

C'era una volta la figura dell'addetto stampa, che poteva essere iscritto all'Ordine dei giornalisti o meno, ma che in ogni caso era abituato e in taluni casi abilissimo a valutare se quella a disposizione era una notizia oppure no. Avendola tra le mani una notizia, partiva con le telefonate ai cronisti – penso all'ambito degli spettacoli, benché il meccanismo sia simile per la politica come per l'economia o la cultura – appellandosi ai propri idoli e sperando che la considerassero degna di pubblicazione. Se, al contrario, il comunicatore in questione era consapevole di dover veicolare una cosa un po' loffia era costretto a dimostrare davvero il suo valore, riuscendo a convincere i giornalisti a piazzarla in pagina. Da parte loro, redattori e capiservizio facevano resistenza per affermare il proprio libero arbitrio: è la stampa, bellezze, e voi non potete farci niente! Vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare. Grosso modo, tagliato con l'accetta, la filiera era questa.
Poi tutto cambia. I social network si moltiplicano, qualche candido giglio pensa ancora che ciò che scrive sul web possa e debba – secondo le esigenze del momento - rimanere nella cerchia degli "amici". Con internet 2.0 siamo al giornalismo partecipato, diffuso, per certi versi sputtanato... I reality hanno, inoltre, abbattuto la quarta parete: tutto fa spettacolo, soprattutto il "dietro le quinte". Perciò i vips si attrezzano, c'è stata la corsa a Facebook, ora è in atto l'assalto a Twitter. Conduttori, giornalisti famosi, vallette, velini, meteorini, fanno a gara per allineare, interconnettere, sincronizzare, iPhone, iPad, Mac, forno a microonde, phon e caffettiera elettrica... così da continuare a "cinguettare" in ogni momento della giornata.
I casini che prima i solerti addetti stampa miravano ad evitare o di cui si affannavano a limitare i danni diventano subito notizie di prima grandezza. Ricorderete lo scambio di amorevoli scortesie tra sua maestà Fiorello e sua scontrosità Sabina Guzzanti, due mondi opposti in rotta di collisione su Twitter. Sulla medesima piattaforma, in queste ore si sono scontrati Lucio Presta, potentissimo manager di Paolo Bonolis e Roberto Benigni, e i giornalisti di Videonews, struttura trasversale a cui fanno riferimento diversi programmi informativi del Biscione. Presta sostiene che "Videonews pensa di essere il medico invece è la malattia...", apriti cielo, comunicati, indignazione, ira funesta.
Eppure, se si pensa a programmi come Quarto grado con il carico di dolorismo che immette nel circuito, se si prendono in esame certe maledette domeniche di Claudio Brachino (che di Videonews è responsabile) o se il riferimento diventano i convegni pomeridiani di Barbara D'Urso, l'improvvida affermazione di Presta la si legge con tutt'altri occhi. Del resto solo chi si senta forte della propria posizione può in sol colpo – pur avendo una professionista, Federica Panicucci, al soldo di Videonews – inimicarsi una grossa fetta dei dirigenti di un'azienda televisiva. Prima dell'avvento di Twitter o Facebook simili cortocircuiti mai sarebbero stati messi in piazza con tanta facilità e sollecitudine e va da sé che un confronto fiero è preferibile al silenzio omertoso. Soprattutto se questo potesse indurre un innalzamento della qualità televisiva. L'utopia è l'ultima a morire.
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