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Non solo Brasile, il Sud America ribolle: cosa sta succedendo negli altri Paesi tra democrazia e disordini

Mentre il 2023 inizia con attacchi senza precedenti alla democrazia in Brasile, le proteste in Bolivia e un tentativo di golpe in Perù alimentano continui disordini, dando il via ad importanti eventi politici che porteranno l’America Latina ad affrontare un altro anno politicamente impegnativo. Quale futuro per la democrazia in Sud America?

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In questo mese che volge al termine, il Brasile ha conquistato le prime pagine dei principali media esteri. Durante la tornata elettorale del 2022, Luiz Inácio Lula da Silva ha sconfitto il proprio avversario politico, il Presidente uscente Jair Bolsonaro, in un clima elettorale contraddistinto da aspre avversità. A seguito dell’insediamento, violenti scontri hanno scosso il paese causando la barbara invasione del Congresso nazionale, della Corte Suprema e del palazzo presidenziale, seguita dal saccheggio di mobili, opere d'arte di valore inestimabile, oggetti e documenti storici. Il violento assalto nella capitale, Brasilia, ha suscitato rapidamente condanne globali e paragoni con l'insurrezione del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti. I recenti eventi non sono stati certo una sorpresa. Secondo gli analisti, milioni di brasiliani sono convinti che le ultime elezioni presidenziali siano state truccate sfavorendo il Presidente uscente. Tali convinzioni sono, in parte, il prodotto di anni di teorie del complotto, dichiarazioni fuorvianti ed esplicite falsità diffuse dall’establishment di Bolsonaro, con l’obiettivo di sfavorire i sistemi di voto elettronici.

I principali leader mondiali e sudamericani hanno condannato l’attacco e alcuni legislatori americani hanno addirittura chiesto la revoca del visto statunitense di Jair Bolsonaro. Anche le grandi piattaforme social hanno preso le distanze da quanto accaduto. YouTube e Meta - la società che detiene Facebook, Instagram e Whatsapp - hanno annunciato che rimuoveranno i contenuti di supporto all'attacco dai rispettivi social media, alcuni dei quali utilizzati dai manifestanti per diffondere disinformazione elettorale e alimentare la rabbia pubblica. Gli esperti stanno anche esaminando il ruolo svolto dai servizi di messaggistica WhatsApp e Telegram nell'organizzazione dell'attacco.

Il dissenso e il clima di odio radicalizzato in Brasile è lontano da scomparire. Per il Paese, la magra consolazione di non essere l’unico attore latinoamericano a vivere giorni di violenze e disordini. Una regione, che ora come mai in passato sta vivendo forti tumulti alla democrazia.

La Bolivia ripiomba nel caos

La Bolivia ha assistito a disordini generalizzati a seguito dell’arresto del Governatore di Santa Crus, Luis Fernando Camancho. L’arresto del già Governatore ha riguardato il suo ruolo nel presunto “golpe” che nel 2019 pose fine all’esperienza presidenziale di Evo Morales, costretto a fuggire dal Paese dopo le accuse a lui rivolte di brogli elettorali. Camancho, principale oppositore del partito socialista MAS, è imputato di essere tra gli “ispiratori” dei moti sovversivi che ultimi mesi hanno attraversato il Paese. Gli organizzatori delle proteste mirano a fare pressione sul governo federale limitando il commercio interno, in particolare quello alimentare.

Santa Cruz è, epicentro della protesta, è la città con il maggior tasso di produzione alimentare del Paese. Gli organizzatori delle sommosse mirano a fare pressione sul governo federale limitando il commercio interno.  

Il Presidente della Bolivia, Luis Acre, ritiene che i disordini siano un colpo di Stato organizzato e che sia necessario perseguire le figure dell'opposizione accusate di aver partecipato agli eventi. Alcuni video circolati online mostrano l’ufficio della procura regionale in fiamme, altri persone all’aeroporto della città intente ad impedire che Camacho venisse portato a La Paz. Morales ha commentato su Twitter che adesso, dopo tre anni, finalmente Camacho dovrà rispondere delle azioni commesse nel 2019.

Senza un partito in grado di governare il Perù resta diviso

Il Perù sta attraversando una grave crisi politica e civile. Settimane di proteste sono culminate con migliaia di persone che hanno invaso le strade di Lima. Innescate dalla recente estromissione dell'ex leader Pedro Castillo, le proteste hanno evidenziato tutte le profonde divisioni nel Paese. La crisi, infatti, ha le sue radici nella natura del sistema politico peruviano. La costituzione del Paese, adottata nel 1993 ma per molte volte sottoposta a modifiche, crea ambiguità su chi detenga il potere maggiore: il Presidente o il Congresso.

Il fattore scatenante delle rivolte sono stati gli eventi del 7 dicembre 2022, in cui l'ormai estromesso presidente Castillo ha intrapreso quello che è stato descritto come un tentativo di colpo di stato.

In questo scenario complesso, il sistema partitico è diviso. Al Congresso la frammentarietà, l’eterogeneità e il numero di partiti rende difficile per qualsiasi leader o partito ottenere la maggioranza. Come se non bastasse, il Paese è profondamente polarizzato e diviso su diverse direttrici: etniche, razziali, economiche e - come le proteste hanno pienamente dimostrato - regionali.

Il Sud America, in questo inizio di 2023, è alle prese con una sfida generalizzata e latente: la tenuta dei sistemi democratici, da una parte. Le spinte autoritarie, dall’altra. Il potere costituito che diventa costituente porta con sé incertezze e paure per un futuro tutto da scrivere e che ora come mai appare sempre più incerto. “Messico e nuvole”, le parole di una famosa canzone: nuvole che, ora come non mai, minacciano le fragili democrazie del Sud America, divise, tra un passato turbolento ed un futuro tutto da decifrare.

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