[Il commento] Trentaquattro morti in un mese, un mare di ricorsi e condoni: il maltempo uccide quanto gli abusi

Le cifre sono da bollettino di una guerra al maltempo che stiamo perdendo. Mentre il clima cambia rapido e si pretende di poter costruire e piantare senza criterio

La casa alluvionata a Casteldaccia, gli abeti nell'invaso a Belluno, la strada crollata a Capoterra
La casa alluvionata a Casteldaccia, gli abeti nell'invaso a Belluno, la strada crollata a Capoterra
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

I nove morti in un colpo solo, travolti da acqua e fango nella villetta di Casteldaccia, sono solo l'ultimo aggiornamento di un bollettino di guerra al maltempo che stiamo perdendo. In tutta l'Italia. Il clima del nostro Paese va tropicalizzandosi, come si ripete da anni ma di vede con violenta evidenza solo negli ultimi mesi. E questo cambiamento avviene in costante accelerazione. Mentre sono lente le istituzioni, la politica, le persone, a capire che non si può più fare quel che si è fatto finora. Costruire dove rischioso, buttar cemento e mattoni dove vietato, tombare fiumi, eseguire lavori di messa in sicurezza al risparmio, a forza di subappalti, e ancora: non avere la minima idea di come progettare il territorio, perfino nelle operazioni di rimboschimento. Perché non tutti gli alberi, per quanto belli, come gli abeti rossi spazzati via come stuzzicadenti in Veneto, sono adatti a un certo territorio. E bisogna sapere che le piante giuste, messe una a fianco all'altra, si proteggono a vicenda. Ma che se quella combinazione non viene progettata, allora saranno ancora più in balia dei capricci e della violenza del meteo. Ma ripartiamo dal mese dei morti.

Da Capoterra alla Sicilia passando per Belluno

E' impressionante la conta dei morti a causa degli effetti del maltempo, della tendenza tutta italiana a ripetersi "io lo faccio, tanto non succederà niente di male proprio a me" e del sistema politico connivente con questa mentalità. Si comincia il 5 ottobre con i 3 morti a Lamezia Terme, poi l'11 ottobre in Sardegna, dove 2 persone vengono stroncate da vento, piene e acqua mentre crolla la strada principale che collega Capoterra a Cagliari. La morte si diffonde in tutto il Paese alla successiva ondata di maltempo. Il 29 ottobre è strage: 9 vittime. Così localizzate: una a San Martino Badia (Bolzano), 2 nel Bellunese, 2 a Terracina, 2 a Castrocielo nel Frusinate, una ad Albissola (Savona) e una a Napoli. Il 30 ottobre muore una persona a Cattolica (Rn). Il 1 novembre altri due morti in provincia di Bolzano, uno a Nozza (Bs), una turista muore centrata da un fulmine a Carloforte (Carbonia-Iglesias), un'altra vittima a Lillianes, in Val d'Aosta. Ed eccoci alle ultime ore, con il fronte peggiore del maltempo che si sposta sulla Sicilia, e arrivano subito altri dodici morti (10 nel Palermitano, 2 ad Agrigento). Dove non colpisce la natura, spesso lasciata senza manutenzione, vecchia, infragilita, le vite vengono stroncate da abusi edilizi o comportamenti poco prudenti, come quello di chi va a fare kitesurf con la tempesta in arrivo o chi si avventura nel trekking con attività elettrica già allarmante in cielo. Poi c'è la guerra delle carte legali, che rende più lento e pesante l'intervento dello Stato. Mentre l'Italia invecchiata e maltrattata continua a crollare

Demolite, anzi no, anzi ci pensa il torrente

La vicenda della villetta abusiva costruita sotto il monte e a pochi metri dal torrente Milicia è ormai su tutti i titoli di giornali e tg, con l'unico superstite aggrappato a un albero a vedere nove vite di persone care annegate da acqua e fango in pochi minuti. L'ennesimo caso di guerra a colpi di carte bollate e legali perché non si faccia quel che andrebbe fatto con urgenza: levare di mezzo quella casa pericolosa. Ma ecco il ricorso al Tar dei proprietari, e passano gli anni, e poco importa che quel ricorso sia poi scaduto. La casa resta lì fino a quando la trasformazione meteo che interessa tutta l'Italia trasforma il piccolo Milicia in un fiume in piena, che uccide. Villetta edificata in zona R4, confermano i primi esiti dell'inchiesta: vuol dire zona ad alto rischio idrogeologico. Ma già a fine anni Novanta, i ricorsi  e le richieste di sanatorie contro ordini di abbattimento di case abusive sfiorarono i duemila per il solo comune di Casteldaccia. Che tanto i tempi della giustizia italiana sono lenti e si va in prescrizione.

Abbiamo sempre fatto così: ma ora siamo al limite

E' andata diversamente. E già quasi vent'anni fa una relazione tecnica presentata alla Regione Sicilia parlava di "situazione del Milicia che può risultare pericolosa" in caso di forti precipitazioni. Ma il Comune non ha abbastanza vigili da mandare a controllare la situazione. Fino a quando si arriva lì con ambulanze e carro funebre. E se non sono morti umani, è il territorio a morire nella mancanza di cultura della sua conservazione. Come fece notare anni fa lo scrittore Mario Rigoni Stern, ripreso in un suo articolo dal giornalista Gian Antonio Stella: le centinaia di abeti rossi abbattuti dalla tempesta e gettati come stuzzicadenti a galleggiare nell'invaso del Bellunese, furono impiantati subito dopo la fine della Grande guerra per ridare vita a quei versanti montani sventrati dal fuoco e dalle bombe. Ma l'abete rosso è bello e fragile, e metterli tutti assieme per ettari, significa condannarli a morte precoce. Le piante si difendono a vicenda, e bisogna creare le combinazioni giuste per ridurre parassiti e malattie. Come fanno da decine d'anni gli scandinavi, che hanno progettato scientificamente quali specie piantare nel loro territorio. Eliminando tutto quello che, pur bello a vedersi, non serve ed è pericoloso.