[Luglio 2001: i giorni del G8] Vent’anni fa a Genova “la più grave sospensione della democrazia”. Ma i No Global avevano ragione

Centinaia di cronisti da tutto il mondo si trovarono nel capoluogo ligure per seguire il G8 più atteso e controverso di sempre. I fotogrammi di quei giorni. Finì in una carneficina, “una macelleria messicana”.

Il momento forse più drammatico del Gb di Genova insieme al massacro nella scuola Diaz: la morte di Carlo Giuliani
Il momento forse più drammatico del Gb di Genova insieme al massacro nella scuola Diaz: la morte di Carlo Giuliani

Vent’anni fa, oggi, arrivavamo a Genova. Una notte di clangori metallici e poi la mattina svegliarsi in una città dove camminavi in percorsi obbligati tra container alti due metri e larghi tre. L’avevi visto nei film. Ce l’avevi sotto gli occhi: “Tutto questo in una notte” commentavano sbigottiti i cronisti. Era la mattina del 19 luglio 2001. Quelle reti alte quattro metri che circondavano il centro storico della città e le piccole porte dove potevi entrare col lasciapassare. Agenti in divisa - carabinieri, polizia, guardia di finanza, anche la penitenziaria, erano 20 mila in servizio a Genova in quei giorni - vestiti come robocop, schierati nei modi militari in tenuta antissommossa. Blindati e cassonetti incendiati e interi reparti delle forze dell’ordine persi nelle strade di Genova, a girare su se stessi a ordinare cariche contro qualunque gruppo di persone gli arrivasse davanti. Venerdì 20 luglio, ore 17 e 47, piazza Alimonda, un ragazzo in terra, sull’asfalto, magro magro, la testa posata sul lato, una gamba piegata, braccia allargate, una canottiera bianca, sembra Cristo, “respira? Aspetta c’è il medico… no, non respira più”. Si chiamava Carlo Giuliani, lo avremmo saputo solo alle 23 della sera. La distruzione e la devastazione.

Di qualunque cosa, dalle macchine alle vetrine, persino le biciclette, non parliamo delle banche. E poi quella telefonata la sera di sabato 21 luglio, tra le 19 e le 20, “fonte qualificata del ministero dell’Interno”: “Stasera ci sarà un’importante operazione alla scuola Diaz, sapete… ci sono un bel po’ di black bloc in giro per la città”. I sacchi di plastica, quelli per i cadaveri, pieni di cose e non di persone ma lì per lì non lo sapevi e ciascuno ti levava il fiato. Le persone sulla barelle, piene di sangue. Gli elicotteri sulla testa. Le urla. E poi su, per le scale, il cuore in gola, primo o secondo piano, difficile ricordare, nel naso l’odore dei lacrimogeni ma anche di altro, forse sangue. Fino a quel cartello, scritto con un pennarello nero, “Don’t clean up that blood”, appiccicato con lo scotch, sopra, per l’appunto, una grossa macchia di sangue scuro sulla parete. Qualcuno dice che la frase proseguiva: “…anche quando sarà sparito, perchè lo laveranno un giorno, ricordate com’era”. All’epoca i telefonini non facevano ancora le foto. La mattina dopo in questura c’era un tavolo pieno di “oggetti che dimostravano la necessità del blitz alla scuola Diaz” in quanto “covo di black block”: un paio di martelli, qualche spranga di ferro (che però poteva essere residuo di un cantiere), bandiere, striscioni neri, persino assorbenti interni, fino alla prova regina: due bottiglie di vino rosso “armate” da molotov. Anni e anni di processi, ammissioni come “quella sera là dentro (alla Diaz, ndr) ci fu la macelleria messicana”; denunce che ancora tieni nella testa nel file delle cose che non scorderai più: “Mi urlavano cagna”; “mi fecero stare in piedi ore, gambe divaricate, mani sulla parete a umiliarmi con la pipi addosso, botte, manganelli di gomma, minacce”, “ci costrinsero a cantare faccetta nera.…”. Questa era la routine per chi arrivava alla caserma Bolzaneto.

