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[Il commento] Le lacrime di Ammar, il coraggio del nonno di Livorno, il sacrificio dei genitori a Pozzuoli: la vita e la morte sono uno starnuto

Come per uno scherzo beffardo, proprio loro, che hanno attraversato guerre, fame e carestie, sono sopravvissuti. Mentre a Livorno o a Pozzuoli, nella pace di città tranquilli, di quartieri benestanti, di vacanze allegre, ha fatto capitolo la morte, si è affacciata la tragedia

Antonio Mennadi Antonio Menna   
Cipro, emigrato dalla Siria riabbraccia i figli scappati dalla guerra
Cipro, emigrato dalla Siria riabbraccia i figli scappati dalla guerra

Il cristo sulla croce, il figlio di Dio. La mamma in ginocchio, la Madonna. L’invocazione del padre, il Dio padre. O la Madonna con il bambinello in braccio, chiamata da Michelangelo, Pietà. E la fuga del presepio, una mamma, un neonato, il padre che guida la carovana e poi in una caverna gelida a prendere calore l’uno dall’altro. Tutta la simbologia del dolore e della gioia, dell'unione e della comunità, porta a questo magico impasto di umanità. Una mamma. Un padre. Un figlio. E nella rete allargata, la maglia dell’amore tesse il filo dei secoli, unisce le persone. I nonni, gli zii, il sangue. Piange la mamma se percuotono il figlio. Si piaga la pelle del padre, se tagliano quella del figlio. Non è convenzione, è il ferro che, dal primo respiro, unisce in un campo magnetico, dentro il cerchio di una invisibile tensione, inesauribile, gli uomini e le donne, i grandi e i piccoli, perfino i vivi e i morti, che si cercano per salvarsi o ritrovarsi. La chiamiamo famiglia per darle un nome. Ma potremmo trovarne altri. Forse è solo un modo per dirci cosa siamo E come, sul fondo di tutte le diversità, siamo uguali. Precisi, simmetrici: la stessa cosa.

Tre foto

Viene da pensarlo mettendo in fila tre istantanee. Una scattata a Livorno, dove un nonno si infila in un budello di fango, lo ingoia tutto, ci muore ma salva il nipote. Una a Pozzuoli, nella terra ardente del mito greco, dove un papà e una mamma saltano nelle sabbie mobili e bollenti della Solfatara per salvare il figlio, e lo abbracciano però verso la morte. Un’altra, a Cipro, dove un uomo, emigrato dalla Siria un anno fa, riabbraccia in queste ore, attraverso le maglie di una grata, i suoi figli, scappati dalla guerra, arrivati vivi dopo un lungo cammino e infine chiusi in un campo di rifugiati. Sono tre immagini che raccontano una sola storia. La vita e la morte sono uno starnuto, un colpo di fortuna, un accidente. Ma la colla nel sangue, no. Quella attacca il figlio al padre, e ne fa una cosa sola, che si viva o si muoia.

Il nonno di Livorno

A Livorno lo ha capito Roberto Ramacciotti, 65 anni, residente in una palazzina a due piani nel quartiere liberty, in zona Ardenza. Durante il violento acquazzone di alcuni giorni fa, era in casa, dormiva al primo piano. Nelle  stanze del piano terra c’erano, invece, il figlio Simone, la nuora Glenda, i due nipoti di 4 e 3 anni. La furia del Rio maggiore, che esonda all’improvviso, li tira tutti dal letto. Le acque invadono la casa, sommergono il piano terra, fanno esplodere un muro, travolgono ogni cosa. Il nonno scende dal primo piano, vede il torrente sommergere le stanze di sotto. L’acqua sale al soffitto ma lui non ci pensa due volte. Si butta e cerca di portare tutti in salvo. La piccola Camilla viene afferrata e portata su ma per l’altro nipote non c’è nulla da fare. Intanto il fango è così alto che anche Roberto viene risucchiato, insieme al figlio e alla nuora, e scompare alla vista. Era in salvo, il nonno. Ma è stato richiamato lì sotto, per salvare la sua famiglia, il suo stesso sangue.

I genitori della Solfatara

A Pozzuoli, una scena analoga. Massimiliano Carrer, 45 anni, la moglie Tiziana Zampella, 42 anni, i due figli di 11 e 7 anni vanno a visitare la Solfatara, un luogo unico al mondo. Un tappeto di polvere e terra che palpita. Fumarole e fango bollente, gas e crateri. Un percorso che affascina e inquieta, non privo di pericoli tanto che ci sono intere zone recintate e interdette al passaggio. Ma i bambini sono curiosi, così uno dei due piccoli salta una recinzione e fa qualche passo in un’area vietata. Pare che sia finito in zona pericolosa di esalazioni di gas e che abbia perso i sensi. A quel punto, il papà si precipita a recuperarlo. Ma pare perda i sensi anche lui. Allora accorre la mamma. E qui si apre una frana, che inghiotte tutti e tre. La terra li mangia e li restituisce morti, per il gas e il fango bollente. Tre vite che diventano una sola morte.Hanno provato a salvarsi, sono volati via insieme. Il sangue li ha uniti in vita, li ha abbracciati in morte.

Il padre siriano

Il richiamo del sangue, invece, non è diventano nero di morte ma pieno di luce a Cipro, sulle coordinate di Ammar Hammasho. Anche lui padre, anche lui disperatamente alla ricerca di salvezza per sé e per i suoi figli, che ritrova nel campo rifugiati di Kokkinotrimithia, nei dintorni di Nicosia. Lui era scappato dalla guerra un anno fa, con un lungo cammino della pietà e poi una barca. Nei giorni scorsi, lo stesso percorso lo hanno fatto i figli. Traversata a piedi nelle terre della guerra, poi in mare su un barcone con 300 altri siriani. Infine, il campo dei rifugiati. Una fitta grata, sbarre, filo di ferro. Ma lì in mezzo, Ammar riconosce i suoi figli. Ce l’hanno fatta. Non li ha salvati lui ma forse li ha trascinati così, con le forza di quelle dita che si intrecciano nella recinzione, di quei baci disperati e folli che si rincorrono sui fii di ferro. Si sono ritrovati e cammineranno ancora. Come per uno scherzo beffardo, proprio loro, che hanno attraversato guerre, fame e carestie, sono sopravvissuti. Mentre a Livorno o a Pozzuoli, nella pace di città tranquilli, di quartieri benestanti, di vacanze allegre, ha fatto capitolo la morte, si è affacciata la tragedia. Ma i bambini siriani vivranno anche per chi non ce l’ha fatta, volti di una stessa foto, a testimoniare che alla fine di tutto siamo uguali, nel cuore e nel sangue. Siamo tutti padri. Siamo tutti figli.

Antonio Mennadi Antonio Menna   
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