

Si placano via via - si spengono come piccoli fuochi in seguito ad un incendio imponente - le polemiche accese dalla 62° edizione del Festival di Sanremo, una delle più brutte e scomposte della sua piccola storia. Doveva vincere Arisa, tra le tre donne (compresa Noemi) piazzatesi ai primi tre posti, e ha vinto Emma Marrone. Avrebbe meritato migliore posizionamento il Pallone stralunato di Samuele Bersani, che si è dovuto accontentare di un riconoscimento dei giornalisti accreditati all’Ariston. In generale abbiamo ascoltato testi bruttini, tendenti al deprimente, nella loro velleitaria illusione di raccontare i tempi grami che viviamo. Altro punto dolente della manifestazione canora è stata l’evidente vantaggio di cui hanno goduto i cantanti usciti dai talent show, o comunque dalla tv. Emma è una creatura di Maria De Filippi; il vincitore della categoria giovani, Alessandro Casillo, si era fatto i calli alle corde vocali a Io canto con Gerry Scotti.
In questi giorni di gozzoviglie musicali il nome di Pippo Baudo (anche per la scellerata conduzione dell’adorabile picchiatello di Monghidoro) è stato spesso evocato come esempio perduto di professionalità. Carlo Maria Lomartire, in Festival.60 anni di Sanremo (ed. Mondadori), a tal proposito ha raccolto l’opinione del presentatore, in tempi non sospetti: "Il proliferare di quel genere di spettacolo comporta una vertiginosa crescita di aspiranti cantanti, ballerini, star. Troppi, non c’e mercato per tante ambizioni. La maggior parte di loro, come sta già accadendo, scompariranno. Anche perché, diciamolo, quegli show sfornano spesso delle figure mediocri e fragili; magari con un po’ di talento ma con poca personalità e un carattere non adeguato a sopportare la competizione vera, dura, spietata: quella imposta dalla vita professionale. Per diventare grandi artisti non bastano il talento e le doti naturali, serve anche tanta personalità, forza e tanta determinazione".
Sempre in quel libro, Baudo racconta che per scegliere i cantanti da iscrivere alla gara ascoltava fino a duemila canzoni in un anno, magari dando consigli, intervenendo su musiche e testi: "Noi abbiamo inventato Sanremo Giovani – prosegue il presentatore, - una sezione che spesso ha cambiato denominazione ma che era sempre lo spazio dedicato alla ricerca dei nuovi talenti. Arrivavano ragazzi già selezionati dal mercato e dalle prime competizioni professionali. E infine dalla nostra severità. Altro che talent show! Non bastano pochi mesi spiati dalle telecamere per formare e scoprire una star di domani. Da quello spazio davvero sono uscite grandi personalità artistiche di livello internazionale: basti pensare a Ramazzotti, alla Pausini, a Bocelli, a Irene Grandi,a Giorgia, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Una vera miniera di grandi talenti e di vere star". Ancor prima di aver letto queste parole, mi son trovato a sostenere in una trasmissione tv grosso modo la stessa tesi di Baudo e un collega, ospite con me, ha definito la mia un’”autopsia a posteriori del fenomeno talent”. Dimenticandosi di aggiungere che in uno di questi lui si è prestato come giudice. Il talento può assumere multiformi connotati.
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