Ricordi e fermo immagine

Sono tanti i fermo immagine di quei quattro giorni a Genova. 19-22 luglio 2001, i grandi della terra si riuniscono per decidere le sorti di ognuno di noi ma da mesi sapevamo che quella non sarebbe stata la solita kermesse. Il G8 a Genova è una di quella date della nostra vita e tra un po’ anche della storia nazionale destinate a non beneficiare dell’oblio perché quei giorni e quei fatti sono stati lo spartiacque di qualcosa, segnano un prima e un dopo. Come le bombe di mafia del biennio 92-93, le bombe di piazza Fontana (1969) e della stazione di Bologna (agosto 1980). Fatti con cui continueremo a fare i conti perché i conti continuano a restare in sospeso. Mancano ancora pezzi di verità, vent’anni dopo e probabilmente per sempre. La rete, il digitale, la raccolta delle testimonianze e dei video, ore e ore di processi, riprese, film, documentari, saggi: tutto questo è benzina per tenere viva la memoria e continuare a fare domande su quello che è stato “il primo movimento di massa nella storia”, i No Global in tutte le sue declinazioni e sigle nazionali, che “non stava chiedendo nulla per se stesso ma per il genere umano tutto” (requisitoria pm Zucca, processo irruzione Scuola Diaz) . E su quella che è stata “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale”. Questa volta il verdetto è di Amnesty International.

La perdita dell’innocenza

Tutti - manifestanti, forze dell’ordine, giornalisti, politici - da qualunque parte stessimo giocando la nostra parte nella vita in quelle settimane e giorni abbiamo perso l’innocenza. Quella che alza i confini tra lecito e illecito, possibile e impossibile. Tutti, tranne i black bloc: erano lì solo per distruggere e devastare e hanno vinto. In barba al più “evoluto e sofisticato sistema di sicurezza e ordine pubblico realizzato in tempi moderni”. Così scrivevamo presentando i servizi sul G8 di Genova. Che, conviene dirlo subito, non è mai stato un summit di geopolitica. Ma sempre e soprattutto una faccenda di ordine pubblico. In effetti, dentro la zona rossa, la prima che vedemmo in Italia, filò tutto liscio e neppure una mosca era fuori posto. Un set perfetto da cui, su richiesta dell’allora premier Silvio Berlusconi, erano stati rimossi anche i panni stessi ai fili delle finestre e dei balconi. Fuori dalla zona rossa, l’inferno.

E allora, vent’anni dopo, nel continuare a cercare la verità e tenere alta la memoria su quei giorni, conviene partire proprio da qua. E concentrarsi sul fatto che il G8 di Genova ha un “prima” necessario per capire cosa è accaduto dopo.

Prima di Genova

E’ dal 1999, dalla città di Seattle, che nel mondo si organizza un nuovo movimento anti-globalizzazione che si fa chiamare No Global. Organizzazioni non governative, associazioni, sindacati, movimenti giovanili e ambientalisti, singoli individui accomunati dalla critica all'attuale sistema economico neoliberista. Il mezzo di collegamento è il web, il collante la protesta contro la globalizzazione dei mercati e delle regole e delle prassi economiche, spesso incuranti dei danni ambientali e delle peculiarità e differenze di ogni singolo paese. I “no global” contestano anche la progressiva trasformazione della sanità, della scuola e della cultura in oggetti di commercio. Da quel dicembre 1999, il “Popolo di Seattle” contesta “i grandi del mondo” con imponenti manifestazioni spesso sfociate in violenti scontri. Nel 2000 i no global si ritrovano a Washington, a Praga, a Monreal, a Nizza, ovunque fosse in programma un vertice internazionale. Il 2001 inizia a Davos, a Napoli a marzo, in Quebec aprile, a Göteborg in giugno. Le manifestazioni degenerano ogni volta di più. Ogni volta scontri, incidenti, arresti, nelle cronache si parla solo di questo. In previsione del G8 di Genova, il ministero dell’Interno invia propri funzionari a fare esperienza nei vari vertici. Anche a Genova, si spiega, sarà importante agire insieme alle altre polizie dei paesi coinvolti per scambio di informazioni su chi arriva e messa a punto dei sistemi di prevenzione.

