

Ho conosciuto molto bene Lucio Magri. Ho conosciuto e frequentato la casa romana dove lui ha vissuto sino all'ultimo, la casa di Piazza del Grillo. Un giorno del 1971 eravamo in dodici, c'era un notaio, e nacque così la cooperativa giornalistica da cui sboccià il quotidiano "Il Manifesto", il cui primo numero sarebbe uscito il 1° aprile 1971. Il gruppo dei fondatori, da Luigi Pintor a Rossana Rossanda allo stesso Magri, aveva o voluto che ci fossi anch'io nella pattuglia benché non avessi niente della loro storia. Loro erano tutti comunisti a cento carati, io non sono mai stato comuniosta nemmeno un'ora della mia vita. Ero solo uno che aveva avuto vent'anni nei Sessanta, e che in quel decennio si era formato le ossa. Da subito non condivisi il loro intento, di fondare un quotidiano che aiutasse la nascita di un partito ultracomunista, ancora più a sinistra del Pci. Me ne andai quasi subito (mi dimisi), e l'ultimo momento da me passato in redazione fu uno scambio di opinioni con Magri in cui lui e io la pensavamo all'opposto. Da allora, sono passati quarant'anni, non l'ho mai più visto.
Tutte quelle che ho detto sono inezie rispetto a quanto è accaduto pochi giorni fa, rispetto alla decisione di un uomo di chiudere la sua vita. E non ci sono ragioni da opporgli, è ridicolo che gli uni e gli altri tirino il lenzuolo dalla parte delle proprie opinioni e preferenze, un corteo di sì e di no che tante volte abbiamo sentito in questi ultimi anni: e persino in casi al di là di ogni limite come quello della povera Englaro, di cui qualcuno disse senza vergognarsi che avrebbe ancora potuto avere figli. Quando, com'è nel caso di Magri, uno decide lucidamente di chiudere, e si organizza, e si mette in treno per l'ultimo viaggio, da parte nostra solo il silenzio va bene. Il silenzio di chi rispetta una tale decisione e di chi ha capito il messaggio che quella decisione ci rivolge. Che vivere è molto difficile, e che in certi momenti è infinitamente più doloroso vivere che il contrario, smettere di vivere perché non ce la fai più. Quei momenti in cui ti si è rotta una "vite" dentro, e il meccanismo vitale non funziona più, e quando vai a letto sei avvolto dal buio e dalla disperazione, e ogni giorno che viene è un macigno che soffoca, e naturalmente tutto questo è strettamente individuale e c'entra niente la politica, lo stato della società , i discorsi dei partiti. Quando hai deciso di chiudere ci sei solo tu e la signora morte che ti guarda e che tu stai guardando. Solo voi due.
Non c'è e non ci può essere assolutamente null'altro e nessun altro. Perché a questo punto tutti gli altri ti sono divenuti muti, afoni. A questo punto i discorsi su Magri e attorno a Magri valgono zero. Se c'è un caso in cui le nostre parole non sono onnipotenti è questo. In realtà ce ne sono numerosissimi altri e anche se noi fingiamo di credere ogni volta di potere fronteggiarli con le parole: la rottura di un'amicizia, la fine di un amore, l'avere scritto un libro su cui contavi e che non piace a nessuno, sentirsi addosso gli anni che passano e che ti resta sempre meno da fare e da trovare. E' la vita, signori. Di cui una cosa sappiamo per sicuro. Che finisce.
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