[L’analisi] Botte, abusi e omertà. Se carabinieri e polizia diventano un clan

Il G8 e il caso Cucchi sono due facce della stessa medaglia che chiamano i vertici delle forze di polizia a interrogarsi senza reticenze sulla democratizzazione degli apparati. Perché il silenzio omertoso racconta che di fronte al rispetto della legge e della verità subentrano altri meccanismi, complici della illegalità. E non è giusto

[L’analisi] Botte, abusi e omertà. Se carabinieri e polizia diventano un clan

E adesso le omissioni, le complicità, le responsabilità di superiori, gerarchie nel voler mettere un tappo sulla vicenda Cucchi. Altri indagati, dunque, dalla Procura di Roma. Che procede con cautela è vero, ma anche con molta determinazione. False annotazioni, modifiche di relazioni e note, false dichiarazioni. Insomma l’indagine va avanti e speriamo che chiarisca tutti i risvolti ancora oscuri di questa terribile storia.

Ci rassicura la presa di posizione del Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, il generale Giovanni Nistri, che intervistato da Radio Capital ha detto: «È ora che siano accertate tutte le cause e le dinamiche di quanto successe quella sera».

Non possiamo non ringraziare la famiglia Cucchi per il coraggio e la determinazione nella ricerca della verità. Naturalmente anche la Procura di Roma e la stessa Arma dei carabinieri meritano un plauso per la loro volontà di arrivare fino in fondo per accertare la verità di quella terribile notte di nove anni fa.

Al di là della cronaca e delle responsabilità (penali) individuali, la morte di Stefano Cucchi ci chiama a riflettere su quanto sia stata e sia tutta complessa la stessa vicenda. Sin dall’inizio mi ha colpito un parallelismo tra la vicenda Cucchi e il G8 di Genova. Avremo modo di chiarire e approfondire questo parallelismo sebbene le due storie siano diverse.

Vicenda Cucchi. Indagini complesse per l‘omertà che l’ha sempre contraddistinta. Soggetti coinvolti: carabinieri, agenti della Penitenziaria, infermieri e medici del Pertini. La sensazione è che da parte di tutti sia scattata una omertà collettiva, prevalendo una logica di clan di appartenenza che ha nella sua costituzione materiale la difesa a prescindere di clan diversi ma anche loro della famiglia dello Stato.

C’è stato anche, a un certo punto, un gioco a scaricabarile, ma la sostanza è stata l’autodifesa  degli apparati dello Stato. Penso al massacro della Diaz, a Genova, durante il G8 del luglio del 2001 e non posso non pensare allo stesso meccanismo di autodifesa dei diversi “clan” della polizia di stato.

Premetto subito che va detto che nessun colpevole dei pestaggi dei 98 ragazzi della Diaz è stato condannato. E ritengo invece che i vertici della polizia condannati siano stati i capri espiatori di un bisogno di punire i responsabili politici del massacro, ciò i vertici della polizia, non potendo incriminare il vero obiettivo, l’allora capo della polizia Gisnni De Gennaro.

Fatta questa premessa, a Genova l’omertà di appartenenza nei vari organismi di polizia ha impedito di accertare la verità sui fatti accaduti. Alla Diaz c’era l’Antiterrorismo, le squadre mobili, la Digos, la polizia di prevenzione, i reparti mobili. A monte fu sbagliato decidere di procedere alla perquisizione della scuola non selezionando solo un organismo che vi avrebbe dovuto partecipare. Ovvero, nel timore che i black bloc fossero davvero riparati nella scuola sarebbero dovuti intervenire solo poliziotti di un solo organismo.

Dunque l’omertà ha impedito per nove anni che si arrivasse alla verità sulla morte di Stefano Cucchi. È gravissimo perché i cittadini si aspettano comportamenti esemplari da parte delle forze di polizia e rigore nell’accertamento della verità.

Penso che Genova e Cucchi siano due facce della stessa medaglia che chiamano i vertici delle forze di polizia a interrogarsi senza reticenze sulla democratizzazione degli apparati. Sì, democratizzazione perché il silenzio omertoso racconta che di fronte al rispetto della legge e della verità subentrano altri meccanismi, complici della illegalità. E non è giusto.