Un abbraccio senza paura: storia vera di affetti e luoghi da visitare

di doppiozero

Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos) di Fulvio Ervas è la storia del lungo viaggio che un padre, Franco Antonello, decide di intraprendere con il figlio Andrea, affetto da autismo: alla faccia delle perplessità dei dottori e dei consigli dei manuali.


Un viaggio attraverso il Nord America, passando per Las Vegas e cercando il Coyote Ugly, e poi giù verso il Messico, la povertà, il Guatemala, i riti sciamanici, lungo chilometri di deserto e villaggi che, con buona pace dei navigatori satellitari e dei cartografi, esistono soltanto nei racconti e nei legami della gente. Luoghi come Arraial, meta finale di questi due mesi di macchina e moto, barche e aerei, percorsi dormendo in lussuosi alberghi o accampati in giacigli di fortuna, lasciandosi guidare dall’istinto, dagli incontri, da quell’acqua in cui Andrea si immerge e nella quale i suoi movimenti diventano quelli di un ragazzo di diciotto anni come tutti gli altri.


Un viaggio nel continente delle differenze dove Andrea può ballare con i suoi coetanei, baciare Angelica e forse farci anche l’amore. E dove padre e figlio possono fare i conti, ognuno a proprio modo, con la miseria, con sventure che bisogna illudersi siano bugie per riuscire a tollerarne il pensiero, e con una realtà che non ha gli stessi strumenti, le stesse opportunità e la stessa consapevolezza, di quella che a modo loro hanno sfidato, comprendendone, dalla distanza, limiti e ricchezze. “È una storia vera”: con queste parole, isolate e potenti, si chiude la presentazione sul retro di copertina.


E semmai il lettore, conquistato da una scrittura rapida ed energica, volesse dimenticarsi di questo patto istituito con l’autore, a ricordarglielo ci pensano frammenti di verità riportata senza omissioni, le parole che Andrea consegna attraverso il computer grazie a quel mistero che è la comunicazione facilitata. Testimonianze concrete che l’autore trascrive fedelmente differenziandole da un punto di vista grafico, così che interrompano lo scorrere della narrazione costringendoci a fare i conti con l’irrompere dell’autentico e con le lacrime della commozione che difficilmente sarà possibile trattenere, mentre la scrittura di Ervas cerca di muoversi nei drammi che attraversa senza cedere al sentimentalismo, facendo piuttosto risuonare l’anima rock del padre, senza indugiare nelle descrizioni di circostanze difficili o nella fatica che può diventare la malattia di Andrea, ma tratteggiando come macchie di colore l’aspetto potente delle situazioni insieme a quello buffo, il problema mescolato alla soluzione o alla possibilità di guardarlo altrimenti.


Fulvio Ervas non ha inventato nulla, ha solo annodato i fili di una storia che Franco Antonello gli ha raccontato, mettendo a sua volta insieme i ricordi e provando a intuire i bisogni del figlio e le sue sensazioni che, come scrive, con tutta l’onestà di cui è intriso questo libro, egli “può soltanto indovinare”: è un po’ come un telefono senza fili, il gioco che si fa da bambini, quando sussurri una parola nell’orecchio di chi ti sta vicino finché, da orecchio a orecchio, di sussurro in sussurro, alla fine della catena la parola pronunciata si è trasformata tanto che a ritroso si sorride del senso stravolto e si cerca di scoprire dove il meccanismo si è inceppato. Ma si è davvero inceppato? A che servirebbe ritrovarsi la stessa parola dell’inizio? In fondo il telefono senza fili in maniera semplice ci spiega la potenza delle storie. Cosa c’è nello spazio in mezzo tra il padre e l’autore? Cosa in quello tra Andrea e il padre? L’innamoramento e il fascino, quello che uno vede, quello che uno vuole vedere e si racconta; le infinite possibilità del virtuale.


È una storia vera? Sì, è una storia accaduta. Fulvio Ervas non ha tradito Franco Antonello così come Franco Antonello non ha tradito Andrea. Ma forse l’amore che intride questo racconto è ciò che sfuma un po’ il concetto di vero o che dovrebbe sfumare soprattutto il bisogno che abbiamo di questa parola, specialmente se con essa vorremmo veicolare una speranza di riscatto collettivo che non è quello che questa storia consente: perché non è proprio possibile, molto spesso, e proprio per le differenti condizioni in cui si trovano molte famiglie, non solo in termini di disponibilità ma anche di immaginazione, disegnare una vita come quella che Franco è stato capace di progettare per il proprio figlio. Del resto sono proprio Antonello e Ervas stessi a ripeterlo: non hanno voluto scavalcare le verità scientifiche o presentare un nuovo manuale di istruzioni per l’uso.


È per questa ragione che il racconto può allora assumere i tratti delle favole, ove il tempo ha poca importanza e i protagonisti in sella alla loro Harley Davidson possono essere tanto belli, e sempre per questo il racconto della malattia può essere in qualche modo falsato, o quantomeno parziale (la ricerca scientifica ha avanzato seri dubbi, se non certezze negative, sul fatto che le vaccinazioni abbiano un ruolo nell’insorgere dell’autismo, e ha espresso anche diverse riserve in merito alla comunicazione facilitata).


Il mercato editoriale intercetta il bisogno di autenticità, sentito come urgente, ma forse dovremmo interrogarci con attenzione su come, quando, ma soprattutto perché parlare di “vero”.


Se la testimonianza non è gesto politico né necessità etica, come accade quando le condizioni di una situazione la rendono tanto singolare da non consentirle di farsi modello per pensare altrimenti circostanze altrettanto difficili, eccezione dunque più che esempio, il rischio è che l’autenticità si riduca a essere soltanto strumento retorico. In fondo, se la letteratura è potente, comunica aprendo orizzonti di possibilità e facendoli percepire senza dover fare leva, per dar da pensare e sentire, su un qualche certificato di realtà.


di Anna Stefi

08 maggio 2012
 
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