotola, perché cercano i consensi, non i progetti. Il caso Di Maio per l’Ilva ne è la lampante conferma. Una politica che si nutre di slogan non cambia la società ma si sostituisce al vecchio potere con una verniciata superficiale di novità, proseguendo in forma nuova quello che si è sempre fatto, secondo la filosofia del Gattopardo. Tutto cambia perché nulla cambi».