Negli anni Cinquanta non avevamo nulla, ed era molto meglio di adesso

di Giampiero Mughini

Non so quanti di voi hanno visto, pubblicato su alcuni giornali, un quadro dove erano indicate le previsioni di sviluppo economico di ciascun paese o regione del mondo. Lasciamo stare i paesi che camminano a tempi di record, la Cina, l'India, il Brasile. Anche l'Italia ha un record. Sta all'ultimo posto. L'ultimo, con una previsione di sviluppo pari allo zero o poco più. Continuiamo a ripetere che siamo la settima potenza industriale del mondo. Sarà. Quanto a migliorarci da quello che siamo oggi, quanto al creare nuova possibile ricchezza senza la quale tutti i discorsi stanno a zero, siamo ultimi.


Questo per dirvi ciò che mi separa dal giudizio di alcuni di voi, quelli che attribuiscono le attuali sciagure del nostro Paese a una categoria specifica e solo a quella, la "casta" dei parlamentari provvisti di auto blu, o i seguaci di Berlusconi, o i corrotti nell'uno o nell'altro campo della vita civile,  o magari i vostri vicini di casa. Al contrario, io penso che questa sciagura ci riguardi tutti e ci coinvolga tutti e che un prezzo lo dovremo pagare tutti. Voglio dire che ci dovremo abituare tutti ad avere qualcosa in meno. Meno pensioni, meno inviolabilità del posto di lavoro, meno soldi da spendere nel week-end, meno paghetta da dare ai figli, meno cene fuori al ristorante, case  casette di cui sarà difficile pagare il mutuo. Del resto lo sapete e lo sperimentate ogni giorno che è così. Proviamo a farcene una ragione.


Ho un'età veneranda come dimostrano i miei capelli bianchi, e perciò ho avuto il tempo di vivere gli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, gli anni a cavallo tra gli ultimi Quaranta e i primi Cinquanta. Gli anni in cui una famiglia di borghesia più piccola che media com'era la mia non aveva nulla di nulla. Non avevamo una televisione né una radio che funzionasse né un giradischi e, per lungo tempo, neppure un frigorifero. Era lusso che colava se alla domenica il nonno comprava una bottiglia di vino, solo la domenica. Io avevo un solo paio di scarpe e con quelle passeggiavo e battevo il pallone, uno sport che mi piaceva molto.


Quanto all'espressione "vacanze", era un'espressione che in famiglia mia nessuno aveva mai usato. Nessuno di noi di questa situazione se ne disperava. E perché era una situazione diffusa e perché lo sentivi che andava a migliorare, che la società si stava muovendo in meglio, che le occasioni di comprare un secondo paio di scarpe si sarebbero prima o poi presentate. Quelli come mio padre, quelli che erano tornati dalla guerra umiliati e frustrati si erano buttati nel lavoro come a una lotta per la vita e per la morte. E quella lotta la vinsero. La vinsero tutti, ciascuno a misura delle sue possibilità. Ricordo come se fosse ora la volta, nella seconda metà degli anni Cinquanta, in cui mio padre mi aumentò la paghetta mensile, quella con cui ci compravo i libri e, una o due volte al mese, ci andavo a comprarmi una pizza e relativa birretta. Una festa che non potete credere.


Speriamo di tornarci a quello stato d'animo, a quelle feste, ciascuno a modo suo e nei limiti dei redditi che l'Italia del terzo millennio sarà capace di produrre. Io non sono molto ottimista. E voi?

21 novembre 2011
 
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