Appello di "Terre libere" agli ipermercati: "Non vendete i prodotti raccolti dai nuovi schiavi"

Appello di 'Terre libere' agli ipermercati: 'Non vendete i prodotti raccolti dai nuovi schiavi'
di Giovanni Maria Bellu

I marchi sono famosissimi, ben noti a tutti i consumatori. Si chiamano Auchan Rinascente, Bennet, Billa, Carrefour, Conad, Coop, Crai, Despar, Esselunga, Finiper, Pam, Il Gigante, Lidl, Metro, Selex, Sigma, Sisa. Sono le maggiori catene di ipermercati presenti nel territorio italiano. A chiamarle in causa è l'associazione “Terre Libere”, impegnata ormai da quindici anni nella lotta alla sfruttamento del bracciantato agricolo, che ha lanciato un appello pubblico perché i grandi distributori garantiscano di non mettere in vendita prodotti raccolti dai “nuovi schiavi”. E, a garanzia di ciò, chiede che ogni prodotto sia presentato con un'etichetta che indichi l'intera filiera.

La petizione, spiega Antonello Mangano, uno dei promotori, in pochi giorni ha raccolto più di 1500 adesioni, a dimostrazione del fatto che il problema è sentito. Ma si tratta di una battaglia davvero difficile. Proprio ieri sui principali quotidiani italiani sono apparse intere pagine pubblicitarie di una delle aziende chiamate in causa, la Conad, che spiegava ai consumatori di aver deciso di continuare ad apporre nei prodotti dei suoi punti vendita l'etichetta che certifica il luogo di produzione e il nome dell'azienda produttrice. Infatti, come spiega la stessa Conad, la nuova legislazione europea entrata in vigore il 13 dicembre del 2014 col regolamento 1169/2011 “rende non più obbligatorio per i 'prodotti a marchio' della grande distribuzione inserire queste indicazioni. In pratica, la petizione di “Terre Libere” chiede alle aziende di fornire ai consumatori elementi ancora più precisi di conoscenza della filiera, mentre la legislazione europea consente di eliminare anche le indicazioni che già c'erano. Tuttavia la decisione della Conad dimostra che le singole aziende possono regolarsi diversamente, e questo fa sperare che altre seguano l'esempio e, magari, si vada anche oltre.

Non si tratta solo di una battaglia etica. Le condizioni disumane del lavoro nelle campagne italiane sono state al centro di inchieste televisive e servizi giornalistici che hanno scosso l'opinione pubblica di molti paesi europei. Nell'ottobre del 2013 Stefano Mantegazza, segretario nazionale della Uila (Unione dei lavoratori agroalimentari) fece sapere di essere stato contattato dall'omologo sindacato norvegese perché in Norvegia le associazioni dei consumatori – dopo aver appreso da giornali e siti internet quel che accadeva nelle campagne italiane nella stagione della raccolta dei pomodori – avevano cominciato a boicottare i pelati in scatola, dei quali erano forti consumatori. Anche in quell'occasione si parlò della realizzazione di un marchio che certificasse il rispetto dei lavoratori e delle leggi. Un'altra inchiesta giornalistica è stata trasmessa da France 2 e, in Germania, il tema è stato ampiamente trattato dall'autorevole Der Spiegel. La campagna di “Terre Libere”, in definitiva, tenta di convincere la grande distribuzione che la trasparenza non è solo un “bel gesto”, ma produce un grande beneficio all'immagine aziendale e dunque al profitto.

Il problema non riguarda solo il Sud Italia - Comunemente si ritiene che la questione dello sfruttamento del bracciantato agricolo sia un problema del Sud Italia. In realtà il problema è molto più esteso. E tocca anche la regioni del Nord. “A Canelli, provincia di Asti – si legge nella petizione - un accampamento improvvisato di lavoratori dell’Est impegnati nella vendemmia funziona da esercito di riserva. Abbassa il costo del lavoro e produce la baraccopoliche di solito si crea al Sud. Le raccolte agricole sono caratterizzate da emergenze umanitarie, tensioni, condizioni abitative degradanti. Dal pomodoro in Puglia alle arance di Rosarno si pensa che il problema sia un’economia arcaica e marginale. Invece sono coinvolti anche i vini piemontesi, uno dei simboli di maggior prestigio del made in Italy. Ciò che è accaduto nell’astigiano è un punto di non ritorno, che si somma alle esperienze di Castelnuovo Scrivia e Saluzzo. Anche l’agroalimentare del Piemonte produce situazioni di precarietà e sfruttamento soprattutto nei periodi di raccolta”.

Non c'è solo il famigerato “caporalato”. “Terre Libere” sottolinea che vengono messa in atto varie forme di “mascheramento”, come cooperative fittizie, che hanno un'apparenza di legalità: “Le differenze sembrano abissali (il primo è reato penale, il secondo perfettamente legale), ma il risultato che producono è identico: i salari già bassi sono decurtati e i braccianti stranieri non possono permettersi un'abitazione in affitto. Vivono in tuguri orrendi come fossero profughi di una guerra africana. Così l'accoglienza degli stagionali diventa un 'costo sociale' caricato sul welfare e una questione di ordine pubblico. Non è – come dovrebbe essere e come è sempre stato – una voce del bilancio aziendale. È sempre più esteso il lavoro paraschiavistico che si diffonde come un virus contagiando settori e territori che si ritenevano immuni. L'immagine dell'agroalimentare italiano è già ampiamente deteriorata e non c`è tempo da perdere”.

Qua il testo integrale dell'appello e il modulo per sottoscriverlo.

http://www.terrelibere.org/4704-virus-lavoro-schiavile/