

In un’altra vita, quando lavoravo come autore televisivo, ebbi modo di invitare tra i primi Marco Travaglio al “Tappeto Volante” su Tmc. All’epoca il giornalista torinese lavorava con Indro Montanelli alla Voce, quotidiano nato dalla diaspora del Giornale dopo il golpe giornalistico di Silvio Berlusconi in via Negri, e aveva pubblicato per un piccolo editore Il pollaio delle libertà, stupidario politico seguito ad un altro sul calcio. Travaglio era tentato dalla tv, tanto che nella pausa estiva del talk show di Luciano Rispoli, mi fece addirittura una telefonata amichevole per mantenere i rapporti. Magari pregustando futuri inviti. Dopo di che, mai più sentito.
La sua carriera ha giustamente preso quota e mantiene le alte vette di un giornalismo sprezzante del pericolo, tutto giocato contro i cosiddetti poteri forti. Fino a ieri, pur riconoscendosi Travaglio nel milieu culturale della destra liberale, ha speso quasi tutte le sue energie professionali nella diffusione e denuncia delle malversazioni berlusconiane. La prima fatwa televisiva del Cavaliere riguardò proprio lui e chi si rese colpevole di avergli garantito una vasta platea nel 2001 al Satyricon di Rai1, ossia il desaparecido Daniele Luttazzi.
Senza dimenticare che l’onestà intellettuale richiede repentini cambi di bersaglio, ieri sera a Servizio Pubblico, il talk di approfondimento multipiattaforma di Michele Santoro (molto ben visibile su SkyTg24 Eventi al numero 504), Travaglio ha fatto uno dei suoi mirabili pezzi orali sul “conflitto della Passera”, inteso come Corrado, neo ministro del nascituro governo Monti: “Di concorrenza in tv ce n’è poca, c’è piuttosto monopolio”, ha detto l’editorialista del Fatto quotidiano in un passaggio dell’intervento, ricordando il precedente ruolo di commissario europeo alla Concorrenza dell’attuale premier. Insomma, prosegue la diuturna e collodiana attività di grillo (s)parlante. Sempre schivando il rischio, tra querele temerarie e attacchi più o meno intimidatori, della fatale martellata.
Ebbene, in questa tv monopolista, solo Current – emittente ora espunta dal bouquet Sky – pensò di affidare al Nostro un’autonoma rubrichetta di commento. Per il resto, sebbene gli apporti giornalistici di Travaglio fossero innegabile punto di forza di AnnoZero (tanto che Santoro a Servizio Pubblico ha deciso di raddoppiare la dose), la Rai ne ostacolò la collaborazione fino a chiedergli di intervenire in trasmissione a titolo gratuito. Stessa sorte per il vignettista Vauro Senesi. Ci mancò poco che imponessero loro il pedaggio davanti alle telecamere.
All’antico scrupolo documentale, di topo d’emeroteca, Travaglio unisce l’innata attitudine istrionica, facilitata dal sorrisetto beffardo, la battuta pronta e il guizzo nello sguardo ceruleo che suscita fremiti nelle fanciulle di ogni età. Le phisique du role dell’anchorman. Con caratteristiche che molti anchormen in attività gli invidiano.
Marco Travaglio incarna l’ideale di giornalista “contro”, il cane da guardia dei lettori/telespettatori, sempre desto, assai disinvolto nel ruolo scomodo che si è ritagliato. Difficile che perda le staffe, di solito se la cava con una risposta che toglie fiato e porzioni di epidermide all’interlocutore. Magari non gli interessa, eppure potrebbe aspirare a condurre un suo programma, anziché continuare ad occupare lo strapuntino dell’ospite gradito. Laddove persino l’ex responsabilissimo direttore della Padania, nonché strimpellatore volenteroso, può dire L’ultima parola… e non c'è Paragone!
Tant’è, come disse una volta Costanzo in un momento di brillantezza: spesso dietro l’angolo c’è un altro angolo. E il Travaglio può diventare un destino.
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