L’austerity tedesca ha le ore contate?

di meridiani - relazioni internazionali

L’austerity ha le ore contate. Almeno a giudicare dalle opinioni ormai sempre più frequenti sulla stampa mondiale. L’opinione pubblica globale è sempre più critica sull’approccio europeo “imposto” dal duo Merkel-Sarkozy.


Sotto il fuoco dei mercati, i paesi duramente colpiti dalla crisi del debito hanno adottato misure “lacrime e sangue”. Con le scelte dei nuovi governi in Portogallo, Spagna, Italia e Grecia, abbiamo assistito alla “vittoria” della linea economica richiesta dalla Germania.


“Stringere la cinghia”, ridurre le voci di spesa. Nel caso italiano l’austerità si è tradotta con misure impopolari come la pesantissima riforma delle pensioni e le nuove tasse. Nel caso greco osserviamo i licenziamenti dei dipendenti pubblici e la riduzione degli stipendi che hanno causato l’ondata di risentimento popolare scatenatasi di fronte al parlamento.


Diventare più “tedeschi” è stata l’amara pillola che gli Stati europei in difficoltà hanno dovuto ingoiare. Berlino non avrebbe mai accettato di avallare degli aiuti senza la dimostrazione di un ravvedimento dei paesi più “spendaccioni” e senza l’abbandono di politiche ritenute “irresponsabili”.


Ma c’è una brutta notizia: l’austerity non sta funzionando. Il debito greco è peggiorato nonostante i numerosi tagli e le misure adottate negli ultimi due anni. L’Italia entra ufficialmente in recessione. Spagna e Portogallo si trovano in condizioni simili, per non parlare di altri paesi (Irlanda e Ungheria ad esempio). Tagliare la spesa ed eliminare gli sprechi per risanare il bilancio statale non genera sviluppo. Che l’austerity sia una scelta recessiva è cosa nota. E del resto i tedeschi son diventati tali non con qualche dolorosa riforma, ma con un sapiente piano d’investimenti perseguito negli anni.


E allora perché seguire questa strada? Forse per la mancanza di alternative? Con l’avvicinarsi di importanti elezioni in diversi paesi riprende campo l’ipotesi tutta keynesiana dell’intervento dello Stato nell’economia.


Negli Stati Uniti, Obama ha lanciato la corsa per la sua rielezione citando Teddy Roosvelt, grande sostenitore dell’intervento pubblico (prima ancora di Keynes). Il Presidente americano parla di nuovi investimenti in infrastrutture, tecnologia, ricerca e istruzione. L’approccio della Casa Bianca, diametralmente opposto all’austerity, funziona? L’economia americana non appare certamente sana, eppur si muove. Cresce il numero degli occupati (anche se con lentezza) e il PIL recupera leggermente. Ma rimane lo spauracchio di un debito pubblico e di un deficit a livelli non sostenibili e per cui i repubblicani invocano tagli.


Senza guardare oltreoceano, qui in Europa c’è Francçois Hollande. Il candidato socialista alle prossime elezioni di Francia promette un “ritorno dello Stato”. Anche lui propone gli stessi ingredienti: istruzione, infrastrutture, inclusione sociale. Hollande è anche un duro critico della linea europea scelta da Merkel e Sarkozy e promette di lottare a Bruxelles per cambiare rotta sul nuovo patto fiscale ritenuto troppo severo.


Tuttavia rimane un paradosso di fondo. Sappiamo che se in questi mesi spread, speculazioni e rischi di default ci hanno tenuto compagnia il motivo va ricercato negli elevati livelli di debito. Sappiamo anche che i mercati credono che non ce la faremo a ripagare i creditori, quindi si è adottata l’austerity per dimostrare che spenderemo meno. Ad ogni modo se le economie non crescono e, anzi, entrano in recessione il divario tra quanto si deve ai creditori e quanto si produce aumenta. Serve la crescita e serve subito. Ma in questa fase, se gli Stati spendono più soldi per stimolare l’economia aumentano i loro deficit. Ecco quindi il paradosso: se si taglia non si cresce e i debiti aumentano, ma se si investe i debiti aumentano comunque.


L’austerity ha realmente le ore contate? Non esattamente. Il vento a favore della linea decisa dal duo Merkozy sta cambiando. I dubbi sorgono di fronte a scelte come quelle paventate da Hollande.


A dare una mano potrebbe essere proprio Mario Monti, non propriamente un “socialista”. Il premier è convinto di aver messo già abbondantemente le mani nelle tasche degli italiani e ha annunciato la famosa fase due. Monti sa che gli Stati europei non possono permettersi di spendere come promette il candidato francese.


Invece che trovare misure per garantire i debiti degli Stati in difficoltà e continuare ad imporre un’austerity “dolorosa” e inefficace, l’Unione Europea dovrebbe trovare il coraggio di rilanciare una crescita su larga scala, scegliendo quegli investimenti che alla lunga garantiranno maggiore coesione: infrastrutture dell’energia e dei trasporti, innovazione e tecnologia, un’istruzione “europea”, programmi per una solidarietà a vantaggio di tutti i cittadini dell’Unione. L’austerità svanirà solo se riusciremo a far partire un rilancio europeo, gli Stati da soli non ce la faranno. La fase due non può che venire dunque dall’Europa.


di Matteo Arisci


Photo credit: danacreilly flickr CC

21 febbraio 2012
 
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