L’anteprima di Napoli

Ora il punto è che già a marzo a Napoli succede una piccola Genova: i numeri sono più piccoli ma i metodi analoghi. A Napoli c’è la caserma Raniero, con detenzioni illegittime e torture, anteprima di quello che sarà poi Bolzaneto. A Napoli i manifestanti vennero prelevati nel Pronto soccorso degli ospedali e portati in caserma. Cariche, devastazioni, incidenti. Napoli una piccola Genova quattro mesi prima di cui però si parla poco e senza visione. Al vertice del Dipartimento della Pubblica sicurezza c’è sempre il perfetto Gianni De Gennaro e la sua catena di fedelissimi. Cambia però radicalmente la scena politica: a marzo c’è ancora il governo Amato con una maggioranza di centrosinistra; l’11 giugno si insedia il secondo governo Berlusconi a capo di una maggioranza di centrodestra con una schiera di ministri, da Gianfranco Fini agli Esteri a Claudio Scajola all’Interno, vogliosi di mostrare il cambio di passo. Una “voglia” che gli apparati di sicurezza hanno ritenuto di interpretare con massimo zelo. Era a Genova, in visita a Bolzaneto, la caserma degli orrori, l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli da cui dipendono le strutture carcerarie e il personale della penitenziaria. Era nella sala operativa del comando provinciale dell’Arma il vicepremier Gianfranco Fini. Così come Scajola era presente nella super centrale operativa della questura dove sedevano i responsabili della sicurezza dei vari paesi europei e di quelli presenti al G8. Il mutato quadro politico è un punto da tenere presente nel fare i conti con il G8 di Genova. Così come il fatto che ministro dell’Interno e quindi referente politico della macchina della sicurezza Claudio Scajola è una figura controversa in Liguria e per la toghe posizionate più a sinistra. Non c’è dubbio che la procura di Genova reagisce in modo assai diverso - immediato, drastico e senza sconti - rispetto a quella di Napoli. Certo, i disordini di Genova sono cento volte più gravi rispetto a quelli di marzo con l’aggravante che Napoli doveva essere un precedente da non ripetere. Invece è stato replicato e amplificato.

La peggiore scelta logistica

A chi seguiva il movimento no global e lo aveva visto all’opera nelle grandi città fu chiaro da ben prima di luglio 2001 che Genova era “la peggiore scelta logistica di sempre” per il reticolo di stradine e carruggi che non avrebbero consentito alcun spazio di manovra nella dialettica che ogni paese democratico deve garantire tra manifestanti e responsabili dell’ordine pubblico. Dopo Napoli ci fu chi al Viminale provò a porre la questione. Invano: cedere ai movimenti antagonisti? Mai. La scelta di Genova risaliva al 1997-1998, governo D’Alema, che intese cosi, assegnando il G8, completare una serie di opere pubbliche che non erano state completate ai tempi delle Colombiadi. Pioggia di soldi pubblici su Genova. Impossibile opporsi. Anche perchè Seattle e Napoli erano di là da venire. Mai scelta si è rivelata più sciagurata.

Dunque s’arriva ai giorni del G8 con una lista già molto lunga di errori. O coincidenze sbagliate. Come quelle bombe chiodate che esplodono tra il martedì e il mercoledì nascoste nel cestino di una bicicletta in centro a Genova (era una trappola). O come il pacco riempito di esplosivo consegnato in una caserma dell’Arma (ferito il maresciallo che pare il pacco). Tutto questo è accompagnato, nei mesi precedenti, da un allarme crescente propalato dalle agenzie di intelligence di tutto il mondo. Nelle redazioni dei giornali arrivano veline di ogni genere rimbalzate attraverso canali più o meno ufficiali: sarebbero stati in preparazione “palloncini di sangue infetto”; attacchi dal cielo; azioni di vera e propria guerriglia urbana con l’obiettivo di “sequestrare gli agenti in servizio”. “Negli scontri ci sarebbe scappato il morto” titolò La Repubblica. Si provò, poi, a giustificare questa escalation di allarmi con l’attentato dell’11 settembre a New York. Ma nessuno parlava, tra maggio e giugno, delle Torri Gemelle. Tutti erano, invece, concentrati sul G8 di Genova.

Carlo Giuliani, come Cristo sulla croce

Il sabato precedente l’evento i paesi europei avevano deciso di chiudere le frontiere per limitare l’arrivo dei black bloc. Cinquantamila agenti, interi reparti mobili, arrivano a Genova da tutta Italia. Le stime parlano di “40 mila manifestanti” e qualche centinaio di black bloc. Mai stime furono più sbagliate. Sottovalutate: i manifestanti furono 300 mila; i black bloc circa un migliaio. E per un motivo o per l’altro, nessun dispositivo di sicurezza - tra i più “sofisticati”, come detto - fu in grado di rintracciarli e isolarli.

