Apple dalla crisi al successo: un esempio per i governi?

di meridiani - relazioni internazionali

Apple, quinta società nella storia a superare la soglia dei $500 miliardi, è la compagnia più grande del mondo per capitalizzazione. La valutazione attuale dell’azienda, per intendersi, è superiore al PIL annuale di Paesi come Svezia, Polonia, Taiwan o Iran.


Mentre in Occidente i governi si barcamenano tra tagli, austerità e recessione, i numeri dell’azienda californiana mettono in ombra anche i dati degli Stati più virtuosi. Per il 2012, mentre l’Eurozona è ferma in recessione e gli Stati Uniti prevedono una crescita tra il 2 e il 3%, Apple guarda ad un incremento delle proprie entrate del 55%. E se dalle nostre parti si esulta dopo aver piazzato sul mercato titoli di Stato, a Cupertino c’è il problema opposto. Apple ha in cassa circa $100 miliardi di contanti che al momento non sa come spendere.


Questi dati non sono ovviamente volti a tessere un panegirico di Apple. Sono necessari piuttosto a rendere l’idea della crescita di un’azienda che poco più di dieci anni fa era quasi sull’orlo del collasso e che ora, invece, si vanta di aver creato ben 514.000 posti di lavoro nei soli Stati Uniti – ci sarebbe meno da vantarsi riguardo le condizioni di lavoro avallate in Cina, ma quella è un’altra storia.


Una volta messo un piede fuori dalla fossa con le manovre di salvataggio, i Paesi in crisi sono alle prese con il dilemma dello sviluppo. Come far ripartire le economie e rendere la loro crescita sostenuta e sostenibile? In un mondo in cui Stato e mercato vivono destini sempre più incrociati, diventa meno difficoltoso comparare l’approccio gestionale di una grande azienda con quello di uno governo. Dall’esperienza di Apple i governi potrebbero prendere in prestito il concetto chiave: l’innovazione. La mancanza di ricette innovative è il vero dramma della crisi economica contemporanea.


Per un governo esistono indubbiamente una serie di ostacoli alla novità e alla trasformazione che sono rinchiusi nella stessa natura e funzione dell’istituzione, ostacoli che non esistono per un privato. Il fine del benessere e della sicurezza sociale – che dovrebbe essere proprio di un governo – si scontra apertamente con la logica del profitto proprio di un’azienda. Se ci limitiamo però a guardare all’efficiente gestione di risorse e capitali, tra cosa pubblica e cosa privata, le differenze – pur rimanendo non marginali – si assottigliano fino a permetterci una comparazione.


C’è poi il pubblico di riferimento. Apple si rivolge a consumatori cui vendere iPod, iPhone, iPad e Mac. Un governo deve invece rivolgersi ad un’intera popolazione, divisa da interessi contrastanti. Una volta assicurate le entrate, è quando si passa al capitolo delle spese che il gioco si fa ancor più duro.


Un apparato inefficiente deve tagliare o ridefinire le spese per fare in modo di riacquistare credibilità. Questo è quanto viene fatto in Europa. Questo è quello che Apple ha fatto nel 1996. È proprio qui che entra in gioco l’innovazione.


Da quel momento, tornata nelle mani di Steve Jobs, Apple ha puntato tutto sulla ristrutturazione, guardando sempre un palmo più avanti di quanto facessero i propri concorrenti. L’azienda di Cupertino ha creato quasi dal nulla mercati che non esistevano. Le idee sono state il motore indiscusso che ha trascinato Apple al primo posto tra le aziende mondiali. Le stesse idee che hanno poi rafforzato quell’immagine quasi ideologica che ha portato la compagnia ad offrire qualcosa in più di un semplice prodotto.


I governi dovrebbero affrontare il capitolo della crescita con idee della stessa portata. In uno dei suoi momenti più difficili, la politica ha la grande occasione di tornare alla ribalta, ma per farlo ha bisogno di uno slancio innovativo. Ha bisogno di ripensare il ruolo dello Stato, partendo da presupposti nuovi e non piantati con entrambi i piedi negli anni ’80. L’austerità è una misura di breve periodo e una volta attuata bisognerebbe tornare a spendere, facendolo però con una mentalità rivoluzionaria. Limitarsi a tagliare equivale ad arrendersi ad un declino che è ancora evitabile. Tenere i conti in ordine è pura resistenza passiva.


Un governo non può inventare prodotti né tantomeno mercati, ma può mettere i propri cittadini nelle condizioni di poterlo fare. Governare guardando all’innovazione vuol dire essere pronti a rivedere strutture e privilegi, diversificare le entrate e le uscite in modo da poter offrire servizi sociali equi ed efficienti e promuovere lo sviluppo di settori produttivi d’avanguardia.


I governanti della crisi e i loro aspiranti successori, una volta eliminata almeno parte degli errori del passato, devono trovare il coraggio di re-immaginare la gestione della cosa pubblica. È necessario investire in innovazione economica e sociale, in modo poter ridar vita a capitali troppo spesso assopiti. La politica e le istituzioni sono obbligate ad aggiornare i propri programmi e le proprie strutture, riavvicinandosi al proprio mercato di riferimento, la società. 


di Paolo Ganino

05 marzo 2012
 
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