Alla faccia dell’eleganza! Lo show di Fiorello costa alla Rai 12 milioni di euro

di Mariano Sabatini

Si può dissacrare tutto in questo Paese, si può fare strame delle istituzioni, infangare la memoria dei defunti, ma non sollevare dubbi sul lavoro di Rosario Fiorello. Lui si stesso si tratta come un totem, è permaloso, minaccia querele (a Masi che aveva ironizzato sui suoi ascolti a Sky), si dosa, oppone tutte le titubanze del caso quando i dirigenti televisivi lo corteggiano per richiamarlo al lavoro. È afflitto dalle stesse remore di Renzo Arbore, senza avere la stessa inventiva e creatività dello showman pugliese. Spettacoli come Quelli della notte e Indietro tutta hanno rappresentato per trovate, carica ironica e incubazione di nuovi volti e talenti fondamentali voltapagina nella storia della tv. Lo stesso non si può dire di Fiorello.


Non servivano gli ascolti formidabili del Più grande spettacolo dopo il week end, nuovo varietà del lunedì sera su Rai1 (oltre 9 milioni e 39% di share), per certificare la sconfinata bravura del “fantasista” senza pari: intrattenitore completo, capace di imitare, cantare, satireggiare… E risulta difficile nonché impopolare passare l’evidenziatore sui punti deboli di un innegabile grande successo, che dimostra di avere forza inerziale. Gli esiti di marketing non debbono, tuttavia, in nessun caso esautorare le riflessioni estetiche.


Il problema è la reverenza che aleggia, come le aureole sui vecchi santini devozionali, attorno allo showman siciliano, rianimatore del varietà “in stile” Studio Uno. Addirittura con l’inserto in bianco e nero della canzone di Giorgia sui titoli di coda.  Ma Studio Uno con Mina e Lelio Luttazzi aveva dietro le quinte la garanzia di una guida autorevole, in grado di fronteggiare qualsiasi atto di presunzione artistica o capriccio. Rispondeva al nome di Antonello Falqui, regista ed autore, dinanzi al cui dispotismo scattavano tutti sull’attenti. Fiorello chi ha? Claudio Fasulo, Giampiero Solari? Il solito Marco Baldini si rivela piuttosto una zavorra. La sua voce fuori campo, in omaggio alle comuni avventure radiofoniche, sa di presenza dovuta: non offre vie d’uscita o soluzioni allo svolgimento dello spettacolo.


In generale, i varietà degli anni Sessanta nascevano dall’unione di talenti assoluti – ballerini, attori, cantanti, scenografi, coreografi, autori – quelli di oggi ruotano attorno a un uomo o una donna soli verso la meta. Il fatto che Fiorello provocherebbe scompisciamenti anche leggendo le pagine gialle non deve trarre in inganno. La formula del suo one man show, a dispetto degli ascolti, mostra la corda e richiederebbe ben altra linfa. Il monologo sui giovani d’oggi, tanto per dire, è materiale riciclato dal Fiorello Show su Sky. La comparsata del tennista Novak Djokovic, con la partitella delle padelle, si poteva saltare a pie’ pari.  L’unico vero spunto originale era contenuto in quei due tre minuti all’esordio in chiave twitter/social network, all’edicola, con i vecchietti del quartiere. Poca roba. Per il resto il Fiorello del “signore e signori, ecco a voi…” ha ripetuto se stesso, facendo la felicità di fasce eterogenee di pubblico. Cosa non da poco, intendiamoci, in una televisione che marcia allegramente verso la riduzione ai minimi termini dei target.  


Si tratta, ovviamente di un'offerta di qualità superiore, il cui differenziale (lo spread Fiorello è ben più alto dei bund tedeschi!), rispetto al tanto peggio che passano i palinsesti, è rilevantissimo. Soprattutto perché Il più grande spettacolo dopo il week end ha fatto della raffinatezza e dell’eleganza formale i suoi tratti distintivi. Con un budget sontuoso - si parla di 12 milioni di euro: 3 a puntata - almeno questo. Al di là dei lustrini, l’eleganza di uno spettacolo in linea con i tempi grami non avrebbe avuto prezzo.

16 novembre 2011
 
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