I giorni del G8 sono stati i più bui nella storia della Repubblica. Giovedì la manifestazione dei migranti (50 mila persone, tutto sommato andrò bene) dimostrò che i black bloc nonostante le frontiere chiuse erano presenti in città e liberi di scorrazzare. Venerdì erano previste in mattinata ben otto manifestazioni e di queste almeno quattro avevano come obiettivo lo sfondamento delle barriere che recintavano la zona rossa: i Cobas in piazza da Novi; il corteo delle Tute bianche che avevano il loro quartiere generale allo stadio Carlini; i gruppi di Globalize resistence che mossero da piazzale Kennedy; quelli di Attac (gli unici che riuscirono a superare le barriere metalliche). Quel giorno dalle 11 e 30 alle 18 a Genova, sole e 30 gradi, andò tutto storto. E già a mezzogiorno era stato perso il controllo della situazione: interi reparti, non pratici della toponomastica della città che avevano sbagliato strada, si erano incrociati con i cortei e avevano scatenano cariche e contro cariche. Un inferno di incendi, barricate, aggressioni, minipattuglie sguinzagliate in giro che si facevano largo tra manifestanti spaventati e inermi a colpi di manganello, fermi e arresti indiscriminati, lancio di gas lacrimogeni urticanti. Saltarono uno dopo l’altro gli accordi che la Digos avevano preso con i manifestanti per concedere gli spazi concordati ai manifestanti. Il 20 luglio a Genova fu combattuta una guerra che nessuno, in teoria, aveva dichiarato sotto gli occhi di una città chiusa in casa che guardava attonita e spaventata dalle finestre socchiuse. Il corpo di Carlo Giuliani steso a terra in piazza Alimonda, colpito da un proiettile sparato dal giovane carabiniere Mario Placanica e poi schiacciato due volte dalle ruote del Defender dell’Arma in fuga dai gruppi di manifestanti, sospese gli scontri. Tutti alle 17 e 47 di quel giorno si levarono i caschi e posero le armi, forze dell’ordine e manifestanti, tornarono uomini, donne, ragazzi e ragazze. Tutti sotto choc. Carlo Giuliani aveva 23 anni e poteva essere uno qualunque di loro.

La reazione

Quella sera in questura ci furono riunioni su riunioni. Questore e prefetto, da cui in teoria doveva dipendere la catena di comando di tutto il dispositivo di ordine pubblico, erano già stati nei fatti commissariati dal Viminale e dal capo della polizia Gianni de Gennaro che aveva un mese prima inviato a Genova due suoi fidatissimi funzionari: il vicecapo Ansoino Andreassi e il superpoliziotto capo della polizia criminale Arnaldo La Barbera. Fu chiaro ed evidente che era saltato tutto. E si poneva la questione, urgente, cosa fare per il giorno dopo, il sabato, quando era in calendario il maxicorteo. Troppo tardi, fu deciso, per cancellare ed annullare. Ormai i manifestanti erano in città. Anche quella manifestazione, duecentomila persone, finì nel sangue, nei pestaggi, nella devastazione. Fu l’ennesima Caporetto dell’ordine pubblico, con gli innocenti in ginocchio pestati dai manganelli e i blac block liberi di scorrazzare da un capo all’altro del corteo e di incendiare. Una Caporetto a cui i vertici della pubblica sicurezza decisero di dare una risposta, in cerca di riscatto, ordinando l’irruzione nella scuola Diaz la sera stessa. Era un sabato caldo. Ed eravamo tutti molto stanchi e disorientati. “Ci vediamo alla Diaz stasera - disse al telefono la voce del funzionario della questura - sappiamo che là si sono nascosti i bloc block e stiamo andando a prenderli”. Doveva essere la rivalsa delle forze dell’ordine dopo due giorni di sconfitte. La scuola, di fronte al media center del Genoa Social Forum (i reparti, sbagliando, entrarono anche là spaccando computer e macchine fotografiche in cerca dei famigerati “neri”) era invece il dormitorio di 93 manifestanti che quella sera erano troppo stanchi per prendere un treno e tornare a casa. L’irruzione iniziò intorno alle 22. A mezzanotte uscivano ancora barelle con gente ferita e dolorante. La “macelleria messicana” durò un paio d’ore. Quel sangue, come pregava il cartello, non è mai stato cancellato.

