Strage di Piazza della Loggia, le tessere di un mosaico che sembra sul punto di dissolversi

di doppiozero

Si chiama Francesco Apostoli. È la fotografia della strage di piazza della Loggia a Brescia. È il volto su cui la luce dello “schiocco” ha lasciato la sua ombra: le tracce dell’esplosione e la forma della memoria, le tessere di un mosaico che sembra sul punto di dissolversi e un filo invisibile che ne mantiene saldi i contorni.


Il suo volto non conduce al pudore del vuoto che c’è dietro lo sguardo, come scrive Giorgio Agamben, ma all’esorcismo di quello stesso vuoto racchiuso nello sguardo che pare voglia superare i confini angusti dell’immagine, piuttosto, come dice lo stesso filosofo, è il volto indenne di colui che assume su di sé l’abisso della propria comunicabilità e riesce a esporlo senza timore né compiacimento. Non è nemmeno un volto fatto di pietra, come i visi dei rappresentanti del potere con la loro indifferenza; un soffio vitale ne permea i tratti e una colata di linee dai colori cupi suscita terrore. C’è chi guardando questo volto riesce a ricordare l’odore del sangue bruciato nella piazza, arriva a sentirlo tutt’intorno, come il fumo che sale e il fragore della bomba che toglie l’udito. Per alcune ore dopo quel boato restano solo occhi aperti e labbra senza suoni; un ricordo muto: una fotografia.


Si chiama Francesco Apostoli ma il volto che si vede nell’immagine è quello di un individuo diverso, come nessuno l’ha mai visto, che non evoca la semplice analogia con la sua identità, ma la sua vera essenza, che coincide con l’essenza della strage, la verità di quel solo baleno. La bomba ha cambiato il suo volto e l’immagine gli ha reso un’altra vita: ne fissa per sempre lo sguardo e sembra dare voce al grido della sua bocca spalancata, prima che quelle domande senza parole e senza risposte cadano nel vuoto: il paradosso di un istante eternamente amplificato, che nel momento in cui lo fa vivere ne amplifica anche la fine.


Si chiama Francesco Apostoli, è vivo, ed è l’impronta di una memoria che non cessa di comunicare attraverso la pura virtualità: lo sguardo rivolto a quel soccorritore che lui solo può vedere è una perenne invocazione anche a tutti coloro che guardano l’immagine. E se la fotografia ha il potere di ampliare ciò che abbiamo il diritto e il dovere di osservare, in questo caso riesce persino a dare corpo a una porzione di mondo preclusa alla vista dell’osservatore ma in grado di evocare un’etica della visione, che rende ognuno partecipe di quello sgomento.


Ma non è tutto. Questa fotografia ha anche un’altra storia: la mia.


Nascere in quegli anni senza averli vissuti significa portare in sé la strage, non soltanto nelle impressioni visive, – come scrive Ken Damy questa è forse la strage in assoluto più fotografata –  ma in un luogo inaccessibile: dentro il codice genetico della propria memoria e, per ciò che mi riguarda, nelle pagine di un romanzo familiare che è rimasto aperto sulle vicende di quegli anni.


Ho rivisto le immagini della manifestazione in piazza della Loggia con gli occhi di Diletta Colosio, cugina di mia madre, un’insegnante che quel giorno non era lì per caso, ma per caso è sopravvissuta; stava in piedi insieme al marito, sotto i portici della piazza per ripararsi dalla pioggia a pochi metri dal cestino dove è scoppiata la bomba. I corpi delle persone, che si erano riunite dietro la colonna poi sbrecciata dall’esplosione, l’hanno protetta dall’onda di schegge generata dall’ordigno.


Mi ha mostrato le foto più strazianti, quelle meno viste, non pubblicate sui giornali: le immagini oscene dei corpi ammucchiati, smembrati e immersi nel sangue, che su di me hanno un effetto agghiacciante, ai limiti della sopportazione, ma che lei riesce a riconoscere dai dettagli, piccoli segni quotidiani che contraddistinguono ciascuno di loro.


Pare quasi che la sua voce si levi dal frastuono nella piazza, quando ricorda i nomi delle amiche e colleghe uccise: Livia, Clementina, Giulietta, come di Luigi, giovane insegnante di origini pugliesi che in quegli anni lavorava a Monte Isola, in mezzo al Lago d’Iseo dove Diletta è nata, e di tutti coloro che quel giorno sono caduti nella piazza: Alberto, Bartolomeo, Euplo, Vittorio.


È merito suo e delle persone che hanno dato vita alla Casa della memoria a Brescia, della tenacia di Manlio Milani, marito di Livia Bottardi,  se l’immagine di Francesco Apostoli ha un nome, se è tornata a vivere, se la memoria di questa strage di fantasmi rimasta senza alcun colpevole riuscirà a travalicare i fatti per entrare in una sfera emotiva, nelle “ferite” di una città.


Per quello che mi riguarda, sento di aver ricevuto un’eredità in cui le parole e le immagini non sono disgiunte dalla rabbia e dal dolore; un’eredità al confine tra il sodalizio intellettuale con chi esamina cause ed effetti e il groviglio di emozioni che porto in me; e anche se questa eredità è fatta quasi solo di parole, non riesco a smettere di ripeterle.


Sulla  pagina  di  Facebook del processo troverete notizie e aggiornamenti delle udienze.


di Silvia Mazzucchelli




16 febbraio 2012
 
Diventa fan di Tiscali su Facebook
 
 
  

Segui Tiscali su:

© Tiscali Italia S.p.A. 2014  P.IVA 02508100928 | Dati Sociali