I mercati esigono rigore, ma come si dice stimolo in tedesco?

di meridiani - relazioni internazionali

La reazione dei mercati dopo le elezioni in mezza Europa non ha lasciato adito a dubbi. Nella scorsa settimana, complice il mancato accordo per la formazione di un governo in Grecia, Milano ha perso oltre il 5%, mentre le altre borse europee oscillavano dal meno 3 di Francoforte al meno 10 di Atene. O austerity, o collasso: questo il messaggio. Eppure  nessuna grande economia è mai uscita da una crisi unicamente grazie all’austerità. Mentre infuria il dibattito, la guerra pan-europea al debito pubblico sta lasciando dietro di sé un crescente e malcelato debito di democrazia. Che fare?


A chi debba essere imputato il raffreddore europeo lo sanno quasi tutti; moltissimi però si scordano che ognuno porta con sé una parte della “colpa”. Il meccanismo del credito, di per sé, internalizza il concetto di colpa attraverso il tasso d’interesse e il rischio di default. Il debitore ingordo paga un tasso d’interesse più alto di quello moderato. A sua volta il creditore (anch’egli ingordo) “paga” attraverso un rischio di default maggiore. Esclusi i casi di raggiro, la crisi debitoria è il risultato di decisioni errate, sia private che pubbliche, tanto da parte dei debitori quanto dei creditori, del FMI e delle istituzioni europee. Se imporre l’austerità finanziaria è dunque un obbligo dei debitori, evitare il collasso è non solo nell’interesse ma nel dovere di tutti.


“La volontaria ignoranza delle lezioni della storia da parte dei leader europei è criminale” ha scritto Stiglitz in un feroce articolo di alcuni giorni fa. L’ultimo precedente storico, la crisi asiatica del 1997, avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Il presidente indonesiano Yudhoyono ha recentemente citato Keynes come ispiratore del piano che seguì al fallimento delle politiche restrittive: “Dobbiamo assicurare che le persone possano comprare e che le industrie possano produrre”.


Attuare una politica monetaria espansiva, che possa incoraggiare la domanda, significa in soldoni rendere meno costoso prendere a prestito e meno vantaggioso risparmiare. Obiettivo raggiungibile abbassando i tassi di interesse nominali di base, come hanno fatto ripetutamente sia a Washington che a Francoforte. Quest’arma economica convenzionale non è riuscita però ad erodere sufficiente terreno ai tassi reali (al netto dell’inflazione). L’aumento dell’inflazione programmata, rilassando la base monetaria, può invece portare i tassi d’interesse reali significativamente sotto lo zero, rendendo più conveniente prendere a prestito e investire; il che rende più facile assumere, che rende più facile spendere. La teoria funziona, ma ovviamente la realtà non è così semplice. Il primo passo, quello dello spendere di più, parte dall’assunto che le famiglie abbiano di che spendere – risparmi o credito.


In Germania il deficit di bilancio 2012 sarà vicino allo 0.5% – ben al di sotto dei limiti fissati da Maastricht. Questo quando Berlino si può permettere di prendere a prestito a tassi reali negativi, senza dover tirare in ballo alcuna politica economica espansiva: se prende a prestito 100 oggi deve restituire il corrispettivo di 95 tra 10 anni – il sogno di molte famiglie (e nazioni) in difficoltà. Una politica fiscale espansiva in Germania significherebbe assorbire parte della disoccupazione sudeuropea e far ripartire il mercato interno; ma una “regola d’oro” sancita nel 2009 pone come obiettivo di azzerare il deficit strutturale dal 2020. Uno stimolo una tantum potrebbe essere approvato dal Bundestag solo con una maggioranza qualificata.


Rimanendo nei criteri di Maastricht, questo significherebbe iniettare nell’economia reale europea oltre 60 miliardi di Euro. Trattandosi di soldi tedeschi starebbe a Berlino decidere come spenderli, ma per scrupolo potremmo buttare giù alcune semplici idee. Espandere le infrastrutture che riducano le emissioni di gas serra, o investire massicciamente in educazione e ricerca. Oppure creare una “banca di sviluppo bilaterale” per il settore privato, che investa in capitale di rischio di aziende e istituzioni finanziare europee.


Come in una vignetta apparsa a fine aprile su El Pais – dove mentre la nave sta affondando il capitano si immagina di comandare un sommergibile – i teoreti della svalutazione interna e delle riforme strutturali sembrano volersi rifugiare in un mondo immaginario. Cinque o più anni di recessione sono insostenibili per la Grecia, come per qualsiasi altro Paese. Tagliare il costo del lavoro rivitalizzando la produttività è necessario, ma alla più grande economia del continente ci sono voluti più di dieci anni per portare a termine questa strategia, in un momento storico decisamente meno drammatico. Ormai troppi Paesi europei convivono con tassi di disoccupazione giovanile ai limiti dell’iperpiressia – i costi di lungo periodo saranno esorbitanti. Restituire fiducia nel presente e nel futuro attraverso politiche economiche adeguate è un compito inderogabile per chi osserva dalle scialuppe di salvataggio.


di Francesco Cecchi

24 maggio 2012
 
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