Gli anni dei processi

Il “dopo” del G8 di Genova è lungo vent’anni e lo stiamo ancora scrivendo. E oltre gli errori evidenti di quei mesi del 2001, prima e durante il G8, la magistratura ne ha evidenziato purtroppo uno più grande degli altri: la polizia non ha mai collaborato alle indagini; ha impedito nei fatti l’identificazione dei reparti che fecero irruzione e, la più grave di tutte, ha fabbricato prove false (le molotov) per giustificare la sanguinosa irruzione. Sono cinque i processi principali nati da quelle quattro giornate. La morte di Carlo Giuliani è stata rubricata come “uso legittimo delle armi e legittima difesa” di Mario Placanica; nessun risarcimento è stato riconosciuto alle 40 mila Tute Bianche in marcia in via Tolemaide, scontri poi generati nei fatti di razza Alimonda. Per l’irruzione alla Diaz sono stati condannati e interdetti dal servizio per falso (le lesioni sono state prescritte) 29 funzionari di polizia tra cui alcuni dei migliori investigatori antimafia e antiterrorismo. Lo Stato è stato condannato a risarcire 70 parti civili per un totale di due milioni e 800 mila euro comprese le spese legali. Per gli incidenti di piazza Manin sono stati risarciti i 60 manifestanti che hanno fatto querela (tutti arrestati e picchiati senza motivo) ma nessuno agente è stato condannato perchè non è stato possibile riconoscerli sotto le armature da robocop. Per la caserma delle torture a Bolzaneto sono stati condannati 44 tra ispettori, funzionari e medici di polizia e della penitenziaria e sono stati riconosciuti circa 4 milioni di risarcimenti civili alle 115 vittime di quelle torture. C’è stato anche il processo ai manifestanti: delle centinaia di blac block ne sono rimasti nelle rete 25 ma solo dieci sono stati riconosciuti responsabili e condannati a oltre cento anni.

Il reato che non c’era: la tortura

Al di là della fredda contabilità processuale, c’è l’amarezza di un’ulteriore umiliazione: è stata necessaria la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) a cui sono ricorsi 59 vittime di Bolzaneto per costringere il Parlamento ad introdurre nel nostro codice penale il reato di tortura e istigazione alla tortura. Correva l’anno 2017 e tutti i processi nati dal G8 erano ormai già stati chiusi in Cassazione senza poter utilizzare quel reato ancora non previsto nel nostro codice. La Cedu ha anche condannato lo stato Italiano ad ulteriori indennizzi per 48 vittime di quella mattanza in carcere. A ciascuno sono andati tra i 10 e le 85 mila euro. Altri 11 erano stati già indennizzati dallo Stato con 45 mila euro a testa. Alla fine è stato stimato che lo Stato italiano ha pagato tra i 10 e i 12 milioni di risarcimenti.

Vent’anni dopo dovrebbe essere facile dire chi ha vinto e chi ha perso. La verità è che abbiamo perso tutti. Ciascuno di noi. Abbiamo però anche imparato qualcosa: l’ordine pubblico è stato completamente rivisto e già pochi mesi dopo in quel 2001 i No Global poterono sfilare a migliaia a Firenze senza alcun indicente. Abbiamo finalmente il reato di tortura. Agenti di polizia o carabinieri, quando ci sono incidenti, vengono “spinti” dall’amministrazione ad andare a denunciarsi (è successo anche nel 2019, proprio a Genova).

Ma il Movimento aveva “ragione”

Infine il Movimento No Global. Dopo Genova nei fatti morì, si perse nelle sue mille sigle che non ebbero più potere e forza. I leader italiani sono tutti invecchiati ma ancora “credenti”: Vittorio Agnoletto fa il medico; Francesco Caruso è docente dal 2015 all’università di Catanzaro di Sociologia dell’Ambiente e del territorio; Luca Casarini raccoglie migranti in mare a bordo della Nave Mar Jonio. E però, va detto, avevano tutti dannatamente ragione a voler difendere l’ambiente e la società dalla globalizzazione. Ce lo ha insegnato, da ultimo ed è ancora oggi una lezione durissima, la pandemia. Ce lo insegnano ogni giorno le cronache del climate change.

Oggi tutti i leader europei e del mondo si ritrovano nei vari G8 e G20 e riconoscono “i danni e le disuguaglianze figlie della globalizzazione”. I danni dell’uso e del consumo del suolo e dell’ambiente. Il premier Draghi quando chiese la fiducia al Parlamento fece di questi due punti i pilastri della sua azione politica.

Sbagliammo tutti a Genova. Ma quei ragazzi e quelle ragazze avevano ragione. Questo è il tempo di riconoscerlo.