Fatti o interpretazioni?

di doppiozero

Da alcuni giorni circolano immagini agghiaccianti di immigrati tunisini rimpatriati a forza con cerotti sulla bocca.


Una questione filosofica


Il dibattito filosofico che sembra appassionare gli italiani – le pagine culturali di molti quotidiani ne sono state invase – ha radici antiche e nobili. Dopotutto è la riproposizione aggiornata al gusto del tempo della diatriba tra idealisti e realisti, tra i fautori della rappresentazione a cui si ridurrebbe la realtà e coloro che, in genere aiutandosi con un pugno sonoramente battuto sul tavolo, rivendicano l’autonomia e la differenza del reale dalla rappresentazione. O ancora, tra scettici che contestano la possibilità stessa di una verità obiettiva e dogmatici che invece la rivendicano per i propri enunciati. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, ma questo in filosofia non è un rilievo negativo perché il vanto dei filosofi è, da sempre, quello di girare attorno ad una sola domanda, quella che le altre discipline lascerebbero inevasa perché troppo “ovvia”: la domanda sul reale, appunto, e sulla sua consistenza (l’ambito di una simile interrogazione si chiama tecnicamente “ontologia”). A ben vedere, a monte di tale questione ve ne è però un’altra, che non è tematizzata. Il che, filosoficamente, è un grave errore, dal momento che la filosofia non è che un inesausto sforzo per problematizzare i presupposti che il senso comune assume come ovvi. Si dà infatti per scontato che si debba optare per una delle due soluzioni, “fatti” o “interpretazioni”, per dirla, appunta, nella lingua dei contendenti italiani. Ma l’alternativa è una vera alternativa? Ha “senso” come alternativa? Possono veramente darsi interpretazioni senza fatti e fatti senza interpretazioni?  L’opposizione non nasconde una più occulta e sottaciuta complementarità?


Corpi bruciabili


Veniamo ad un esempio concretissimo della correlazione che esiste tra quanto viene comunemente presentato come irriducibile alternativa. Sta facendo il giro del mondo la foto di due giovani tunisini, presumibilmente innocenti, rimpatriati a forza, incerottati come terroristi. Non c’era proprio bisogno che il nostro paese si macchiasse anche di questa ulteriore vergogna. Tuttavia essa offre al realista l’ennesima arma per irridere l’avversario idealista. Documentato dallo straordinario potere di testimonianza che ha la foto, qui si esibisce un fatto, il quale come sempre “fa male” ­– fa male alla coscienza civile di ciascuno di noi – e che proprio grazie a questo dolore, come avviene con il pugno sul tavolo, dimostrerebbe l’evidenza del reale fuori di noi. L’idealista, però, può obiettare, dando prova di quella finezza teorica che da sempre lo contraddistingue, che il presunto fatto è un’interpretazione. Non solo perché anche la fotografia è a sua volta un enunciato, un linguaggio che rimodella il mondo che dovrebbe semplicemente rappresentare (questa sarebbe infatti una risposta troppo debole), ma perché il cosiddetto fatto – due giovani tunisini trattati come bestie da avviare al macello – è l’effetto di una pluralità di interpretazioni. Ne è il prodotto. Per fare un esempio ancora più triste, l’ebreo per poter essere ridotto a fumo e cenere dall’odio fascista doveva essere prima spogliato metaforicamente di tutto quanto lo accomunava al genere umano. Andava reso apolide, doveva essere privato dei diritti civili, ridotto da un solido impianto teorico a principio di infezione della parte sana del popolo, ecc…. Al termine di questo immenso lavoro ermeneutico, che è il senso del razzismo antisemita, era pronto per essere di fatto bruciabile. Il fatto, insomma, si generava alla fine dell’interpretazione come suo naturale epilogo. Era come la conclusione necessaria di un sillogismo deduttivo le cui premesse erano parole, discorsi, interpretazioni ripetute migliaia di volte dai media e divenute senso comune. Allo stesso modo la foto dei due tunisini è un fatto che ha la sua causa nell’interpretazione che del fenomeno immigrazione è stata data per decenni nel nostro paese e che è stata avvallata irresponsabilmente dagli opinions makers.


L’evento


I fatti sono fatti nel senso del participio passato del verbo fare. L’interpretazione li fa quali sono. Ma allora il reale è solo una parola vuota? Nient’affatto. Fatti e interpretazioni sono certamente della stessa pasta, a tal punto che la definizione di ciascun membro di questa presunta alternativa implica quello che dovrebbe escludere: il fatto è quanto non è soggetto ad interpretazione e l’interpretazione è detta un “punto di vista”, il che implica qualcosa come un “fatto” di cui sia una visione soggettiva e parziale. La foto dei due tunisini, proprio in quanto foto (una foto è un indice puntato), è però anche altro. Essa mostra che qualcosa ha avuto luogo, che qualcosa (di osceno) è accaduto. Che cosa sia accaduto sarà di nuovo la riserva di caccia delle interpretazioni in lotta tra loro, le quali genereranno i loro fatti (il razzismo di stato, come io credo, o una grave mancanza di professionalità della polizia, come sosterrà il ministro “tecnico” degli interni), ma il “che è accaduto qualcosa” gode di una evidenza indiscussa. Ne fa fede la fitta che l’immagine produce sullo spettatore. Roland Barthes avrebbe detto: il punctum, la trafittura prodotta dalla foto. Quella fitta porta finalmente al reale. Non alla realtà del fatto e non alla realtà della interpretazione, ma a quel reale che viene prima di questa dicotomia umana troppo umana di fatto e interpretazione. Ancora con una metafora si potrebbe dire che il reale reale è lo strappo che lacera il tessuto della realtà – della realtà dei fatti generati dalle interpretazioni – e che, proprio come un buco, apre all’al di là o all’al di qua della realtà, quell’al di là o quell’al di qua buio da cui i nostri corpi provengono o verso il quale si indirizzano, nella prova della nascita, della malattia, del dolore o anche, grazie al cielo, del godimento. Il reale non è la realtà dei fatti. Questa, con buona pace dei realisti, è materia di interpretazione. Il realeèil reale dell’evento, il quale, con buona pace dei sostenitori dell’ermeneutica, non è un’interpretazione.


di Rocco Ronchi

04 maggio 2012
 
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