

Mi fa un po’ impressione leggere che qualche giorno fa in Rai è stato attribuito il secondo premio Sandro Curzi. Stento a credere che l’inventore della cosiddetta Telekabul sia diventato poco più di una coccarda da esibire sul bavero o, che so, una targa da scrivania: nessun dubbio che lo meritasse, solo faccio fatica a rassegnarmi alla sua dipartita. Nel rievocare il suo faccione rotondo, la pelata alla Kojak, il sorriso dolce e l’eloquio schietto intriso di romanità, ammetto che mi fa velo l’affetto.
L’ho conosciuto dopo i fasti del Tg3, che portò con inventiva e coraggio al successo, collocandolo tra le voci dissonanti (anche intuendo la forza della nascitura Lega Nord), negli anni in cui si dedicò con il consueto entusiasmo e la tipica passione al tg di Telemontecarlo. Pochi mezzi, giovani colleghi non troppo esperti, eppure pensava in grande, scevro da provincialismi. Nella realizzazione di qualche ‘speciale’, in collaborazione con il Tappeto volante di Luciano Rispoli, ebbi il privilegio di vederlo lavorare da vicino. Era un uomo sorridente, benevolo, ma su certe cose non transigeva, difendeva la sua idea di giornalismo al servizio della gente.
A tre anni dalla scomparsa, è stato assegnato il premio a lui intitolato, destinato ai giovani giornalisti precari Rai. Vincitori: Jacopo Cecconi, della Tgr Toscana, con il reportage Il solare non brilla; Gianmarco Sicuro, fiorentino, autore di L'Emeroteca della Biblioteca Nazionale di Firenze. Bruna Bellonzi, vedova di Sandro Curzi, ha chiuso la cerimonia di premiazione incitando i giovani giornalisti : "Sandro sarebbe orgoglioso di questo premio e della possibilità che viene data alle nuove generazioni. Ai più giovani dico: amate sempre il vostro mestiere , senza mai cedere al compromesso". Meritevole da parte della tv pubblica ricordare, in questo modo, un giornalista che ha garantito per anni, pur nella inequivocabile fede politica, una tra le interpretazioni più alte del servizio pubblico.
Ma non lo si consideri un atto assolutorio. Nelle vesti di consigliere di amministrazione e poi presidente Rai ad interim, Curzi lottò fino all’ultimo istante contro chi proditoriamente intendeva fraintendere i doveri della tv pubblica. Oggi mancano voci potenti come la sua. Il mio non aspira a diventare un necrologio fuori tempo massimo, bensì un maldestro tentativo psicagogico, nella flebile speranza che lo spirito curziano ispiri gli attuali dirigenti Rai. A cominciare dal presidente Garimberti, i cui ripetuti lai sulla politica che blocca l’azienda dovrebbero dare un solo esito: le dimissioni. Utile detonazione per smuovere i liquami della stagnazione in atto.
Non nascondo, inoltre, che mi piacerebbe conoscere l’opinione di Sandro Curzi – e senza dubbio non risparmierebbe dichiarazioni in merito– su l’occupazione del Tg1 da parte di Augusto Minzolini. Inquisito per peculato, con la pencolante richiesta di rinvio a giudizio e la caduta verticale degli ascolti, il giornalista rimane saldo sulla sua poltrona. E ci tocca leggere interviste all’amico Franco Bechis che afferma, in buona sostanza: più vorranno cacciarlo e più rimarrà lì. La dignità, del resto, non è merce che si svenda al supermarket. Per rispetto non azzardo dietrologie sul pensiero di Curzi. Le tengo per me.
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