“Buonismo”, la parola magica che delegittima l'avversario politico. E lo offende

“Buonismo”,  la parola magica che delegittima l'avversario politico. E lo offende
di Giovanni Maria Bellu

Il titolo dell'editoriale del quotidiano Libero oggi in edicola (a firma di Mario Giordano) è “Radiamo al suolo i campi rom, covi di delinquenti”. L'articolo prosegue nella pagine interne sotto un altro titolo che pare voler specificare e rafforzare il proposito: “Basta buonismo, buttiamo giù tutte le loro baraccopoli”. Lo scorso 20 aprile, dopo il colossale naufragio a largo delle coste libiche, un altro quotidiano, il Giornale, titolò così: “Settecento morti di buonismo. E' la più grande tragedia dell'immigrazione”. D'altra parte, il 4 ottobre del 2013, dopo la strage di Lampedusa, il Giornale aveva titolato in modo quasi identico (a parte il numero dei morti): “Tragedia dell'immigrazione. Trecento morti di buonismo”.

Se si va su un motore di ricerca come Google e si digita la parola “buonismo” si scopre che compare 427mila volte. E se la si associa alla parola “immigrazione”, i risultati sono ben 61mila. Il doppio di quanti se ne ottengono digitando la locuzione originaria, quella che fece entrare il “buonismo” nel linguaggio politico: “buonismo veltroniano”. A dimostrazione del fatto che questo sostantivo è diventato parte integrante dello scontro sugli immigrati, gli stranieri, i richiedenti asilo, i rifugiati, i rom. Tanto che suona un po' superata la definizione che ne dà la Treccani: “Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversarî, o nei riguardi di un avversario, spec. da parte di un uomo politico; è termine di recente introduzione ma di larga diffusione nel linguaggio giornalistico, per lo più con riferimento a determinati personaggi della vita politica”.

La novità è che i “buonisti” si sono stufati. Ed è in atto una sorta di rivolta linguistica contro l'utilizzo di questo termine che produce l'effetto di negare a priori la sensatezza delle argomentazioni dell'interlocutore. Ieri il sito dell'Associazione Carta di Roma ha pubblicato un lungo articolo di Federico Faloppa, docente di Storia della lingua italiana e Sociolinguistica all'università di Reading, in Gran Bretagna, che dà voce al malessere di quanti vengono xhiamati “buonisti” o vengono tacciati di “buonismo”: “Non è soltanto l’abuso, l’iterazione, il mantra che sconcerta. È anche, e soprattutto, la funzione discorsiva e retorica che si fa di questi termini. La loro funzione apodittica, conclusiva. Ve la ricordate la «Bomba fine di mondo» del Dottor Stranamore di Kubrick? Quella della distruzione totale, quella dell’armageddon? Ecco, chi usa buonismo e buonista cerca di far detonare la sua retorica “bomba fine di mondo”: quella dopo la quale nessun discorso è possibile, nessuna opinione discutibile, nessuna difesa allestibile da chi ne viene colpito. Una volta accusati di buonismo, non ci resta che incassare, starcene zitti e girare (metaforicamente) i tacchi. Siamo comunque dalla parte del torto, secondo i nostri detrattori”.

In realtà, come ricorda Faloppa, il malessere degli accusati di “buonismo” è di lunga data. Si manifestò per la prima volta a metà degli anni Novanta, quando la parola era entrata nel linguaggio politico (con riferimento alla strategia politica di Walter Veltroni) da appena due anni. A innescare quell'ormai lontana polemica fu una delle sue prime associazioni al tema dell'immigrazione. Sul Corriere della Sera del 18 settembre del 1995 Ernesto Galli Della Loggia stigmatizzò infatti il “buonismo” della sinistra che, a suo dire, voleva fondare le politiche dell'immigrazione “sulla solidarietà”. Gli rispose a stretto giro di posta Luigi Manconi il quale sottolineò che la solidarietà è un sentimento privato, che attiene alle scelte individuali. E che nella politica, cioè nella sfera pubblica, vanno utilizzati altri criteri. Criteri razionali. In definitiva dire “buonista”, sostenne, significa attribuire arbitrariamente un punto di vista irrazionale all'interlocutore. Manconi aggiunse che, tra l'altro, emotivo e irrazionale è il tipico linguaggio della destra.

Nel 1998, ricorda Faloppa, il termine fece il salto che lo portò, lo stesso anno, nella Treccani. Il merito fu di Maurizio Costanzo che dedicò una puntata del suo celebre show alla domanda “Gli italiani sono buoni o buonisti?”. Due anni dopo, quando ormai il “buonismo” dilagava nel dibattito, intervenne, con un commento su La Stampa, Lietta Tornabuoni. Il titolo dell'articolo - “Buonista sarà lei!” - anticipava i termini della rivolta in atto. I “buonisti” stufi hanno, infatti, in mente di reagire come si reagisce a una qualunque offesa. Rispondendo per le rime: “Buonista a me? E lei è un cretino”:

Scriveva la Tornabuoni: “Ecco fatto: la parola ‘buonista’ è diventata un insulto (…) . Adesso, nel linguaggio della gente esasperata, reazionaria o divenuta tale per paura e sfiducia, buonista condensa una miriade di idee e comportamenti non conservatori, non violenti: è buonista chi vuol veder rispettati i diritti di ciascuno, incluse le donne; chi non ributterebbe a mare quelli che cercano di emigrare in Italia, non li ammazzerebbe tutti indiscriminatamente non li ricaccerebbe a morir di fame al loro Paese; chi ritiene che la società abbia dei doveri verso i cittadini svantaggiati..”. La lista degli esempi andava avanti a lungo, quindi la Tornabuoni concludeva: “Nei fatti il disprezzo del buonismo maschera le solite, eterne idee e idiosincrasie della vecchia destra, stavolta sostenute pure da parecchi intellettuali desiderosi di mostrarsi controcorrente, liberi e birichini”.

E siamo a oggi. Secondo Faloppa è venuto il momento di dire basta. Non, come ha suggerito qualcuno, chiamando “cattivisti” quanti tacciano il prossimo di “buonismo”. Si tratta invece di “de-costruire un linguaggio viziato per svelarne le fallacie, le fragilità, l’inconsistenza. E finalmente uscire dall’angolo e riprendere il centro del ring. Non per depurare il linguaggio (ecco l’accusa gemella, altrettanto vacua e irrisoria, sempre in bocca agli anti-buonisti: i buonisti sono politicamente corretti…), ma per rendere adulto il dibattito”. “Lungi dall’essere i nuovi tiranni della orwelliana neo-lingua – conclude Faloppa - buonismi e buonisti sono piuttosto bersaglio indiscriminato degli strali di un pensiero protervo e diffuso: che non ha bisogno di confrontarsi ma, piuttosto, di ridicolizzare e zittire l’altro. Perché, appunto, sganciando la “bomba fine di mondo” pensa – e spera – di mettere al tappeto l’avversario: di oscurarne le proposte, insultandolo”.